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Nota di Renato Nicolini sulla cosiddetta “liberalizzazione delle professioni” nel campo delle costruzioni

“cartolina” di Renato Nicolini nel bollettino (chiamasi ora newsletter) di Luigi Prestinenza Puglisi, PresS/Tletter febbraio 2012.

Non basta la parola, ci vuole un progetto. C’è l’esempio della professione dell’architetto. Da un bel pezzo, tutto è in mano alle Società d’Ingegneria… L’architetto più famoso d’Italia, Renzo Piano, come professionista (se non sbaglio) è fallito, e opera come stipendiato della Renzo Piano Workshop Building… La trasformazione della professione dell’architetto in quella di lavoratore dipendente non ha portato ad un aumento della concorrenza e della capacità, al contrario… Ha favorito in modo evidente la finanziarizzazione del settore delle costruzioni, dove le capacità tecniche contano ormai molto meno della capacità di trovare credito e muoversi sul mercato… Per quanto riguarda lo sviluppo d’Italia, questa trasformazione ha piuttosto frenato che accelerato lo sviluppo… Ha favorito, infatti, la propensione alle Grandi Opere, dalla TAV in Val di Susa al Ponte di Messina. Le Grandi Opere, in astratto, veicolano come nessun altra cosa la circolazione del Capitale. A condizione, però, che siano opere fattibili. Dopo due decenni di provvedimenti tipo Leggi Obiettivo, equamente diffuse tanto presso Prodi che presso Berlusconi, anche i più testardi si stanno convincendo che le opposizioni di carattere ecologico o sociale non si cancellano per decreto legge. Mentre è evidente a tutti il carattere (basta un confronto superficiale con gli elaborati del concorso per il Ponte di Messina degli Anni Settanta, esposti recentemente al MAXXI) perlomeno approssimativo, a tirar via, dell’”esecutivo” per il Ponte di Messina… La deriva dei continenti, che allontana Calabria e Sicilia, non si sconfigge con le pecionate. Ma c’è di peggio. In Italia, non è la prima volta che lo scrivo, si avrebbe bisogno di una cultura delle Piccole Opere. Progetti di messa in sicurezza del patrimonio pubblico, cominciando dalle scuole; progetti di recupero urbano, ricostituendo una rete di spazi e percorsi pubblici nelle città; progetti di trasformazione dell’hinterland da terra di nessuno, della metropoli diffusa, in spazi dove si possa abitare; progetti di messa in sicurezza del territorio dissestato, minacciato da frane, smottamenti, allagamenti e fiumi di fango; progetti di restauro paesaggistico. Tutte cose per le quali una rete in concorrenza di studi professionali garantirebbe qualità molto più delle società d’ingegneria… E allora, professor Monti?

POSTCOMMENTO MIO

Mi è piaciuta la “cartolina” di Renato Nicolini. Perchè mi pare che sia uno dei pochi scritti che ho letto in questi giorni che non considera la parola “liberalizzazione” come una sorta di parola “mana”, un amuleto, una parola jolly, ma osserva chiaramente come, dietro a questo termine opaco, si nasconde null’altro che le ultime battute dello smantellamento della libera professione nel campo delle costruzioni, per lasciar posto alle società di capitali che organizzano la forza lavoro tecnica (ex professionisti) alla stregua di nuovi proletari (questo lo dico io). E, più in generale, una politica economica volta ad eliminare i lavoratori autonomi, e incrementare per quanto possibile i lavoratori dipendenti ma precari. Un salto indietro di 150 anni. Controriforme!

Trovo anche interessante il connettere queste dinamiche di struttura professionale alle opere. Le riforme volte a lasciare sul campo le grandi società di progettazione ed eliminare gli studi professionali, si lega alla scelta della “grande opera” contro le piccole opere diffuse. Ma questo va chiaramente in contraddizione con le REALI NECESSITA’ che si pongono nella gestione del territorio nel XXI secolo! Le grandi opere erano una cosa sensata nell’800 e nel ‘900, oggi le cose cambiano. Per cui, non solo questo schema mentale delle “liberalizzazioni” e delle “grandi opere” non è affatto ineluttabile, ma anche retrogrado e anacronistico, oltre ad essere socialmente deleterio.