Newton Compton

L’importanza dell’edizione

Musica per questo sabato: aria da G.Donizetti (parole di F.Sacco) in seguito canzone popolare napoletana, Te voglio bene assaje, poi capirete perchè

 

L’altro giorno aggirandomi nella mia libreria alla ricerca di un libro da leggere o rileggere, ho visto questo racconto di Theophile Gautier, edizione 100 pagine 1000 lire Newton Compton editore, 1993. Intonso. L’avevo comprato, non l’avevo mai letto. Gautier è un autore che mi interessa ma di cui in realtà, a ripensarci, ho letto pochissimo.

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Ho letto i primi capitoli. Gautier è uno scrittore ricco, molto sensoriale, soprattutto visivo. E’ abbastanza un pittore della parola. Il libro è ambientato a Napoli (questo il motivo della musica di oggi: nel testo c’è anche una descrizione di gente comune di Napoli che canta questa aria meravigliosamente bene).

Ma tutte le volte che guardo la copertina non mi viene voglia di leggerlo. In realtà, forse la copertina è la ragione per cui questo libro non l’ho ancora letto. Mettere un mendicante di Otto Dix ad illustrazione è quanto di più sbagliato si possa immaginare; e mi torna in mente Calasso, selezionatore di immagini di copertina raffinato e intelligente per i suoi Adephi, cosa di cui ho parlato qualche sabato fa al punto 2 e 3 qui. Non c’entra proprio nulla, nemmeno in opposizione. La pittura verbale di Gautier è artisticamente affine alla bella pittura e disegno dei coevi accademici francesi in giro per il Grand Tour, gusto per la classicità – una nota di esotismo cosmopolita – compreso.  Che c’entra Dix? Non per stile, colore disegno, soggetto, mentalità, concetti, contenuti, collocazione geografica o temporale. Difficile immaginare un’immagine meno adatta al contenuto del libro. L’unica cosa che può collegare quell’immagine al testo è qualcosa di estremamente superficiale: gli occhiali scuri del mendicante, che ricordano quelli di Totò nella parte dello jettatore ne La Patente.

Ma, d’altro, canto era un cento pagine mille lire (potere d’acquisto di allora di mille lire, a sensazione circa un euro e mezzo). L’edizione di qualità quasi sempre costa, e anche la copertina è molto importante, come Calasso insegna.

Totò, la patente

 

 

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Futuro remoto III (Jules et Ray)

Il racconto “Parigi nel XX secolo” di Jules Verne non venne pubblicato se non nel 1994, a più di 130 anni dalla sua prima ed ultima stesura, avvenuta nel 1863.  In Italia venne pubblicato nel 1995 da Newton Compton direttamente nella collana 100 pagine 1000 lire, in edizione insomma assai modesta e priva di apparato critico.  Oltre alla voce Wikipedia che già abbiamo collegato nella puntata precedente, è da segnalare un buon riassunto di questo lavoro di Verne in questo scritto di Gianfranco de Turris (che inoltre contiene interessanti considerazioni, anche parallele con uno scritto analogo di Emilio Salgari)

Verne fotografato da Nadar (of course) 1885 circa

Mi stupisce un po’ il fatto che nessuno abbia rilevato le analogie fra il movimento mentale di Verne e quello di Ray Bradbury in Farenheit 451 nell’immaginarsi una società futura. Analogie tanto più notevoli proprio perchè Bradbury non aveva certamente letto quel racconto di Verne.
Il concetto principale del racconto di Verne, ambientato nel 1960, è infatti un futuro in cui la cultura umanistica non solo viene trascurata, ma addirittura osteggiata e bandita. Ma mentre Bradbury si immagina una società socialdemocratica in cui i mezzi di coercizione statali sono forti e si arrogano il diritto di eliminare i libri, in Verne la società è di tipo liberista, in cui l’apparato statale è burocratico ed accompagnato da grandi società private che ne determinano l’orientamento con la loro forza economica; pertanto, questo attacco alla cultura umanistica non avviene in modo autoritario ed attraverso elementi di istituzioni pubbliche, ma  attraverso gli incentivi che vengono dati alle persone, attraverso la formazione della loro mentalità. Nella Parigi del XX secolo, chi coltiva l’umanesimo, la letteratura, l’arte ha di fatto di fronte un destino – come quello del protagonista – di umiliazioni, scherno, miseria, mentre solo chi si occupa di tecnica viene premiato. Va da sè che pure in Verne, i pochi che coltivano l’umanesimo (con forte coloritura romantica, a dire il vero) tendono di fatto a farlo segretamente, come accade per i personaggi di Bradbury contrari alla distruzione dei libri. (1)

Immagine del Pantelegrafo dell’Abate Caselli

Tralasciando l’aspetto invece normalmente trattato (le tecniche che Verne aveva previsto; fra esse, il fax … nulla di straordinario, dal momento che già allora era stato immaginato dall’Abate Caselli, come dice lo stesso Verne nel racconto; reti di viadotti sopraelevati con treni tipo monorotaia, e altre cose non particolarmente notevoli), questo approccio simile a Farenheit 451 ci stupisce un poco, perchè non ce lo si attende da Verne.

La prima reazione è pensare che anch’egli, come Bradbury, questa non l’avesse azzeccata. La nostra società non esclude nulla, è onnicomprensiva, è inclusiva. Le nicchie culturali sono anche nicchie di mercato e pertanto sono tutte salvaguardate, compresa quella umanistica.

Ma a ben vedere, forse non è così. Forse in effetti, in modo lento e strisciante è in atto un movimento di egemonia culturale antiumanistica. E in modo più simile a quello immaginato da Verne nel 1860 che nel 1950 da Bradbury. Questa spinta avviene attraverso un cambio di mentalità, attraverso la predominanza dell’economico su ogni altro aspetto, a cui la tecnica, il sapere, tutta l’esistenza umana viene piegata. Sembra l’Europa di oggi, no?

Nota 1)
Nella Parigi del XX secolo di Verne –  il quale nel 1863, sebbene non più giovanissimo,  avrebbe ancora dovuto divenire uno scrittore di successo  – l’autore, sul finire del racconto, fa apparire invero una grande istituzione dedita alla produzione di testi teatrali d’ogni sorta dal nome suggestivo: il Grande Emporio Drammatico. Questa istituzione (pubblica) produceva, quasi come in una catena di montaggio, attraverso il lavoro collettivo di molti scrittori specializzati in componenti delle varie pieces, testi di vario genere da rappresentare dei teatri, di largo consumo. Sebbene Verne non avesse previsto nè il cinema nè tantomeno la TV (mezzi di spettacolo che avrebbero soppiantato il teatro come mezzo di spettacolo di massa), nonostante fosse amico di Nadar che solo due anni dopo fece un famoso autoritratto che in qualche modo preconizza il cinema (e che in seguito mettiamo qui montato in sequenza filmica), indubbiamente aveva colto nel segno immaginando che la produzione della letteratura di spettacolo sarebbe stata di largo consumo e costruita come un prodotto industriale.
Anche qui, bisogna un poco rovesciare i termini di lettura usuali: in genere si pensa a lodare la visione lungimirante dell’autore. In realtà, le previsioni sono più probabilmente indice del fatto che certe dinamiche siano già in atto all’epoca, estrapolabili.