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Il bello esiste (e lotta insieme a noi)

Ripubblico qui uno scrittino di circa 3 anni fa, pubblicato nel defunto sito “Torino è la mia città?” e pertanto non più in rete. In esso attaccavo Carlo Olmo, allora direttore dell’Urban Center di Torino, oltre che docente universitario di storia dell’architettura contemporanea (fu anche mio professore) e allora direttore de Il Giornale dell’architettura.

Quando, nell’ormai lontano 2002, il prof. Carlo Olmo si insediò alla carica di City Architect, La Stampa pubblicò una sua intervista di presentazione.

Il titolo dell’articolo era “Il Bello non esiste”. Lo potete leggere per intero qui, nell’archivio storico del quotidiano torinese.

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A rileggerlo, si può comprendere ed anche apprezzare i motivi delle sue affermazioni di allora. Questo suo cercare di non banalizzare le questioni urbane a polemiche sulle “brutture moderne”, sui “mostri urbani”, polemiche spesso condotte in modo quasi becero, e comunque prive della consapevolezza necessaria per affrontare il tema.1

Tuttavia, a distanza di 11 anni da allora, possiamo anche valutare i difetti di un approccio che ha di fatto favorito lo strapotere delle ragioni quantitative ed economiche delle trasformazioni urbane su ogni altra ragione “non pratica”.

Un approccio che, a dispetto anche di certe volontà e affermazioni, nonostante una indubbia competenza ed impegno (che certo non è mancato ad Olmo ed allo staff che ha costruito), ha di fatto reso la qualità urbana e architettonica un fattore marginale e trascurabile nell’ambito delle trasformazioni urbanistiche torinesi recenti; un tema che non è elegante affrontare, perché “ciò che può essere bello per me, magari non lo è per lei, nel senso che c’è molto di soggettivo in queste valutazioni”. 2

Non è certo questa la sede per affrontare questioni tipo la soggettività del bello. Quello che però possiamo certamente affermare è che gran parte delle persone, semplicemente, concordino sul fatto che certe parti di città siano più belle di altre e in esse sia preferibile vivere, così come concordano sul fatto che Brad Pitt sia più bello di Lino Banfi, o una Golf più bella di una Duna. In questo senso, non è certo erroneo dire che Spina 3 è considerato dalla gran parte delle persone un quartiere brutto, e che le operazioni urbanistiche condotte su un concetto “tardo cobusieriano” di case alte isolate in spazi pubblici di risulta e comunque informi, punteggiati da centri commerciali, hanno dato luogo a risultati urbani lontani dal gradimento della gran parte delle persone, e comunque, per la gran parte delle persone, brutti.

Anche se gli esperti – specie se interessati – sapranno motivarvi con ricchezza d’argomentazione che si tratta quartieri meravigliosi o quantomeno “interessanti” e di un grande successo urbanistico (anche se, ci potete scommettere, loro abitano altrove, ovviamente).

Le volte in cui gli “addetti ai lavori” ammettono pubblicamente l’esistenza del bello e del brutto si contano sulla punta delle dita. Ricordiamo ad esempio quella volta che, tanto tempo fa, alla vigilia delle grandi trasformazioni urbanistiche torinesi degli ultimi due decenni, Aimaro Isola cominciò il suo intervento ad un convegno svoltosi entro la facoltà di Architettura, esclamando “Quando parlo di Periferia, mi piace parlare, anche, del Brutto”. 3 La cosa dovette suonare, all’orecchio di molti, come un bestemmione nella Cattedrale. Non per il contenuto nel merito (la periferia è brutta), quanto per aver osato utilizzare pubblicamente la categoria del “brutto” . In quella occasione Isola infatti raccontò anche – direi confessò – che tale categoria, come quella del bello, non poteva essere usata in Facoltà, e che lui, durante le revisioni dei progetti degli studenti, quando vedeva qualcosa di brutto, la criticava adducendo motivazioni funzionali, di opportunità, di relazione formale o storica con il contesto urbano, eccetera, ma che, in fin dei conti, la vera causa delle sue critiche era che il progetto era brutto. E che questa inibizione dell’utilizzo del temine “bello” o “brutto” era tutta pubblica, e che tutti gli architetti, dentro i loro uffici, non facevano altro che dare questi semplici giudizi estetici su ogni cosa.

Il fatto è che esistono cose che evidentemente, sia pure per motivazioni di cui da secoli si discute filosoficamente in disaccordo, sono belle, ed altre sono brutte, mal riuscite; e bisogna infine prenderne atto, certo con serietà, ma anche con piacevole voglia di contribuire a produrre cose che appaghino i sensi dei nostri simili.

Il fatto è che le uniche questioni che infiammano davvero l’opinione pubblica sugli interventi nella propria città sono quelle legate al bello. Pensiamo solo all’ultimo decennio a Torino: i “gianduiotti” in piazza Solferino, il piazzale Valdo Fusi e il suo edificio centrale, gli edifici sulla Spina, il cosiddetto “Palafuksas” sono stati ad esempio fra i temi più sentiti.

E quando una cosa non va, non va, a prescindere dalla fama dell’autore; e lo si deve ammettere, e si deve togliere, quando nel vale la pena o si presenta l’occasione. Così, si sono rimossi a furor di popolo i Gianduiotti di Giugiaro4 come in passato a Roma le “orecchie d’asino” nel Pantheon di Bernini.

Sappiamo che le motivazioni che accompagnano questi dibattiti non è elegante che siano di tipo estetico e, come ci rivelò Isola nell’intervento citato, vanno mascherate da motivazioni funzionali, storiche, logiche, economiche e di ogni altro genere.

Ma siamo anche consci che, a dispetto di ogni tentativo di ridurre tutto a logica, economia e quantità, il bello invece esiste. E , speriamo, lotta insieme a noi.

1 Ricordiamo, ad esempio in campo giornalistico, le inchieste di un giovane Maurizio Crosetti su Repubblica sui “mostri urbani” a Torino, in cui vennero presi di mira prevalentemente edifici in cui si manifestava una qualche ricerca architettonica. Dopo quell’inchiesta, il suo giornale pensò astutamente di mettere la sua vivace penna a servizio delle cronache sportive, su cui poteva meglio applicarsi.

2 Nell’articolo citato “Il Bello non esiste”, in La Stampa 12 settembre 2002

3 Aimaro Isola “Il brutto e la periferia”, in : Liliana Bazzanella e Carlo Giammarco (a cura di) “Progettare le periferie” Torino, Celid 1986. “La pubblicazione raccoglie i saggi e gli interventi presentati in occasione della Giornata di studio “Progettare le periferie” che si svolse a Torino il 29 gennaio 1986 presso la Facoltà di Architettura, a conclusione della Mostra “Banlieues ’89 – 200 progetti francesi per le periferie” .

4 Gli esperti ci perdoneranno di non citare l’architetto che ha firmato i “gianduiotti” in seno alla Giugiaro Design dato che avranno certamente apprezzato che nello scritto abbiamo già citato due oggetti disegnati dallo stesso Giugiaro. Uno generalmente classificato bello, la Golf, e un altro proverbialmente brutto, la Duna.

Tipi di ciclista urbano – Parentesi, il pedone.

Dopo aver scritto su alcuni tipi di ciclista qui, e qui, vorrei a questo punto fare una parentesi sul pedone in città. Il bello di queste categorie (il pedone, il ciclista, l’automobilista) consiste nel fatto che ciascuno di noi evidentemente vi appartiene solo in certi momenti, sicchè non esauriscono la nostra personalità. Dovrebbe essere così per qualsiasi cosa; invece ormai, complice, mi pare, un certo fanatismo specialistico di marca statunitense, si tende ad identificare la persona in base ad una sua caratteristica, a quel che fa; questo vale in particolare per le preferenze sessuali.

Il pedone in città, fatti salvi i luoghi in cui può imperare incontrastato (marciapiedi, isole pedonali, interno di centri commerciali, giardinetti), è ovviamente il più sfigato, il più debole soggetto urbano. Per questo il pedone medio odia le biciclette: perchè sporadicamente attraversano gli spazi in cui era padrone incontrastato : il marciapiede, il parco, ecc. Spesso c’è anche in lui un atteggiamento mentale un po’ fantozziano, da sindrome di Stoccolma, per cui alle automobili tutto è concesso, compreso parcheggiare sul marciapiede o sulle striscie, ma molto meno è ammesso per le biciclette. Movimento mentale analogo a quando in cortile qualcuno si lamenta dei bambini che giocano di pomeriggio facendo “rumore”, mentre sopporta in piena notte il rombo di automobili truccate o lo sferragliare del tram.

Questo tipo di pedone è quello che odio di più. Sai quelli che quando vai in auto li vedi tremare sul bordo del marciapiede, con le borse della spesa magari. Tu rallenti e ti fermi per farli passare. E loro non passano. Dopo qualche secondo e enormi gesti con cui li inviti a passare, finalmente si muovono. Lentamente, che avresti voglia di stirarli. Chissà, forse perchè ti disprezzano, in quanto automobilista buono, e perciò cattivo carnefice e meritevole di attendere i suoi porci comodi.

Non ho capito ben perchè, ma c’è anche il caso opposto. Sai il tizio che attraversa in diagonale, fuori dalle strisce. Magari con diagonali per cui praticamente fa centinaia di metri sulla carreggiata, negli ultimi tempi pure guardando il telefonino. E poi pure s’incazza perchè tu vuoi passare. Amico, sai com’è, questa è la strada, e i due marciapiedi a fianco sono belli vuoti. Scusa eh.

Perchè vedi, il mezzo – anche di trasporto – è il messaggio, ma uno stronzo è uno stronzo sia che vada a piedi, o in auto, o in bicicletta.

Ecco, probabilmente sono quegli stessi pedoni odiosi quelli che fanno casino coi ciclisti, quando, per ragioni particolari e in genere giustificatissime, passano dal marciapiede.

I cacasotto li vedi subito. Tu con la bici sei praticamente a passo d’uomo, dieci metri avanti al cacasotto che trema, che lo vedi nelle palle degli occhi. Ti porti tutto a destra, quasi al bordo che potresti persino cadere. E lui si butta tutto alla sua  sinistra, in rotta di collisione. Allora tu ti butti alla tua sinistra ma lui ti segue. Sembra una falena attirata dalla luce, o, meglio un marcatore di una squadra di calcio. Che se fingi d’andare da una parte e poi vai nell’altra lui mica si fa fregare. Però ora i metri che vi separano non sono più dieci, ma tre. Dopo un ultimo disperato tentativo sulla destra, nuovamente bloccato dal suo cambio di direzione, sei costretto a fermarti. E’ il momento preferito del soggetto: l’angolo dell’indignato, con cui rivestire dignitosamente la sua imbecillità, sempre per parafrasare McLuhan. E scatta la filippica che le biciclette non devono andare sul marciapiede, che lui ora chiama i vigili e ti fa dare la multa. Non ti resta, prima di riprendere la tua strada, che l’espressione più tipica dell’uomo che si muove in città, uno schietto e sonoro MA VAFFANCULO.

beh, per oggi basta. ciao

Dell’inglese di Fassino – Fare la propria parte

Non condivido la derisione universale nei confronti di Fassino per il suo spot in inglese per promuovere investimenti dall’estero “You can bet in Torino“.

Certo, il risultato è buffo. Ma semmai vanno derisi, nell’ordine: il suo insegnante d’inglese, i suoi collaboratori che non gli hanno detto che sarebbe andato incontro al gabbo universale (o per vigliaccheria o per la cattiveria del sottoposto).

E questa smania da “ascaro”, che spinge magari l’uomo di colore a sfottere il suo simile berghè barla gosì o ha i capelli crespi. Dimentichi del fatto che chiunque parli una lingua non sua, diviene abbastanza ridicolo, in genere (vale anche per gli americani: Ollio, Friedman, Bastianich “vuoi che muoro”). (nota 1)

Non tutti hanno tempo e soldi per aver studiato a scuola negli States. E in Italia, quelli come Fassino hanno fatto il classico, in cui si facevano due ore di lingua straniera alla settimana solo nei primi due anni. Poi, zero, solo greco antico e latino. E’ colpa sua se ora non riesce a sembrare ammericano?

C’è un razzismo/classismo di fondo, in questi sfottò, che non mi piace. Per questo, benchè non sia mai stato un supporter di Pierino, nè ora lo sia, in questo caso mi fa simpatia questo sua noncuranza della pronuncia esatta; questo suo badare alla sostanza. Così poco fighetto, così anacronistico.

Però i “comunicatori” dovrebbero capirlo, e far capire al Fassino di turno che o riesce a leggere con una pronuncia impeccabile, oppure sono meglio i sottotitoli, o un’altro testimonial, magari con lui che compare solo a dire “Hey, man, you can bet in Torino. Yuuuhooo!!”

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Nuovo pezzo per Prest, a cui tengo molto perchè si racconta di Torino è la mia città? e di una prima, piccola vittoria ottenuta.

Fare la propria parte

Nota 1 – Sembra che il buffo spostamento d’accenti in Stanlio e Ollio sia stato originato da loro, dal momento che i primissimi doppiaggi li fecero loro stessi, in presa diretta, legggendo da “gobbi” con scritte nelle varie lingue adattati alla pronuncia statunitense. Tuttavia, gli autori dei “gobbi” non sempre mettevano l’accento, da cui “stupìdo” o altre cose del genere.

Stan e Oliver, fisicamente insostituibili, leggono sugli appositi “gobbi” (cartelli posizionati dietro le cineprese), recitando il copione tradotto foneticamente. Anche dei loro comprimari, come James Finlayson e Edgar Kennedy, s’improvvisano poliglotti, o altre volte si fanno “doppiare” dal vivo con voci fuori campo. La loro pronuncia si rivela inaspettatamente comica: insieme alla corroboranda alchimia di gesti e manierismi, Laurel e Hardy trovano nel sonoro un ulteriore motivo di successo. Storpiando gli accenti delle parole straniere, risultano talmente graditi e divertenti per il pubblico europeo tanto che negli anni successivi viene richiesto ai doppiatori di mantenere quest’intonazione. Così sarà infatti per Francia, Germania, Spagna e naturalmente Italia.” (voce wikipedia)

Un sito 0.0

Un mio piccolo contributo sul sito “Torino è la mia città”

http://torinoelamiacitta.it/?p=80

“Proprio per sottrarsi efficacemente a retoriche sulla “democrazia in rete” occorre che le istituzioni pubbliche offrano ai cittadini luoghi di confronto e discussione idonei, e non mere rappresentazioni di sé. E a tale scopo, non vi è alcun luogo di più idoneo che il sito.”

Torino è davvero la mia città?

Con alcuni amici abbiamo redatto una lettera aperta al sindaco Fassino e alla assessore all’Urbanistica Ilda Curti, una petizione per rendere più aperta e trasparente la discussione sulle trasformazioni urbanistiche della città. Se firmate anche voi ci fate un piacere

“Torino ha bisogno di discutere dei suoi progetti, pensare ad una propria idea di città, ad una visione del suo futuro. Per questo occorre ripensare i luoghi istituzionali in cui esercitare delle procedure nuove ed aperte alla partecipazione.

Chiediamo il tuo appoggio per aprire questo dibattito e provare a cambiare la politica di sviluppo urbano della città.”

Qui.