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Pasolini ecc. II. Lucciole non ancora scomparse, e lanterne

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Perché, per tentare di decomporre il mito di Pasolini, cominciare dall’articolo delle lucciole? Perché, proprio il fatto oggettivo falso (la scomparsa delle lucciole), mette in chiara evidenza quanto il mondo rappresentato da Pasolini fosse più mitico che effettivamente reale. Con tutta la complessità e ricchezza che contraddistinguono quel suo mondo (e dunque pur con le sue tante diverse sfumature e consapevolezza di Pasolini di questo essere non più presente).

Pasolini tendenzialmente rifiutava la realtà se essa non veniva in qualche modo a corrispondere ad un’idea di realtà ideale, mitica, che egli poeticamente si era fatto. Pertanto, le lucciole, nell’inferno del capitalismo, irreale, non dovevano esserci, dovevano scomparire. In realtà, chiunque lo può oggettivamente constatare andando nelle nostre campagne, le lucciole non sono affatto scomparse. E nemmeno dunque lo erano al momento in cui P. scrisse questo celebre pezzo, uno dei suoi ultimi, per il Corriere della Sera e poi in Scritti Corsari. (1 febbraio 1975, il 40ennale s’avvicina).
L’articolo, è noto, non parla davvero delle lucciole, ma dei cambiamenti della società e politica italiana in relazione al fascismo (fascismo “aggettivo” o “sostantivo”), traendo spunto da un articolo di Franco Fortini su tale tema.
La “scomparsa delle lucciole” è un dispositivo, certamente affascinante e poetico, oltre che emblematico, di periodizzazione storica di fasi di trasformazione della società italiana (prima, durante e dopo la scomparsa delle lucciole). Ma questa brillante scorciatoia è, sul piano scientifico, molto discutibile. Soprattutto se le lucciole in realtà non erano scomparse. Ma questa licenza poetica gliela possiamo perdonare.
Dunque, prima della scomparsa delle lucciole, secondo Pasolini, esiste una totale continuità fra fascismo vero e proprio e potere democristiano (“continuità … completa e assoluta).

Ma quest’altra iperbole già è più difficile da digerire: forse esiste una continuità sottotraccia, di valori di fondo, ma non certo una continuità completa e assoluta! E’ oggettivo. Pasolini nel seguito dell’argomentazione tratta dunque della sostanza possibile del suo discorso: la continuità dei valori: ” ... gli stessi che per il fascismo: la Chiesa, la patria, la famiglia, l’obbedienza, la disciplina, l’ordine, il risparmio, la moralità. Tali “valori” … erano anche “reali”: appartenevano cioè alle culture particolari e concrete che costituivano l’Italia arcaicamente agricola e paleoindustriale. Ma nel momento in cui venivano assunti a “valori” nazionali non potevano che perdere ogni realtà, e divenire atroce, stupido, repressivo conformismo di Stato: il conformismo del potere fascista e democristiano.
Al di là del fatto che questa lettura di continuità, dati storici alla mano, risulta quantomeno molto forzata (e per alcuni aspetti avallabile solo in funzione politica spicciola di propaganda contro la DC allora “balena bianca” al potere), qui viene fuori inevitabilmente una contraddizione interna a Pasolini, contraddizione che credo mai risolse. Perché, se continuità vi fu, non fu certamente sul piano politico istituzionale (indimostrabile oggettivamente, alla stregua della scomparsa delle lucciole), ma sul piano dei valori (con o senza virgolette) di “enormi strati di ceti medi e di enormi masse contadine, gestiti dal Vaticano .. fondata su un registro totalmente repressivo.”  Ora però, questa continuità che egli condanna, è pure la continuità di una entità precapitalistica e perciò per lui buona e “reale” (lui mette le virgolette), quella dell’Italia “arcaicamente agricola e paleoindustriale”. Per sanare la contraddizione, Pasolini deve introdurre questo concetto di assunzione a valori nazionali (e politici). Tuttavia, capite bene che è un discorso che razionalmente fa acqua da tutte le parti: abbiamo una continuità “assoluta” che invece tale non è, ma semmai fondata su una continuità di valori sostanzialmente precapitalistici (anche su questo ci sarebbe da ridire) che, in quanto “arcaicamente agricola e paleoindustriale” sarebbe per lui buona cosa, ma in realtà è cattiva in quanto si assume come “valore nazionale” (e in che modo avviene questo passaggio? Pasolini non lo spiega, è un poeta, d’altronde), in una sostanziale identità fra partito fascista e DC (che è per la democrazia, ma solo formalmente però) garantita dal Vaticano. Per una storia a fumetti va abbastanza bene, per il grosso del pubblico “midcult” che votava PCI o PSI negli anni 70 pure, ma forse a noi oggi proprio non basta. Pur rispettando e trovando anche ricca quella contraddizione irrisolta nel pensiero di Pasolini
sabaudia003jpgTroviamo in fase d’elaborazione di questo concetto di doppio registro (sociale e istituzionale) dell’ideologia solo un anno prima, in una apparizione per una trasmissione della RAI: “il fascismo, il regime fascista non è stato altro, in conclusione, che un gruppo di criminali al potere” che “non ha potuto fare niente, non è riuscito ad incidere, nemmeno a scalfire lontanamente la realtà dell’Italia. Sicché Sabaudia, benché ordinata dal regime secondo certi criteri di carattere razionalistico-estetizzante-accademico, non trova le sue radici nel regime che l’ha ordinata ma […] in quella realtà che il fascismo ha dominato tirannicamente ma che non è riuscito a scalfire, cioè è la realtà dell’Italia provinciale, rustica, paleoindustriale, che ha prodotto Sabaudia e non il fascismo” (in Pasolini e la forma della città, documentario Rai trasmesso il 7 febbraio 1974)
Anche qui, al posto dello sguardo storico razionale, di una possibile analisi effettiva, troviamo una lettura sentimentale, irrazionalistica, ricca di contraddizioni, avente di nuovo come protagonista questa entità mitica, questa età dell’oro, la realtà dell’Italia provinciale, rustica, paleoindustriale.

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