L’alluvione delle conoscenze

(pensato per PresS/TLetter ma anticipato qui)

Credo che non si rifletta abbastanza sul fatto che la formazione universitaria degli architetti, almeno fino a qualche anno fa, si basasse su Storie della Architettura in cui le immagini erano poche e generalmente d’epoca in bianco e nero. La fotografia dell’edificio esemplare, isolato e a se stante, diveniva una sorta di “icona”, e ciò contribuiva a rendere un’aura mitica degli edifici stessi. Questo effetto era forse rafforzato dagli intendimenti degli autori stessi (Pevsner, Giedion, e poi Hitchcock, Zevi, ecc) nel costruire una “mitologia della architettura moderna”.

Chi può negare che, specie in edifici un po’ fuorimano, alcune fotografie, con determinate prospettive, siano divenute quasi “l’edificio stesso”, in una sorta di sineddoche della conoscenza?

Tutto questo era facile, dava certezze. Spesso in giro si parla dell’opera di questo e di quello, avendo in realtà spesso una concezione estremamente superficiale, ed in mente soprattutto le immagini “iconiche”. E questo forse capitava in parte pure ai grandi storici. Te ne accorgi quando essi scrivono di sfuggita di oggetti che conosci e hai studiato bene.

L’altro giorno, forse perché avevo preso in mano “La Città vivente” di F.L.Wright, nella nuova edizione Einaudi, che non riesco mai a leggere veramente a parte le figure, vedendo la solita vecchia foto della Price Tower ho pensato: ma come sarà adesso? E Bartlesville in Oklahoma, che città è? Come è situata la torre in quella città? Ecc.

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Ovviamente è facile oggi avere una risposta a quesiti del genere con semplici azioni sul web, e so che molti amici lo fanno: si va con Google Earth, o eventuali altri sistemi analoghi, eventualmente divagando anche sul paesaggio rarefatto dei sobborghi, dei collegamenti fra le cittadine, a volte rimembrando titoli di canzoni a cui non avevi mai dato immagini precise (Last trip to Tulsa ad es.), che potrebbero funzionare come colonna sonora. Ma, ancora meglio sintonizzarsi in streaming su qualche stazione radio locale utilizzando Radio.garden) Per informazioni e dati, su Wikipedia, in genere sono affidabili. Per belle foto, si va su Instagram o simili.

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Certo, si sa. Ma tutto questo, che è ovvio, e presto anche superato, dà qualche sgomento.

Questa enorme discrepanza fra l’aumento delle possibilità di conoscenza e lo scarso tempo a disposizione in una vita. Questo mutare, fra un sistema di conoscenza precedente fondato su racconti forti, paragonabili al solco di grandi fiumi e poco discutibili, ad una pluralità pressocché illimitata e imprevedibile di percorsi e tagli in qualsiasi direzione, che tuttavia è sempre più difficile fare confluire nel vecchio percorso. Quasi noi si fosse parte di una alluvione della conoscenza individuale su scala collettiva.

Noto infine di sfuggita che la angolazione della foto classica della Price tower è sempre la più bella. Era una gran bella fotografia.

De Mauro, i dialetti, Pasolini

La Repubblica ripubblica (ahaha), in onore al recentemente deceduto Tullio de Mauro, un bel libro-conversazione fra Andrea Camilleri e lo stesso De Mauro, La lingua batte dove il dente duole, già edito da Laterza nel 2013. Ho letto le prime pagine, è godibilissimo e interessante, con questi due anziani dalla bella testa che fa scintille e con tanti interessanti ricordi, relazionati al tema della conversazione: la lingua e i dialetti italiani.

Annoto qui una frase di De Mauro che mi serve per l’argomento che avevo affrontato tempo fa in quella serie di post su Pasolini, in cui sostenevo che PPP abbia avuto, specie dopo la morte, un effetto controproducente sugli intellettuali italiani. (qui il primo della sequenza).

De Mauro: “Le classi colte di città, di Roma, di Milano, pensano che i dialetti siano cosa morta, che non si parlino più. Ma è una palese sciocchezza. Usiamo ancora i dialetti e li parliamo con forme ancora molto autonome rispetto all’italiano. Probabilmente gli intellettuali subiscono ancora l’influenza di Pasolini, che nel 1964 – prendendo una bella cantonata – sosteneva che era nato l’italiano e che il dialetto stava morendo, e che averemmo parlato un italiano tecnologico.

Il negozio di Pasquale Misuraca

Non sono un critico cinematografico, pertanto non so se esiste già una definizione del “genere” a cui l’ultima opera cinematografica di Pasquale Misuraca – il Negozio – appartiene. Io lo definisco, da profano, come genere “camera”, intendendo per genere non il genere contenutistico, ma, all’antica, come struttura narrativa (commedia, tragedia, fiaba ecc.). Il genere “camera” è quel genere in cui la telecamera viene esplicitamente, sia pure come finzione, posta a protagonista impersonale. Credo che ad esempio appartenga a questo genere, simile anche per ambiente (lì una tabaccheria, qui un negozio di occhiali), la bilogia Smoke – Blue in the face; ma anche, ad estremità diverse, Nodo alla gola (Rope) di Hitchock e gli sketch seriali di Camera Caffè. Il genere “camera” rafforza l’unità di luogo in modo esplicito, caratterizzante, frammentando e rendendo secondarie le altre unità aristoteliche, rendendo così la narrazione un qualcosa di aperto, indefinitamente non concluso.

Il film gioca su questo effetto di finzione realistica, a partire dalla introduzione dell’autore, che intende volutamente depistare lo spettatore, dandogli da intendere che di episodi ritratti oggettivamente si tratti. In effetti, tutti gli episodi che le telecamere fisse ci propongono sarebbero anche possibili. Ma certo emerge in essi qualcosa che esplicita la loro natura di finzione poetica. In particolare a poco a poco ciascun episodio tende a comporre un mosaico anche su un piano allegorico. Episodi spesso umoristici o onirici, e talvolta anche amari, come quello dell’anziano che rifiuta i nuovi occhiali, perché con essi vede troppo. Nel negozio, tramite le telecamere, ci sentiamo partecipi delle attitudini dei personaggi, così simili a come immaginiamo gli uomini della Magna Grecia trasportati ai giorni nostri, con la loro marcata propensione alla discussione filosofica, all’arte e alla vitalità della danza e dell’amore.

Di rilievo sul piano della recitazione la performance di Gabriele Parrillo, nell’ultimo episodio del film.

http://www.fulminiesaette.it/modules/news/article.php?storyid=4138

buona visione

La pretesa di permanenza

Se il divenire è l’unico modo di esistenza esperito dagli esseri umani, perchè esso appare sbagliato, innaturale, da “elaborare” come un lutto? (è un lutto: è la morte costante e inesorabile di noi stessi quali ora siamo, contro la pretesa di permanenza).

Da dove viene la pretesa di permanenza, il suo stesso concetto, la sua permanenza? (la permanenza della pretesa di permanenza, nonostante la sola e unica esperienza del divenire?)

e un altro anno se ne va. Buon 2017.

 

 

Il bello esiste (e lotta insieme a noi)

Ripubblico qui uno scrittino di circa 3 anni fa, pubblicato nel defunto sito “Torino è la mia città?” e pertanto non più in rete. In esso attaccavo Carlo Olmo, allora direttore dell’Urban Center di Torino, oltre che docente universitario di storia dell’architettura contemporanea (fu anche mio professore) e allora direttore de Il Giornale dell’architettura.

Quando, nell’ormai lontano 2002, il prof. Carlo Olmo si insediò alla carica di City Architect, La Stampa pubblicò una sua intervista di presentazione.

Il titolo dell’articolo era “Il Bello non esiste”. Lo potete leggere per intero qui, nell’archivio storico del quotidiano torinese.

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A rileggerlo, si può comprendere ed anche apprezzare i motivi delle sue affermazioni di allora. Questo suo cercare di non banalizzare le questioni urbane a polemiche sulle “brutture moderne”, sui “mostri urbani”, polemiche spesso condotte in modo quasi becero, e comunque prive della consapevolezza necessaria per affrontare il tema.1

Tuttavia, a distanza di 11 anni da allora, possiamo anche valutare i difetti di un approccio che ha di fatto favorito lo strapotere delle ragioni quantitative ed economiche delle trasformazioni urbane su ogni altra ragione “non pratica”.

Un approccio che, a dispetto anche di certe volontà e affermazioni, nonostante una indubbia competenza ed impegno (che certo non è mancato ad Olmo ed allo staff che ha costruito), ha di fatto reso la qualità urbana e architettonica un fattore marginale e trascurabile nell’ambito delle trasformazioni urbanistiche torinesi recenti; un tema che non è elegante affrontare, perché “ciò che può essere bello per me, magari non lo è per lei, nel senso che c’è molto di soggettivo in queste valutazioni”. 2

Non è certo questa la sede per affrontare questioni tipo la soggettività del bello. Quello che però possiamo certamente affermare è che gran parte delle persone, semplicemente, concordino sul fatto che certe parti di città siano più belle di altre e in esse sia preferibile vivere, così come concordano sul fatto che Brad Pitt sia più bello di Lino Banfi, o una Golf più bella di una Duna. In questo senso, non è certo erroneo dire che Spina 3 è considerato dalla gran parte delle persone un quartiere brutto, e che le operazioni urbanistiche condotte su un concetto “tardo cobusieriano” di case alte isolate in spazi pubblici di risulta e comunque informi, punteggiati da centri commerciali, hanno dato luogo a risultati urbani lontani dal gradimento della gran parte delle persone, e comunque, per la gran parte delle persone, brutti.

Anche se gli esperti – specie se interessati – sapranno motivarvi con ricchezza d’argomentazione che si tratta quartieri meravigliosi o quantomeno “interessanti” e di un grande successo urbanistico (anche se, ci potete scommettere, loro abitano altrove, ovviamente).

Le volte in cui gli “addetti ai lavori” ammettono pubblicamente l’esistenza del bello e del brutto si contano sulla punta delle dita. Ricordiamo ad esempio quella volta che, tanto tempo fa, alla vigilia delle grandi trasformazioni urbanistiche torinesi degli ultimi due decenni, Aimaro Isola cominciò il suo intervento ad un convegno svoltosi entro la facoltà di Architettura, esclamando “Quando parlo di Periferia, mi piace parlare, anche, del Brutto”. 3 La cosa dovette suonare, all’orecchio di molti, come un bestemmione nella Cattedrale. Non per il contenuto nel merito (la periferia è brutta), quanto per aver osato utilizzare pubblicamente la categoria del “brutto” . In quella occasione Isola infatti raccontò anche – direi confessò – che tale categoria, come quella del bello, non poteva essere usata in Facoltà, e che lui, durante le revisioni dei progetti degli studenti, quando vedeva qualcosa di brutto, la criticava adducendo motivazioni funzionali, di opportunità, di relazione formale o storica con il contesto urbano, eccetera, ma che, in fin dei conti, la vera causa delle sue critiche era che il progetto era brutto. E che questa inibizione dell’utilizzo del temine “bello” o “brutto” era tutta pubblica, e che tutti gli architetti, dentro i loro uffici, non facevano altro che dare questi semplici giudizi estetici su ogni cosa.

Il fatto è che esistono cose che evidentemente, sia pure per motivazioni di cui da secoli si discute filosoficamente in disaccordo, sono belle, ed altre sono brutte, mal riuscite; e bisogna infine prenderne atto, certo con serietà, ma anche con piacevole voglia di contribuire a produrre cose che appaghino i sensi dei nostri simili.

Il fatto è che le uniche questioni che infiammano davvero l’opinione pubblica sugli interventi nella propria città sono quelle legate al bello. Pensiamo solo all’ultimo decennio a Torino: i “gianduiotti” in piazza Solferino, il piazzale Valdo Fusi e il suo edificio centrale, gli edifici sulla Spina, il cosiddetto “Palafuksas” sono stati ad esempio fra i temi più sentiti.

E quando una cosa non va, non va, a prescindere dalla fama dell’autore; e lo si deve ammettere, e si deve togliere, quando nel vale la pena o si presenta l’occasione. Così, si sono rimossi a furor di popolo i Gianduiotti di Giugiaro4 come in passato a Roma le “orecchie d’asino” nel Pantheon di Bernini.

Sappiamo che le motivazioni che accompagnano questi dibattiti non è elegante che siano di tipo estetico e, come ci rivelò Isola nell’intervento citato, vanno mascherate da motivazioni funzionali, storiche, logiche, economiche e di ogni altro genere.

Ma siamo anche consci che, a dispetto di ogni tentativo di ridurre tutto a logica, economia e quantità, il bello invece esiste. E , speriamo, lotta insieme a noi.

1 Ricordiamo, ad esempio in campo giornalistico, le inchieste di un giovane Maurizio Crosetti su Repubblica sui “mostri urbani” a Torino, in cui vennero presi di mira prevalentemente edifici in cui si manifestava una qualche ricerca architettonica. Dopo quell’inchiesta, il suo giornale pensò astutamente di mettere la sua vivace penna a servizio delle cronache sportive, su cui poteva meglio applicarsi.

2 Nell’articolo citato “Il Bello non esiste”, in La Stampa 12 settembre 2002

3 Aimaro Isola “Il brutto e la periferia”, in : Liliana Bazzanella e Carlo Giammarco (a cura di) “Progettare le periferie” Torino, Celid 1986. “La pubblicazione raccoglie i saggi e gli interventi presentati in occasione della Giornata di studio “Progettare le periferie” che si svolse a Torino il 29 gennaio 1986 presso la Facoltà di Architettura, a conclusione della Mostra “Banlieues ’89 – 200 progetti francesi per le periferie” .

4 Gli esperti ci perdoneranno di non citare l’architetto che ha firmato i “gianduiotti” in seno alla Giugiaro Design dato che avranno certamente apprezzato che nello scritto abbiamo già citato due oggetti disegnati dallo stesso Giugiaro. Uno generalmente classificato bello, la Golf, e un altro proverbialmente brutto, la Duna.

Quando si dimentica il costo e l’utilità di un’opera pubblica?

Due settimane fa ci fu l’inaugurazione del nuovo centro congressi di Roma, la “nuvola di Fuksas”. Semb

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la mole antonelliana durante la sospensione dei lavori durata 8 anni

 

ra un secolo fa dato che in mezzo ci sono state le elezioni USA con vittoria di Donald Trump, tutto già previsto nei Simpson.

Scrissi allora un pezzettino pre PresS/Tletter in cui sostengo che, se la “nuvola” fosse stata amata da una buon parte dei cittadini, e chiara espressione di genialità, probabilmente pochi parlerebbero di costi eccessivi e di inutilità. Partendo da un esempio illustre, una follia inutile ma a suo modo necessaria, la Mole Antonelliana.

Quando si dimentica il costo e l’utilità di un opera? – di Guido Aragona