social network

Frammenti di un discorso internettiano

Nei social scripta volant, sono proprio parole. Nei blog volano pure, ma un po’ meno. Riporto qui un frammento, non senza mettere prima un po’ di musica come mia usanza di sabato.

Oggi, un pezzo dei Procol Harum, gruppo che conoscevo poco e sto scoprendo adesso per il loro gradevolissimo equilibrio di gusti musicali. Live di 10 anni fa che erano già vecchiotti, di un pezzo dal loro primo album del 1967

 

Donna di Torino che lavora nel campo dell’arte contemporanea (e pertanto ovviamente ingolfato di “radical chic”), Lisa P. ha postato il 15 giugno  questo sfogo :

non so voi ma io non vorrei più sentire pronunciare termini quali
innovazione, sviluppo, periferia, cultura, opportunità, bene comune, partecipazione, spazio pubblico, condivisione e anche ‘dal basso’ … se prima, il mio interlocutore non spende almeno 3 minuti del suo tempo per articolare in modo approfondito che cosa intende per… innovazione, sviluppo, periferia, cultura, opportunità, bene comune, partecipazione, spazio pubblico, condivisione… e anche ‘dal basso’.”

Naturalmente, dieci minuti di applausi e oltre 110 “mi piace” (su 1348 suoi amici, è una buonissima media; normalmente pubblica link a articoli culturali del suo campo, e/o che riguardano la sua associazione, raccogliendo da 3-4 a massimo 50-60 “mi piace”). Fra i suoi amici che conosco, vedo che hanno “mipiacciato” alcuni che mi pare facciano uso smodato di termini quali cultura, bene comune, partecipazione, condivisione dal basso ecc. ecc. ecc.

Io “mipiaccio” ma non sono poi soddisfatto. Smezzo in 4 risposte:

  • Parole “mana”‘ (Levi Strauss, non quello dei jeans:)
  • Secondo me bisogna spostare l’attenzione (e l’astio), più alla costruzione del discorso che al vocabolo. Le parole “mana”, nell’ambito di un dicorso pubblico, tendono ad esserci (secondo la moda). Ma è la costruzione del discorso l’elemento che a volte occorrerebbe smontare.
  • Voglio dire che preferisco un discorso sensato che utilizzi vocaboli amuleto in modo appropriato ad uno insensato o negativo che usi parole precise e molto concrete.
  • Comunque in genere nei discorsi dell’intellettuale contemporaneo si fa ricorso eccessivo a termini astratti (che talvolta, diventano “mana”). Bisognerebbe sforzarsi di utilizzare il più possibile termini non astratti, riferiti cioè a cose vere e proprie.

E comunque, verba volant, e comunque, vanità delle vanità, tutto è vanità.

 

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Il cafone digitale

Negli anni scorsi la categoria del Troll venne alla ribalta. IlTroll è colui che disturba nei blog e nei forum, senza alcuna ragione. (voce Wiki qui  da cui traggo “Di norma l’obiettivo di un troll è far perdere la pazienza agli altri utenti, spingendoli a insultare e aggredire a loro volta (generando una flame war). Una tecnica comune del troll consiste nel prendere posizione in modo plateale, superficiale e arrogante su una questione vissuta come sensibile e già lungamente dibattuta degli altri membri della comunità  In altri casi, il troll interviene in modo apparentemente insensato o volutamente ingenuo, con lo scopo di irridere quegli utenti che, non capendone gli obiettivi, si sforzano di rispondere a tono ingenerando ulteriore discussione e senza giungere ad alcuna conclusione concreta.“)

Con il Troll, dotato di pseudonimo (nickname), l’unico rimedio era non “dargli da mangiare”, ossia ignorarlo, non rispondergli ecc.

Finita l’era dei blog e iniziata quella dei social network tipo Facebook, il troll – per sua natura anonimo o pseudonimo, cosa mal tollerate nei social – tende a scomparire.

Al suo posto, ecco apparire una nuova (si fa per dire) figura: il CAFONE DIGITALE. Ecco alcune caratteristiche che lo contraddistinguono:

1) Il cafone digitale è un vostro amico di vecchia data (tipo compagno di scuola o simile) che non è tuttavia un cafone fuori dalla rete (se no, l’avreste già segato prima o poi). Tuttavia una serie di frustrazioni lo obbligano allo sfogo digitale su di voi.

2) Il cafone digitale interviene SEMPRE e a SPROPOSITO sulle vostre espressioni web, con interventi a gamba tesa

3) il cafone digitale possiede un PENSIERO BINARIO. Il suo cervello lavora per coppie oppositive: bene/male, sinistra/destra, progressisti /conservatori, buoni/cattivi.  Le coppie sono in  genere molto grossolane, stereotipate e sostanzialmente inconsistenti. In sostanza, scatole vuote etichettate (dai mass media).

4) in conseguenza al punto precedente, egli non interviene confutando il vostro pensiero, ma semplicemente lo denigra associandolo arbitrariamente ad una categoria a lui invisa, e comunque generalmente odiosa. Ad esempio, se il cafone pensa d’essere progressista, vi darà del conservatore. Se invece si ritiene liberale, vi darà del comunista. (sono esempi reali, che mi sono accaduti… insomma, nel giro di pochi mesi sono sia conservatore che comunista, non che sia di per sè impossibile, ma certo non in Italia oggi).

5) conseguenza ulteriore. Il cafone digitale vi dà sempre del VOI. Ma non alla maniera fascista, ma perchè vi inscrive d’ufficio in una sua rozza categoria di pensiero binario (quella brutta, ovviamente). “Voi bigotti dovete sempre rompere con queste cose”. “Voi parlate per sentito dire”.

6) siccome le argomentazioni portate dal cafone sono nulle, non si può confutarle. Tuttavia, anche in considerazione del fatto che nei social è pieno di amici che leggono di nascosto, non vi va di essere presi a pesci in faccia dal cafone e rispondete. Ma questo impulso piccolo borghese è un grave errore che pagherete. Perchè:

7) il cafone digitale vuole sempre l’ultima parola. Quindi risponderà sempre a qualsiasi allocuzione voi poniate in risposta alle sue stronzate. Se gli rispondete “dai non ho voglia di discutere. Ciao” replicherebbe “ah, ecco che scappi. Scappate sempre, voi, quando venite colti in castagna” (o simili amenità).

Con il cafone digitale, non c’è altro che rifarsi ai detti dei vecchi saggi, “Desipere est juris gentium” (saggezza romana)  “sopportare le persone moleste” (sublime saggezza cristiana),  “dall’albero del silenzio pende il futto della pace” (saggezza araba riportata da A. Schopenauer)