architettura

La Signora dell’architettura

L’altro giorno ero sul tetto, tutto in vetro, di un grande edificio che ho contribuito a progettare. Sul dorso a scaglie …(continua qui)

La signora dell’architettura – di Guido Aragona

Note sulla cultura del critico

Ho avuto parecchio da fare in questo periodo

Comunque ho fatto un nuovo scritto breve per PresS/Tletter. Qui

Messa l’immagine di ex biblioteca di Beinasco su disegno di Bruno Zevi. A dimostrazione che il buon critico d’architettura è spesso un architetto un po’ fallito.

zevi beinasco

Prassi e poiesi (tre)

Questa faccenda di nominare diversamente il fare (e fare arte è solo il fare poietico, non quello pragmatico) può sembrare, come suol dirsi volgarmente, una pippa mentale.  Ma non è così. Svariati filoni dell’arte novecentesca hanno proposto operazioni pragmatiche, anzichè opere poietiche. La discussione sul cosa sia l’arte era oziosa e male impostata, perchè sembrava un fatto qualitativo. Un pittore è bravo ed è arte, uno è un cane e allora non è arte. Nasceva tutto dalla vanità (o dal tentativo di ascesa sociale) dell’artista che voleva distinguersi dall’artigiano … lui faceva arte e l’artigiano no. In realtà, la vera distinzione concettuale è fra prassi (non arte, ma azione) e poiesi (arte). Poi ci saranno azioni belle e buone e brutte e cattive, arte bella e buona e brutta e cattiva. In quel senso, la discussione se una cosa sia arte o no non è oziosa o “superata”, è essenziale.

Cominciare a dire che le 7000 querce di Beuys, come tante altre sue “actionen” (se non sai vedi qui) non sono – per definizione, per costituzione – arte, non vuol dire arroccarsi tristemente in una difesa conservatrice del passato, significa solo difendere una legittima volontà di interpretare correttamente il mondo. Piantare alberi è bello, ci piace, magari è qualcosa di per sè più meritevole che dipingere un quadro ecc. ecc. ma non è arte, non è una “disposizione accompagnata da ragionamento vero che dirige il produrre (poiesis) ” (1)  E’ una prassi, una azione.

Forse, ad esempio, anche certi meccanismi compositivi proposti da Rodari – mi viene in mente perchè l’altro giorno Luigi Codemo ne ha scritto qui  – sono pragmatici più che poietici.

Mi pare invece che da questo punto di vista sia invece da esaminare concettualmente come si pone la produzione a macchina rispetto alla produzione a mano. La produzione a macchina è ancora una poiesi in senso stretto?

(1) Definizione di arte (teckne) contenuta in Aristotele Etica Nicomachea VI, 4 , in cui si parla della distinzione praxis poiesis da cui eravamo partiti.  Vedo in rete che ne parlò pure Guido Nardi, vedi qui. Stramente però Nardi non dice che Aristotele, laddove è da noi tradotto “architettura”, usa il termine Oikodomikè (comunemente tradotto nei vocabolari appunto con “architettura”) Sotto questo profilo, sarebbe anche utile una pulitina concettuale anche sull’uso del termine stesso “architettura” (il mio insegnante e amico Pio Brusasco lo fece per gli studenti in questo libro)

Fat girl, fat girl!

Jazz di oggi: Fat Navarro, fat girl. (fat girl era il suo nomignolo, essendo Fat Navarro gay)

Forse la cosa più necessaria, oggi, è lottare per mantenere il livello minimo di ragione nelle cose, nei comportamenti fra le persone, negli atti. Una strenua difesa di questa linea del Piave.

Due esempi, dal più noto e recente:

a) Lucia Annunziata attaccata dall’arcigay per le sue dichiarazioni riguardo Celentano. Frase incriminata a “… Celentano ha il diritto di dire quello che vuole …. Lo avrei difeso  anche se avesse detto che i gay devono andare al campo di sterminio” . (link alla notizia presa da L’Unità)

Ora, una persona di normale intelligenza, pensa: è un paradosso con iperbole (pur non avendo studiato le figure retoriche) . Quindi, che abbia menzionato quello è indice del fatto che lo considera la cosa più abietta che Celentano avrebbe potuto dire. No? E invece no. Dalla dichiarazione ufficiale dell’arcigay:  “le parole di Lucia Annunziata a difesa di Celentano finiscono per essere un corner alle parole di Ciarrapico che proprio ieri, su Radio 24, ha dichiarato ‘Due gay che si baciano mi fanno schifo. Il fascismo li mandava a Carbonia, scavavano e stavano benissimo

A parte il fatto che, innanzi tutto, prima di scrivere un comunicato dovrebbero andare a scuola (UN CORNER? Ma che cosa volevano dire? Va bè che entrano “a gamba tesa”, ma ..), vorrei dire che chi ha scritto questo favorisce gli stereotipi per cui i gay tendono alla isteria. Questa gente deve capire che non possono rompere i coglioni in continuazione: in questo mondo tutti danno più o meno addosso a qualcun’altro. Non c’è una categoria che da qualcun altro non venga talvolta offesa. Loro non possono pretendere di essere gli unici intoccabili. E comunque, si può intervenire quando ci sono motivi per farlo, non quando i motivi, logicamente, non ci sono! Non è che possono dire impunemente sciocchezze e anatemi tappando bocche solo perchè sono gay e dunque intoccabili per diritto Unione Europea.

Onestamente, va anche detto che l’espressione di Lucia Annunziata è stata stonata, per il motivo sottilmente esaminato qui E tuttavia, il contesto del discorso è importante. Era un discorso in un talk show, accidenti! Il rischio che ogni intervento debba passare al vaglio del comitato della correttezza Arcigay (severissimo fino alla stupidità, come in questo caso) è davvero agghiacciante.

b) Robert Maddalena – già autore anch’egli di un blog defunto di Splinder ed ora di questo –  ha segnalato in un gruppo facebook di architetti blogger una intervista del Manifesto a Mirko Zardini.    Tra le frasi che Robert  ha evidenziato come meritevoli, c’è questa : “Quando sento parlare di bellezza mi preoccupo sempre. È fondamentale impostare il discorso del territorio e dell’urbano su altri presupposti: il consumo di suolo, la mobilità, le infrastrutture, i servizi sociali, l’accesso ai servizi, il diritto all’abitare. Nessuno è ovviamente a favore dei brutti progetti, ma il discorso estetico sull’architettura è deviante e dannoso.

Sono intervenuto perchè sono rimasto indignato dal fatto che Zardini, che pure in altri punti fa discorsi condivisibili, intendesse quasi bandire il tema della bellezza dalla architettura e dall’urbanistica. Va anche detto che questo non solo non è affatto originale, ma è quanto l’establishment produttivo e accademico ha voluto fare da più di 100 anni a questa parte con risultati non di rado quantomeno discutibili (ma lor signori vivono nei centri storici o in ville in campagna; e criticano di volgarità quei buzzurri che dicono che i casermoni sono brutti e non vogliono viverci).

Mi pare davvero scontato che la architettura e l’urbanistica non possano fare a meno di considerare la bellezza dei propri risultati come qualcosa di essenziale. Non certo l’unica cosa, ma anche una condizione che dovrebbe essere considerata necessaria, almeno alla stregua della “mobilità, dei servizi sociali” ecc.. ecc. Anche perchè uno non esclude l’altro.

Ma il problema è che esiste una inibizione FILOSOFICA  che non consente più l’uso della parola “bello” e “bellezza”, in un consesso culturale. Si può dire, e lo si dice moltissimo, peraltro, in privato, di nascosto, mentre si disegnano le cose. Mentre si pensano.

Infatti: la mia difesa della necessità di parlare di bellezza (e, en passant, di dire che la questione della bellezza non può essere limitata alla sfera della dimensione cosiddetta “estetica”) è stata criticata dai più.

Certo: è passata nella opinione comune l’idea che il bello è soggettivo (a me piace all’arancia e a te al limone). Questo, unita alla inibizione dell’uso del termine “bello” di cui sopra si è detto, determina una INAMMISSIBILITA’ sociale della mia obiezione a Zardini.  (*) E non è facile sovvertire tutto questo. Provate a dimostrare che il sole esiste realmente e non è soltanto una percezione soggettiva, di fronte a persone che non vogliono in alcun modo cambiare opinione. Non sarebbe mica facile.  Sarebbe un discorso lungo, come tutte le cose semplici che la filosofia contemporanea inutilmente complica e scinde.

alla prossima

(*) Ricordo solo Aimaro Isola, fra i professori che ho conosciuto, aver ammesso pubblicamente che alle revisioni con gli studenti la gran parte delle modifiche ai progetti degli studenti venivano fuori perchè erano progetti brutti, ma non si poteva dire così. Bisognava trovare altre giustificazioni: tecniche, funzionali, ecc. (per uno come lui non era poi difficile inventarsele). Potevi dire tutto. Ma non dire che la modifica era dovuta al fatto che il progetto era brutto e si cercava di renderlo bello!