Baudelaire

La città e la prosa poetica

Quel est celui de nous qui n’a pas, dans ses jours d’ambition, rêvé le miracle d’une prose poétique, musicale sans rythme et sans rime, assez souple et assez heurtée pour s’adapter aux mouvements lyriques de l’âme, aux ondulations de la rêverie, aux soubresauts de la conscience? C’est surtout de la fréquentation des villes énormes, c’est du croisement de leurs innombrables rapports que naît cet idéal obsédant. da Charles Baudelaire, Le Spleen de Paris, Préface.

(Chi di noi non ha sognato, nei suoi giorni di ambizione, il miracolo di una prosa poetica, musicale senza ritmo nè rima, abbastanza flessuosa e scolpita da adattarsi ai movimenti lirici dell’anima, alle ondulazioni del fantasticare, ai soprassalti della coscienza? È soprattutto dalla frequentazione delle città enormi, dall’incrocio dei loro innumerevoli rapporti, che nasce questo ideale ossessivo.)

(trovo geniale questo accostamento fra la “prosa poetica” e la frequentazione della grande città. Qualcosa che ho anche provato, un paio di volte, nei “miei giorni d’ambizione”;  ripubblicherò qui quelle volte, pezzi in precedenza pubblicati in precedenti blog ora scomparsi. Anche se anch’io, e a maggior ragione je m’aperçus que non seulement je restais bien loin de mon mystérieux et brillant modèle mais encore que je faisais quelque chose (si cela peut s’appeler quelque chose) de singulièrement différent …)

Il testo dello Spleen è preso da qui

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Note per metafisica della fotografia 4

Bene, provo a “buttare giù” alla svelta qualcosa che avevo promesso qui

Baudelaire, parlando del Salon del 1859 e della sua grande novità, una sezione dedicata alla fotografia,  in realtà non giudica male la fotografia. Giudica male due tipi di soggetti che stanno attorno a questa novità di allora: il pubblico, e alcuni artisti che nella fotografia hanno trovato rifugio (… l’industrie photographique … le refuge de tous les peintres manqués, trop mal doués ou trop paresseux pour achever leurs études…) . Il pubblico, quel pubblico che pensa che l’arte altro non sia che una “riproduzione esatta della natura” e pertanto “dato che la fotografia ci dà tutte le garanzie desiderabili di esattezza (essi lo credono davvero, stolti!) l’arte, è la fotografia“.

Il discorso che fa Baudelaire sulla fotografia ha altri addentellati (oltre a quello dell’arte come immaginazione contro l’arte come copia della natura – naturata – il rapporto fra “gusto del vero” e “gusto del bello”, il legittimo desiderio dell’artista di emozionare, ma anche il legittimo “desiderio di sognare”.  Ma pensiamo che egli non abbia avuto il tempo – morì nel 1867 –  di portare a maturazione una giusta idea di come la fotografia avrebbe potuto essere “arte”.

Ma diciamo in maniera molto schematica: l’arte non può essere un procedimento meccanico, automatico, ecc. L’arte non è un risultato, l’arte è una azione umana volta alla rappresentazione del mondo (il mondo, poi, non è composto solo da oggetti, da corpi; la realtà non è solo materiale). L’arte è una abilità, è un mestiere. L’arte fotografica in realtà consiste proprio nel rendere sopra-naturale (simbolico, emblematico, oltre la realtà fenomenica) ciò che è una impressione automatica della luce su un supporto attraverso un obiettivo. La fotografia è arte solo quando ha una virtù in un certo senso opposta a quella che pensava il pubblico dei Salon criticato da Baudelaire.

Paris Exposition Universelle 1855

Però la cosa forse più importante è che spesso e per molti  (a me ad esempio)  la fotografia piace non in quanto arte, ma proprio come mera estensione meccanica delle nostre capacità visive. Per la sua capacità di offrire, con accettabile approssimazione, la sensazione di essere stati in un certo posto in un certo tempo, dove  i nostri occhi non c’erano, ma al loro posto c’era l’obiettivo che ha scattato. Una rappresentazione pittorica implica l’arte, e la rappresentazione in senso stretto. Una fotografia no. E’, si, una rappresentazione (diventa rappresentazione, previo processo di significazione) . Ma non essendo – in prima battuta – una rappresentazione intenzionale, filtrata da un uomo, ma meccanica ed in parte involontaria, è più una trascrizione di una manifestazione fenomenica, che una rappresentazione in senso stretto. Quindi il filtro fra noi e il rappresentato (la manifestazione fenomenica) è minore. E la cosa interessante della fotografia sta proprio in questo. Cio che ci piace della fotografia è, soprattutto, fare uno scatto e, rivedendolo, cogliere con sorpresa elementi che non avevi prima notato.

Comprendere che lo sguardo degli occhi opera una sintesi fin dal primo momento, escludendo elementi di scarso significato (per il vedente), che invece risaltano, senza pietà, senza riguardo, senza criterio, con sorpresa, nella manifestazione fotografica.

(continua qui)

Note per meta.. fotografia (3 – parentesi)

(prima parteseconda parte)

Proviamo ad allargare il discorso. Tra le varie ossessioni che percorrono l’ultimo libro di Marc Fumaroli, Parigi New York e ritorno ce n’è una che  ha forse provocato questa mia riflessione. La condanna durissima della fotografia da parte di Baudelaire critico d’arte (qui a fianco fotografato da Nadar … noto solo ora che si tratta di una inquadratura a “piano americano”).  L’originale delle note di Baudelaire  a riguardo, le trovate ai paragrafi II e III del Salon del 1959, in questo sito. In italiano, sono raccolti in libro da Einaudi .

Fumaroli è un tipico autore francese. A me i migliori autori francesi danno sempre l’impressione di girare in tondo e non parare da nessuna parte, inebriandomi come di profumi e buon vino. In effetti, non chiudono mai, lasciano molto margine, molte sfumature quasi indistinte. Questo mi infastidisce. Però, poi ti rimane  qualcosa. Così mi accadeva sempre con l’adorabile Roland Barthes. Ti avvince, molto affascinante, ad un certo punto però pensi sia quasi fuffa, di gran classe e piacevolissima, ma fuffa. Ma poi ti resta sempre qualcosa di notevole, che usi. I suoi punti sono in realtà molto stabili.

Di Barthes, sulla fotografia è La Camera Chiara.  Sono ormai del tutto convinto che la sua teoria del punctum e dello studium non stia in piedi assolutamente. O meglio, è suggestiva, c’è qualcosa, ma non si capisce davvero per qual motivo debba essere applicata alla fotografia e non anche alla pittura, o a qualsiasi cosa percepibile (forse perchè la fotografia contiene comunque un residuo di documentalmente involontario?) . Fumaroli riporta di Barthes non questa “teoria”, ma l’osservazione, basilare, del rapporto della fotografia con l’istante passato e pertanto con la morte.

Mi tocca a questo punto parlare delle idee di Baudelaire sulla fotografia. La prossima puntata. Magari anche con un possibile incrocio sulla questione – parente – del rapporto di differenza fra scultura e calchi, che ci riporta a quanto in proposito scritto da Cesare Brandi per cominciare Arcadio o della Scultura,  a proposito dei calchi di Pompei. (qui sotto, vediamo una immagine di una fotografia di un calco di Pompei)

(continua qui)