Pasolini

De Mauro, i dialetti, Pasolini

La Repubblica ripubblica (ahaha), in onore al recentemente deceduto Tullio de Mauro, un bel libro-conversazione fra Andrea Camilleri e lo stesso De Mauro, La lingua batte dove il dente duole, già edito da Laterza nel 2013. Ho letto le prime pagine, è godibilissimo e interessante, con questi due anziani dalla bella testa che fa scintille e con tanti interessanti ricordi, relazionati al tema della conversazione: la lingua e i dialetti italiani.

Annoto qui una frase di De Mauro che mi serve per l’argomento che avevo affrontato tempo fa in quella serie di post su Pasolini, in cui sostenevo che PPP abbia avuto, specie dopo la morte, un effetto controproducente sugli intellettuali italiani. (qui il primo della sequenza).

De Mauro: “Le classi colte di città, di Roma, di Milano, pensano che i dialetti siano cosa morta, che non si parlino più. Ma è una palese sciocchezza. Usiamo ancora i dialetti e li parliamo con forme ancora molto autonome rispetto all’italiano. Probabilmente gli intellettuali subiscono ancora l’influenza di Pasolini, che nel 1964 – prendendo una bella cantonata – sosteneva che era nato l’italiano e che il dialetto stava morendo, e che averemmo parlato un italiano tecnologico.

Annunci

Pasolini ecc. V. Intermezzo, le pasolineidi

Come dice Fabio Benincasa “Da oggi cominciano ufficialmente le Pasolineidi, le olimpiadi della rimembranza pasoliniana che raggiungeranno il culmine nel quarantesimo della morte, l’anno prossimo. Niente di male se l’anniversario diventa un’occasione per riflettere sul suo pensiero, non l’ennesima gara a costruire un santino agiografico buono per tutte le stagioni.

Ecco io ho cercato di partire in anticipo, cercando d’eliminare il santino in questo post (avendolo pure definito “la rovina degli intellettuali italiani” non per colpa sua ovvio ma di questi ultimi).

Ma per oggi, visto che 39 anni fa venne assassinato verso il giorno dei morti, metto qui un ricordo e un’altra cosa.

Il ricordo è che per un po’, dopo la sua morte, alcuni miei compagni “truzzi” si ingiuriavano chiamandosi a vicenda “Pasolini” come a dire sinonimo di ricchione. Lo raccontai a mio padre. Il quale, anche se oggi con i parametri della inquisizione LGBT verrebbe senz’altro giudicato un “omofobo” (poco tempo dopo il suo giudizio su Lou Reed fu semplicemente “ricchione drogato”), commentò dicendo che questi ragazzini erano imbecilli, che avrebbero dovuto baciare in terra per essere, anche lontanamente, come Pasolini.

L’altra cosa è il finale del primo episodio di Caro Diario di Nanni Moretti. In genere si snobba Nanni Moretti come radical chic, ecc. ecc. Sono critiche che non capisco. E dico senza vergogna che Caro Diario, e soprattutto il primo episodio, ed in particolare di esso il finale che qui riporto, mi sono stati sempre cari.

Pasolini ecc. IV – Dopo la presunta scomparsa delle lucciole

segue da qui

La parte dell’articolo delle lucciole che riguarda il “dopo scomparsa” è senz’altro la più centrata e convincente. I vecchi “valori” (qui nuovamente con le virgolette da lui messe), vengono definitivamente soppiantati dai nuovi “valori” della società consumistica prodotta dal neo capitalismo. Questo potere impone alla gente tali valori in modo molto più potente e pervasivo che il vecchio potere (quale ad esempio il fascismo in senso stretto). In questo senso, il potere democristiano d’allora era già divenuto un potere vuoto, privo di senso e funzione (tralasciamo qui di riportare le idee di P. riguardo a tale vuoto di potere).  Pasolini esprime parole molto dure riguardo a questo “mutamento antropologico” in Italia; riporto qui le famose frasi : “Era impossibile che gli italiani reagissero peggio di così a tale trauma storico. Essi sono divenuti in pochi anni (specie nel centro sud) un popolo degenerato, ridicolo, mostruoso, criminale.”

Nel documentario La Forma della Città di cui abbiamo già parlato, perfetto parallelo filmico dell’articolo delle lucciole, Pasolini dichiara: “Il regime è un regime democratico, eccetera, eccetera, però quella acculturazione, quella omologazione che il fascismo non è riuscito assolutamente a ottenere, il potere di oggi, cioè il potere della società dei consumi, invece, riesce a ottenere perfettamente. […] Il vero fascismo è proprio questo potere della civiltà dei consumi che sta distruggendo l’Italia, e questa cosa è avvenuta talmente rapidamente che non ce ne siamo resi conto, è avvenuta in questi ultimi cinque, sei, sette, dieci anni… è stato una specie di incubo in cui abbiamo visto l’Italia intorno a noi distruggersi, sparire. Adesso, risvegliandoci, forse, da questo incubo, e guardandoci intorno, ci accorgiamo che non c’è più niente da fare”

(la trascrizione è tratta da qui )

Questo tema è peraltro ricorrente nell’ultimo Pasolini (è stato rilevato ad es. il riferimento ad un altro articolo degli scritti corsari, che riguarda la acculturazione e la televisione , vedi qui.

Vorrei chiudere questo discorso che ho incautamente aperto su Pasolini, in due direzioni:

1) una critica al suo assetto di pensiero per la duplice ragione di non aver sciolto le proprie contraddizioni interne, e di aver coltivato, forse non senza compiacimento, questo pesssimismo da un lato puramente estetico, dall’altro anche inesorabile, ineluttabile : “non c’è più niente da fare”. Che poi in fondo è un po’, con tutto il rispetto, da vecchio trombone che rimpiange i bei tempi andati in cui i fanciulli erano analfabeti e puri. Cosa che ha consentito che il suo pensiero venisse male utilizzato, vedi punto seguente.

2) il modo con cui l’opera e il pensiero di Pasolini siano stati utilizzati in modo pigro e come alibi dalla gran parte degli intellettuali italiani, ma forse sarebbe meglio dire dall’establishment culturale italiano. Esso ha canonizzato il Pasolini non per quello che lui avrebbe voluto essere, ma quello che purtroppo talvolta è stato suo malgrado: un decadente, un pessimista, un conservatore, nel migliore dei casi un Pascoli dei tempi moderni. Utile per la classe dirigente più retriva, quella borghesia che egli definiva “la più ignorante d’Europa”, che poteva così trincerare il suo conservatorismo bieco dietro il prestigio e l’impegno autentico di Pasolini, impossessandosene indebitamente.  La sua fine è stata proprio quella del corvo in uccellacci e uccellini, anche se a mangiarlo non sono stati Totò e Ninetto.

ma proverò a farlo alla prossima puntata

Pasolini ecc. II. Lucciole non ancora scomparse, e lanterne

Continua da qui

Perché, per tentare di decomporre il mito di Pasolini, cominciare dall’articolo delle lucciole? Perché, proprio il fatto oggettivo falso (la scomparsa delle lucciole), mette in chiara evidenza quanto il mondo rappresentato da Pasolini fosse più mitico che effettivamente reale. Con tutta la complessità e ricchezza che contraddistinguono quel suo mondo (e dunque pur con le sue tante diverse sfumature e consapevolezza di Pasolini di questo essere non più presente).

Pasolini tendenzialmente rifiutava la realtà se essa non veniva in qualche modo a corrispondere ad un’idea di realtà ideale, mitica, che egli poeticamente si era fatto. Pertanto, le lucciole, nell’inferno del capitalismo, irreale, non dovevano esserci, dovevano scomparire. In realtà, chiunque lo può oggettivamente constatare andando nelle nostre campagne, le lucciole non sono affatto scomparse. E nemmeno dunque lo erano al momento in cui P. scrisse questo celebre pezzo, uno dei suoi ultimi, per il Corriere della Sera e poi in Scritti Corsari. (1 febbraio 1975, il 40ennale s’avvicina).
L’articolo, è noto, non parla davvero delle lucciole, ma dei cambiamenti della società e politica italiana in relazione al fascismo (fascismo “aggettivo” o “sostantivo”), traendo spunto da un articolo di Franco Fortini su tale tema.
La “scomparsa delle lucciole” è un dispositivo, certamente affascinante e poetico, oltre che emblematico, di periodizzazione storica di fasi di trasformazione della società italiana (prima, durante e dopo la scomparsa delle lucciole). Ma questa brillante scorciatoia è, sul piano scientifico, molto discutibile. Soprattutto se le lucciole in realtà non erano scomparse. Ma questa licenza poetica gliela possiamo perdonare.
Dunque, prima della scomparsa delle lucciole, secondo Pasolini, esiste una totale continuità fra fascismo vero e proprio e potere democristiano (“continuità … completa e assoluta).

Ma quest’altra iperbole già è più difficile da digerire: forse esiste una continuità sottotraccia, di valori di fondo, ma non certo una continuità completa e assoluta! E’ oggettivo. Pasolini nel seguito dell’argomentazione tratta dunque della sostanza possibile del suo discorso: la continuità dei valori: ” ... gli stessi che per il fascismo: la Chiesa, la patria, la famiglia, l’obbedienza, la disciplina, l’ordine, il risparmio, la moralità. Tali “valori” … erano anche “reali”: appartenevano cioè alle culture particolari e concrete che costituivano l’Italia arcaicamente agricola e paleoindustriale. Ma nel momento in cui venivano assunti a “valori” nazionali non potevano che perdere ogni realtà, e divenire atroce, stupido, repressivo conformismo di Stato: il conformismo del potere fascista e democristiano.
Al di là del fatto che questa lettura di continuità, dati storici alla mano, risulta quantomeno molto forzata (e per alcuni aspetti avallabile solo in funzione politica spicciola di propaganda contro la DC allora “balena bianca” al potere), qui viene fuori inevitabilmente una contraddizione interna a Pasolini, contraddizione che credo mai risolse. Perché, se continuità vi fu, non fu certamente sul piano politico istituzionale (indimostrabile oggettivamente, alla stregua della scomparsa delle lucciole), ma sul piano dei valori (con o senza virgolette) di “enormi strati di ceti medi e di enormi masse contadine, gestiti dal Vaticano .. fondata su un registro totalmente repressivo.”  Ora però, questa continuità che egli condanna, è pure la continuità di una entità precapitalistica e perciò per lui buona e “reale” (lui mette le virgolette), quella dell’Italia “arcaicamente agricola e paleoindustriale”. Per sanare la contraddizione, Pasolini deve introdurre questo concetto di assunzione a valori nazionali (e politici). Tuttavia, capite bene che è un discorso che razionalmente fa acqua da tutte le parti: abbiamo una continuità “assoluta” che invece tale non è, ma semmai fondata su una continuità di valori sostanzialmente precapitalistici (anche su questo ci sarebbe da ridire) che, in quanto “arcaicamente agricola e paleoindustriale” sarebbe per lui buona cosa, ma in realtà è cattiva in quanto si assume come “valore nazionale” (e in che modo avviene questo passaggio? Pasolini non lo spiega, è un poeta, d’altronde), in una sostanziale identità fra partito fascista e DC (che è per la democrazia, ma solo formalmente però) garantita dal Vaticano. Per una storia a fumetti va abbastanza bene, per il grosso del pubblico “midcult” che votava PCI o PSI negli anni 70 pure, ma forse a noi oggi proprio non basta. Pur rispettando e trovando anche ricca quella contraddizione irrisolta nel pensiero di Pasolini
sabaudia003jpgTroviamo in fase d’elaborazione di questo concetto di doppio registro (sociale e istituzionale) dell’ideologia solo un anno prima, in una apparizione per una trasmissione della RAI: “il fascismo, il regime fascista non è stato altro, in conclusione, che un gruppo di criminali al potere” che “non ha potuto fare niente, non è riuscito ad incidere, nemmeno a scalfire lontanamente la realtà dell’Italia. Sicché Sabaudia, benché ordinata dal regime secondo certi criteri di carattere razionalistico-estetizzante-accademico, non trova le sue radici nel regime che l’ha ordinata ma […] in quella realtà che il fascismo ha dominato tirannicamente ma che non è riuscito a scalfire, cioè è la realtà dell’Italia provinciale, rustica, paleoindustriale, che ha prodotto Sabaudia e non il fascismo” (in Pasolini e la forma della città, documentario Rai trasmesso il 7 febbraio 1974)
Anche qui, al posto dello sguardo storico razionale, di una possibile analisi effettiva, troviamo una lettura sentimentale, irrazionalistica, ricca di contraddizioni, avente di nuovo come protagonista questa entità mitica, questa età dell’oro, la realtà dell’Italia provinciale, rustica, paleoindustriale.

(continua qui)

Pasolini rovina degli intellettuali italiani (I)

E’ da qualche mese che mi frulla in testa questo concetto: Pasolini – pur nella sua statura di intellettuale poliedrico, anzi, proprio a causa della sua statura – è stato controproducente per la cultura italiana successiva.

Cioè ha avuto un effetto generale di chiusura, di pessimismo della volontà (per citar Gramsci), che ha favorito, indirettamente, pure atteggiamenti peggiori di opportunismo, di scarso aggiornamento, di scarso rigore (tipico il caso di questi narratori-saggisti, che coprono le loro carenze narrative o poetiche dietro la necessità di essere attuali e realisti, e viceversa coprono le loro carenze scientifiche e analitiche dietro la licenza poetica o narrativa), di radical-schicchismo facile ecc. ecc.

Ragion per cui oggi, dato che Pasolini è ormai divenuto un santino intoccabile, un profeta, quale lui purtroppo nei momenti di tentazione mi pare volesse pur essere, è necessario smontare un po’ alcuni suoi aspetti che hanno determinato gli effetti negativi successivi.

Vorrei cominciare dal fatto che le lucciole non erano affatto scomparse. E oggi ci sono ancora. (alla prossima puntata, qui)