Picasso

Elogio dei fake

Essendo questo un post della serie “saturday soul surge” è accompagnato da musichetta. La musichetta la ascolto mentre scrivo, se qualcuno legge la può ascoltare durante. Oggi un “Maybe i’m amazed”, un pezzo di P.Mc Cartney dedicato alla sua donna, qui fatto (meglio) dai Faces con Rod Stewart (il miglior truzzo della storia del rock) , il titolo si addice al tema

Dunque, nei giorni scorsi, ma da un po’ di tempo si parla spesso dei fake (d’ora in poi “falso” eccheddiamine parliamo italiano) che pullulano in rete, tipo quello della foto della Boschi alla firma con perizoma, rilanciato anche dai giornali esteri.

La questione meriterebbe anche analisi approfondite, interi trattati. Naturalmente qui sparo un paio di considerazioni generali.

I Fake fanno bene e io qui li elogio perchè:

1) abituano le persone a non fidarsi di quanto un mass media dichiara, presenta, proclama. Abituano le persone a “fare inchiesta”, verificare, incrociare fonti. Pena fare la figura dell’imbecille credulone. E così, le persone si affinano e si educano alla valutazione della fonte, fino forse ad arrivare non solo ad una valutazione binaria (vero/falso) ma addirittura sul piano retorico (una cosa non dice ma suggerisce, evidenzia un aspetto, ecc.), e se vogliamo dunque, arrivare ad un grado di verità secondo una logica fuzzy.

Visto che la scuola non lo fa, come sempre la strada, e qui si tratta di strade informatiche, è maestra di vita

2) Rivelano un aspetto di verità possibile. Se un falso è credibile, allora per certi versi rivela una estensione del reale che pure è reale, sia pure come immaginario.Queste estensioni immaginarie stanno sul piano del desiderio o sul piano del carattere effettivo nascosto del soggetto falsificato.

Non l’ho scritto benissimo. Riproviamo con un esempio, quello della Boschi, anche se atipico. Il falso non è molto credibile concettualmente, è solo un fotomontaggio fatto bene. E’ stato spesso rilanciato non tanto perchè qualcuno ci sia cascato, quanto perchè la Boschi, come oggetto del desiderio maschile, la si desiderebbe così. Tanto più che questo falso evoca un carattere effettivo potenziale di un altro soggetto falsificato: le Istituzioni dell’Italia. Se vedessimo una Boschi col perizoma per la strada, non significherebbe nulla. Ma vedendola alla firma della nascita del Governo, il perizoma significa perdita di autorevolezza, di forma, di serietà. Sfascio insomma. Ma è un significato estensivo che il reale aveva suggerito: i pantaloni blu elettrico, i tacchi, la mise insieme alla postura insomma della Boschi che esaltava il suo sedere, unite ad una scarsa credibilità accordabile alla politica italiana da anni, in un certo senso contenevano già la realtà del falso col perizoma.

3) di conseguenza, il falso, quando è ben fatto, ci aiuta a comprendere la  verità.

E d’altro canto, è proprio la famosa frase attribuita a Picasso (io di giorno mi scasso) , citato nel finale da Orson Welles nel suo ultimo film, forse il suo testamento artistico, F for Fake : L’arte è una menzogna che ci fa capire la verità

(vedi il finale del film da minuto 1.22.20 o anche tutto, anche con la musichetta di prima in sottofondo, che stride un po’ ma è proprio della stessa epoca, 1973, 40 anni fa)

 

Note per metafisica della fotografia (2)

Continuazione della parte prima, qui

Esiste una iconografia per questa immagine? A me pare che, più che parlare di iconografie, si possa parlare, in modo più sfumato, di “topoi“. In questo caso, precisamente quello dell’uomo disarmato, indifeso, contro l’uomo-macchina, armato.

Alcuni esempi: due pittorici, già studiati e connessi, nei banchi di scuola, tramite il testo di Argan sull’arte moderna:

La fucilazione di Goya e quella di Picasso (si può parlare di riferimento iconografico senza dubbio; in Goya è presente una figura di croce nel fucilato con la camicia bianca, scomparso in Picasso, che accentua il carattere macchinistico dei soldati).

Questa foto, famosissima, la vidi per la prima volta che ancora andavo all’asilo, e facevo disegni con pietre infuocate che cadevano su case in Vietnam: faccio parte della prima generazione televisiva. Mi fece molta impressione. (1)Se non sbaglio faceva parte di un filmato, è un fermo immagine. Così come la seguente, più recente e forse ancora più famosa:

Senza dubbio, quest’ultima è più astratta.  Non si vedono i volti. Abbiamo anche una sfumatura di senso diversa, meno perdente per l’uomo, quantomeno di sfida. In un certo senso questa figura esula un poco dalla serie iconologica che abbiamo qui rappresentato brevemente.

Questo per dire che, quando guardiamo una immagine, essa non può essere al di fuori di una iconologia, che lo si voglia o no, che questo riferimento sia voluto o no. Detto in altri termini, un’immagine, comunque si sia costituita (quindi, che sia fotografica o no), una volta emessa e presentata, diviene una rappresentazione visiva statica che sottostà alle medesime regole di interpretazione e lettura formali delle altre immagini prodotte in passato.  In tal senso, che la  formazione della immagine sia oggettiva, meccanica, o no, non modifica le regole di significazione e lettura delle immagini.

Un’altra cosa va detta a proposito di questa serie iconologica: contrariamente a quanto si possa pensare a prima vista, è omogenea. Infatti si tratta comunque di FOTOGRAFIE. Anzi, a dirla tutta, di riproduzioni elettroniche di fotografie entro questo blog. (e la loro “materia dell’espressione” è costituita dalle luci del vostro monitor, non è nemmeno una fotografia in senso stretto)

La fotografia della fucilazione di Goya y Lucientes non è una pittura. Ceci n’est pas une pipe. E’ una fotografia di quella rappresentazione pittorica, che c’è al Prado e misura 3,45 x 2,66 metri. Gran parte dei nostri ragionamenti a proposito della pittura nascono da un rapporto fra noi e una riproduzione fotografica. E’ ancora una fotografia quella che rappresenta un’altra rappresentazione statica, non di tipo fotografico. Alla stessa stregua, non è la vecchietta NO TAV quella che vediamo, ma una sua rappresentazione. La formazione di tipo meccanico – abbiamo detto “oggettivo” – della immagine, costituisce tuttavia uno scoglio concettuale da superare.  Poichè la formazione della immagine  della rappresentazione avviene con un processo indipendente dal soggetto – sottraendola ad un processo artistico di formazione – tendiamo a pensare che ciò che è rappresentato sia “la realtà oggettiva” : il quadro di Goya, la vecchietta no TAV, la bambina del napalm.  Ma è invece necessario sfuggire a questa illusione. Siamo sempre nell’ambito di una rappresentazione.

Nota (1) Sono andato a controllare la storia di questa immagine. Non è un fermo immagine di un filmato. Esiste un filmato della scena, ma il cameraman era distinto dal fotografo (il vietnamita Nick Ut). Per una breve storia di quella foto, e per vedere il filmato, qui.  La postura “a croce” della bambina al centro dell’immagina ha una rilevanza nella potenza iconica di questa immagine? Certo. Ma devo pure aggiungere che quella che ho mostrato qui, e che ho preso su internet senza troppo filtro critico, è tagliata. Nella foto originale, di formato più rettangolare, la bambina non è al centro e si vedono altri soldati sul bordo. Cfr qui

(continua – qui)