Sergio Toppi

Naintin sicstinain

Dedicato a Neil Armstrong (Wapakoneta, 5 agosto 1930 – Cincinnati, 25 agosto 2012), Sergio Toppi (Milano, 11 ottobre 1932 – Milano, 21 agosto 2012), Italo Insolera (Torino, 1929 – Roma, 27 agosto 2012), Gore Vidal (West Point, 3 ottobre 1925 – Los Angeles, 31 luglio 2012), Renato Nicolini (Roma, 1º marzo 1942 – Roma, 4 agosto 2012), Carlo Maria Martini (Torino, 15 febbraio 1927 – Gallarate, 31 agosto 2012), e naturalmente anche a Ruggero Orlando (Verona, 5 luglio 1907 – Roma, 18 aprile 1994)

Di quel giorno ricordo, più che altro, una casa grande piena di gente che parlava, a tarda ora, di fronte alla luce spettrale di enormi televisori in bianco e nero, e mio cugino Paolo, di qualche anno più grande, che mi diceva “ma ti rendi conto?! L’uomo è andato sulla Luna!“.

A dire il vero, mica me ne rendevo conto. Non rendersene conto era anche giusto, a pensarci bene. Se uno ha appena compiuto 6 anni, esiste solo (appena, da poco) il reale attuale. Ed è il reale e basta. Nulla di straordinario. Non avrei percepito alcuna differenza se mi avessero detto “ti rendi conto? il primo uomo ospitato dagli extraterrestri ad Antares” ma anche ” ti rendi conto? d’ora in poi basta portare i carichi con le slitte di pietra, ci sono i carretti”.E’ solo invecchiando che si scopre che tutto – e soprattutto le cose più normali, come quotidiano sorgere del sole, o come il nostro cuore che batte da solo – è meritevole di stupore.

Paolo, figlio di un docente a Medicina che poi era mio zio, era molto permeato d’esaltazione per la scienza e la tecnica. Ma del resto, chi non lo era, allora? Avere piena fiducia in un progresso tecnico a 360° era un fatto comune, tutti l’avevano, così come tutti fumavano ed era del tutto normale. Paolo se ne andava sempre in giro con una valigetta 45h di cui lui soltanto sapeva la combinazione, che a suo dire e a mio immaginare conteneva importanti strumenti scientifici per le sue ricerche. Invidiavo molto la sua valigetta.

Mi sentivo molto di fantascienza. Ad esempio, leggendo il Corriere dei Piccoli il fumetto che mi affascinava di più era “Luc Orient”. Mi piacevano soprattutto i veicoli spaziali, i vestiti, i colori (effettivamente, immagino che guardassi soprattutto le figure). Se volete dare una occhiata ad una avventura che ricordo di aver letto allora, è qui  (Sergio Toppi si dava da fare invece sul fronte storico, vedi qui … gli anni ’60 italiani avevano una affascinante combinazione di proiezione ottimistica verso il futuro, il progresso, ma dentro la storia, dentro la coscienza storica, alla ricerca di uno specifico culturale di un paese).

Così. Sapevo già tutto allora, solo che non ne ero cosciente. Anche se non ne ero cosciente, sapevo che Ruggero Orlando – che piaceva un sacco ai bambini perchè era facile da imitare … “quì niu yook, vi pargla ruggerorlando!”, e ci si contraeva mentre si imitava quel simpaticissimo anziano – sapevo che Orlando aveva ragione e Tito Stagno torto. Non poteva che essere così. Sapevo inoltre che in fondo  tutto è vanità

(le storie del Corriere dei Piccoli sono tratte da questo sito )

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Italo Insolera sulla distruzione delle ville romane a fine ottocento

L’estate 2012  ci ha portato via, oltre a Renato Nicolini di cui in questo stesso blog riportammo recentemente una nota, Sergio Toppi e Italo Insolera (ma anche Gore Vidal e Neil Armstrong) . A Sergio Toppi, di cui ho amato i fumetti anche quando ero non cosciente e molto piccolo, sul Corriere dei Piccoli appunto, magari dedicherò un post a parte. Magari, anche insieme a Neil Armstrong.

Stamane invece ho preso in mano dopo tanto tempo Roma Moderna di Italo Insolera (sesta edizione riveduta, 1976).
Aperto a caso. Pezzo che mi pare molto stimolante, e trascrivo

Quando la villa Ludovisi era ancora intatta così la descriveva Henry James [1]:

“Certamente non c’è nulla di meglio a Roma, e forse nulla di così bello. I prati e i giardini sono immensi e il grande arrugginito muro della città si stende dietro ad essi e fa che Roma appaia vasta senza ch’essi sembrino piccoli. La dentro v’è tutto: viali oscuri sagomati da secoli con le forbici, vallette, radure, boschetti, pascoli, fontane riboccanti di calami, grandi prati fioriti, punteggiati qua e là  da enormi pini obliqui. Il luogo è una rivelazione di quel che l’Italia e il maggiorasco possono fare uniti.”

G.B. Piranesi, veduta di villa Ludovisi (1748)

Pochi anni dopo invece, mentre la villa veniva distrutta per essere trasformata in suolo edificatorio, così ne parla Herman Grimm[2]:

“Bellissimi viali ombrosi di querce e di allori, qua e là frammezzati da alti e grossi pini, tranquillità e aria balsamica facevano della villa Ludovisi uno di quei luoghi di Roma ch’erano nominati per primi quando si discorreva degli incanti della Città Eterna. Si, io credo che se si fosse domandato quel era il più bel giardino del mondo, coloro che conoscevano Roma avrebbero risposto senza esitare: villa Ludovisi.

Fra le cose che, divenendo Roma capitale d’Italia, venivan prima in mente a quanti conoscevano ed amavano Roma, c’era la speranza che quei giardini, con le belle fabbriche e con le stanze e i quadri in esse contenuti, diventassero di dominio pubblico e fossero facilmente accessibili. Predire che sotto il nuovo Governo la villa dovesse andare distrutta, come oggi accade, e gli allori, le querce, i pini abbattuti, come oggi li vedi abbattere, sarebbe stata una offesa che neanche il più acerbo nemico della nuova Italia avrebbe osato recarle, perché sarebbe sembrata un’enorme follia.”

Il piano di intervento urbano per il nuovo quartiere Ludovisi, presentato alle autorità cittadine dalla piemontese Sociétà Generale Immobiliare di lavori di utilità pubblica ed agricola nel marzo 1886.

La follia fu realizzata, e non fu la sola. Scomparvero la villa Massimo agli Orti di Sallustio, la Spithover ….

(segue elenco di mezza pagina che qui si omette … si riporta invece un commento di Insolera sul fatto; che coglie come Roma abbia perso una occasione di migliore crescita, che avrebbe anticipato di mezzo secolo il concetto di Green Belt proposto da Abercrombie nel piano della Grande Londra.)

… Questa eccezionale fascia verde sarebbe servita ottimamente  a collegare il centro vecchio di Roma con una nuova città residenziale al di là delle ville, tenendo separate le differenti funzioni urbane e le diverse scale edilizie.  (….) Si poteva evitare la demolizione di tanta incomparabile bellezza accumulata da papi e principi in più di quattro secoli? Se si fossero seguite le disposizioni del piano regolatore dell’83 tutte le ville tra Castro Pretorio e Porta Pinciana sarebbero state risparmiate e tra loro anche la più bella di tutte, villa Ludovisi (..) Ma i piani regolatori a Roma sembrano essere sempre esistiti solo per dividere le opere in due categorie: quelle dentro al piano e quelle fuori. Realizzabili poi tutte quante indifferentemente e quasi sempre prima e più facilmente quelle fuori.


[1] Henry James, Portrait of Places, London 1883

[2] Herman Grimm, La distruzione di Roma, trad. it. Di C.V. Giusti, Firenze 1886. Il Grimm (1828-1902) era professore di storia dell’arte all’università di Berlino.