vita quotidiana

Nichelino, intorno alla chiesa di San Damiano, la mattina del venerdì santo.

Premessa: un venerdì santo di esattamente dieci anni fa, o forse era il giorno dopo, scrissi questo pezzo, che tratta della zona accanto alla “cavallerizza/bounce” dell’articoletto precedente. Mi è tornato in mente e lo riporto in vita (aggiungendo link musicali, oggi è ancor più facile di allora). 

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Di ritorno da un luogo dove devo fare un lavoro, posso scegliere se tornare passando da Stupinigi o Nichelino. La vista della Palazzina di Caccia di Juvarra, sia pure nel retro, è sempre confortante; ma se sono distratto non svolto, e finisco sul bordo di Nichelino, praticamente il culo di Mirafiori. Nichelino fa parte della “prima cintura”, divisa da Torino dal solo Sangone, fiumiciattolo da decenni in stato comatoso. Gipo Farassino, prima delle sue esperienze leghiste, fece del Sangone l’emblematico sfondo delle avventure di un operaio, nel gustoso “Sangon Blues”, con testo in piemontese.

(Sangon Blues di Farassino accompagnato da Johnson Righeira) 

Nichelino è un posto che ho sempre trovato acefalo, orrendo. Oggi è Venerdì Santo, tarda mattinata … magari per oggi non lavoro più, e così mi ricordo che lì da quelle parti c’è la Cavallerizza di Gabetti e Isola, allora (1960) costruita in aperta campagna. Potrebbe essere interessante rivederla.

Mentre giro per trovare un accesso, mi appare una chiesetta che mi sembra allucinante, con una croce messa ad accrocchio fatta con putrelle in acciaio. E così, scendo a fotografarla, con l’empio intento di documentare un orrore.

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Ma la chiesa emette dagli altoparlanti una musica per organo, bellissima: è un pezzo dal Clavicembalo ben temperato di Bach, mi pare.

Qualcosa è già cambiato. Mi rendo conto che sono entrato nello spleen del flaneur nella periferia urbana, come a volte mi capita, spesso nelle periferie urbane, in momenti particolari in cui è come se si fermasse, misteriosamente, il tempo.

E così, mi giro, e muoio di tenerezza a vedere i giochi di plastica di un bambino, sul retro abitato di un capannone, con un piccolo orto a ridosso della recinzione di alluminio zincato.

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Foto aerea, ora.

foto aerea

Il freccione indica la chiesetta, a pianta quadrata ma con asse principale sulla diagonale.

Pianta della carta napoleonica ora.

torino 17 B I

Campagna, con gli assi principali, e Stupinigi; il disegno sabaudo forte della Corona di Delitie. Confrontare le due viste. L’ansa del Sangone sembra si sia mossa, tra l’altro.

Foto aerea, ingrandita ora

aerea 2

Piccola analisi: nella zona est della foto abbiamo una zona residenziale, a prolungamento dell’abitato di Nichelino. Guardando questa foto aerea, si possono immaginare gli elaborati dei piani particolareggiati, Peep (Piano di Edilizia Economico Popolare) Pip (Piano Insediamenti Produttivi), Pec (Piano Edilizia Convenzionata) ed altre ed eventuali sigle degli espletamenti della urbanistica quantitativa e burocratica, basata sullo zoning e sugli standard, e il kulto dei dogmi Gropiuslecorbusieriani tradotti in italiano dai tecnici delle commissioni urbanistiche dei vecchi Partiti.

Come on, Peep show.

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Qualche osservazione, ma le sappiamo. Nel centro delle città, la presenza di persone è qualcosa di percepibile. Qui no. Il protagonista sono le strade, i parcheggi, le automobili, mentre la presenza umana è rarefatta. Le case non sono case, sono contenitori scatolari per proletari. Non è questione di come fai la scatola. Il male non è la scatola, è l’atto istituzionale di inscatolare la gente, per giunta con giustificazioni progressiste. Qui: abitazioni; lì servizi: lo sport, la chiesa, la scuola; là, i luoghi di lavoro; accanto: il centro commerciale. Tutto attorno, i parcheggi, e le strade, per veicolare il flusso funzionale delle merci, uomini compresi.

Allora, il dolce spleen nasce da questo: nel constatare come l’umanità si costruisca, nonostante tutta questa violenza che l’ha inscatolata, fuori dalle istituzioni e dai progetti, ambiti vitali: la musica di Bach, il bimbo che gioca nell’orto dietro il capannone; la grotta della madonnina, coi fiori;6i bambini allegri, che vanno in chiesa con le mamme (accanto, fuori dalla foto, il parroco prostrato in preghiera);8l’insegna rustica intagliata sul legno, e le lettere adesive sul vetro, che forse non sarebbero approvate dall’architetto che aveva fatto una cosa tutta spigoli e metallo (magari adducendo di celebrare, da buon schiavista mascherato, il lavoro sfruttato in fabbrica);7

la scorciatoia pedonale, non prevista dagli archiburocrati, verso il centro commerciale.

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Anche gli alberi che forse mimano l’accrocchio in profili metallici con la croce.

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Questa resistenza vitale tende a cessare nella mostruosa spianata di asfalto con benzinaio antistante il centro commerciale e la cavallerizza di Gabetti ed Isola, dalla nobile copertura. Anche la musica, ora è diversa: ora sono canzoni che chiudono e non aprono, fra il vuoto e il disperso, diffuse da una radio commerciale attraverso invisibili grandi altoparlanti. Qui, mi manca il fiato, e chissà ad luglio, questo spazio, cos’è.

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Mi ficco dentro la cavallerizza: ecco la copertura, da dentro. Disegno fine. Piacevole puzza di stallatico.

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E’ tempo di tornare: fotografo una cavallerizza in carne ed ossa col suo cavallo, poi ancora il piazzale verso le scatole d’abitazione e la chiesa, che non si vede.

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Ritorno alla base. La musica per organo è cessata. Al suo posto, una cieca e brutale music machine proveniente da un’autoradio chiude in amaro una tarda mattinata a Nichelino, intorno alla chiesa di San Damiano, il giorno del Venerdì Santo.

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Una Madonna nera

Durante un giro in bicicletta nelle campagne fra Centallo e Cuneo, in una zona di frutteto, mi sono imbattuto in questa cappella di una Madonna nera, parte di un grande cascinale

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La scritta cita – come la Madonna nera di Tindari, in Sicilia – il Cantico dei Cantici

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Nigra sum sed formosa

In zona vedo molte persone di colore che vanno in bicicletta, sono lì per la raccolta della frutta o per varia manovalanza. Credo di origine africana. Non so se loro sanno delle Madonne nere, e quale effetto possa dare loro vedere, se non lo sanno, una Madonna con relativo Gesù bambino nero. La cosa mi incuriosisce.

(quel giorno ho visto anche – incredibile – un vecchietto arzillo che camminava sorridente con una falce sulla spalla, un allegro mietitore. Una immagine ottocentesca, praticamente).

Ho poi sognato che fosse bello riportare qui una preghiera a questa Madonna nigra et formosa a favore del nostro paese e nostro

Ave, Maria, grátia plena,
Dóminus tecum.
Benedícta tu in muliéribus,
et benedíctus fructus ventris tui, Iesus.
Sancta María, Mater Dei,
ora pro nobis peccatóribus, nunc et in hora mortis nostræ. Amen.

Nota su Baricco saggista – il nuovo Barnum

Baricco è per me un estraneo familiare. E’ un preciso ossimoro.

Mi è estraneo perchè non lo conosco personalmente (diversi miei amici si) e non l’ho nemmeno mai incontrato, pur vivendo nella stessa città; perchè non sono un suo lettore abituale (ho letto pochissime cose sue, anche se non mi sono mai dispiaciute; in genere non leggo La Repubblica dove lui scrive).

Mi è familiare perchè, anche se ha qualche anno in più di me, in fin dei conti siamo della stessa “generazione”, stessi miti, stesse cose, più o meno; infatti potrebbe essere mio fratello maggiore, ha l’età di alcuni miei cugini; abitiamo nella stessa città, respiriamo quindi la stessa aria (inquinata), da 50 anni.

Mi è estraneo e familiare perchè riconosco certi modi di dire, un certo non so che nel modo di fare, di atteggiarsi anche quando scrive, che mi è familiare perchè sono modi che ho notato fin da piccolo in miei amici nati in una certa Torino fine, benestante, di tradizione, torinese da generazioni; ma appunto per questo, a me estranea essendo torinese di origine relativamente recente.

Sperando che non sia già partito un coro di “non ce ne frega un cazzo” vengo al dunque: una specifica osservazione su di lui in margine alla lettura di “Il nuovo Barnum”, una antologia di scritti apparsi su Repubblica, Vanity Fair o Wired dal 1999 al 2016. Uno l’avevphpThumb_generated_thumbnailjpg.jpgo già letto e mi era piaciuto, quello in cui il buon B. reagisce alla scorrettezza di Citati e Ferroni, che l’avevano denigrato con una battuta parlando d’altro (modo di fare estremamente scorretto e lui spiega bene perchè, bravo Baricco. L’articolo è leggibile qui)

La raccolta è gobile, mi è piaciuta. La leggo in ordine sparso (diverso dall’ordine sparso in cui è impaginata.

Ma ecco, in questi suoi minisaggi, spesso reportages di eventi o luoghi famosi, sebbene non ancora “sputtanati” e su cui si può comunque scrivere un bel pezzo (Ba)ricco, se da un lato rivela una acutezza e una vivacità notevoli, dall’altro è tradito dalla sua voglia di scrivere bene, di piacere ed essere brillante. E così giustappone, ad una lettura precisa della realtà, una serie di metafore o di similitudini con cui tende a  ricondurre il reale ad un recinto – un circo Barnum, appunto –  di miti comuni, (“miti d’oggi”, quindi forse anche luoghi comuni), a scapito della precisione. A scapito, forse, di un livello maggiore, che probabilmente sarebbe persino eccessivo sui giornali e le riviste, e che però me lo renderebbero forse più estraneo, ma migliore.

Questo accade soprattutto nei pezzi di colore, appunto sui “miti d’oggi”. Che non sono ovviamente quelli di Barthes della Francia anni ’50 e d’altronde l’intento e lo sguardo di Baricco è più benevolo e, in quei frangenti, più di narratore, cosa che costituisce per me il “difetto” che sopra ho rilevato.

La raccolta però contiene anche pezzi politici con analisi dure e senza fronzoli. Vorrei qui segnalare ad esempio quelli scritti nel 2009 a proposito dell’uso del denaro pubblico per attività culturali, che avrebbero meritato maggiore attenzione presso i partiti e l’opinione pubblica, e, mi pare, ancora attuali.

Ecco, forse la grande sopresa che ho avuto nel leggere questa raccolta è scoprire che Baricco è politicamente molto lucido, esatto, e senza retoriche. Una cosa davvero rara nel giornalismo italiano. E veloce: il pezzo scritto il 14 settembre 2001 rivela ad esempio una sua attitudine a leggere con fredda lucidità e rapidità le situazioni ancora a caldo, andando al cuore del problema. E Il doppio pezzo del 2000 su una Convention democratica in California lo farei leggere a Giovanna Botteri tutti i giorni, finchè non lo ripeta a memoria. Almeno il secondo.

Insomma, questo estraneo ho scoperto che mi è familiare davvero.

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(link ai pezzi citati: convention democratica I e ,  II 

quello 3 giorni dopo l’ 11/09

  • quelli sui finanziamenti pubblici alla cultura, I e II
  • quello che ha fatto scattare in me l’osservazione negativa. sui wiener

 

 

Lo dovrei fare (sul “caso Boldrini”)

Lo devo fare, anche se non ne ho voglia. Lo devo fare, perchè lo devo fare. Spiegare perchè la sinistra deve finalmente emanciparsi dalle boldrinate, e criticare nel merito la politica dell’attuale presidente della Camera, invece di schierarsi a favore per ragioni ideologiche e di parte, abboccando alle sue retoriche vittimistiche. Quel che vorrei dire è diverso dalle critiche che usualmente fa l’opinione pubblica di destra a Laura Boldrini.

No anzi, non ho voglia, non ne ho tempo, non devo sprecare inutilmente le mie forze. Sono stanco, devo aiutare chi mi sta accanto, in particolare mia moglie, ho bisogno di soldi, di occuparmi per farne di più.

Fanculo alla Boldrini, ai suoi beceri odiatori, ai sui benpensanti e sciocchi difensori, fanculo a tutti.

Lo dovrei fare, ma non lo faccio. Sono stanco. Ciao

 

Isgrò vs Waters. O della demenza senile della nostra società

Tra le deprimenti vicende, e pulsioni e pensieri in putrefazione o, se nuovi, deboli, mentecatti e malaticci, che ormai soffocano il nostro paese, spicca la vicenda giudiziaria che ha visto l’artista Emilio Isgrò contrapporsi a Roger Waters. Come è noto, il Tribunale di Milano, nei giorni scorsi, ha dato ragione a Isgrò. Chi non conoscesse la contesa, può leggere qui.

1501004076-roger-waters.jpgIl dibattito intorno a questa vicenda è stato a dir poco miserevole. L’unico ad aver detto qualcosa di sensato prendendo la cosa a cuore è stato Vittorio Sgarbi. Mi ero stupito. Non che Sgarbi non dica a volte cose sensate; ma in genere ha qualche interesse per farlo (o non farlo).  Poi ho capito: è perito di parte della Sony.

La sentenza è grottesca. Molta gente dei social è indignata, per motivi sbagliatissimi.

Sono motivi del tipo “ma come si permette un oscuro sconosciuto rompere le palle ad un genio universale come Roger Waters, uno che ha fatto – otite utite – THE UOLL? Siamo proprio dei provinciali

Cioè, siamo a questi infimi livelli; non solo provinciali davvero, ma anche parecchio ignoranti. Roba che ti verrebbe voglia di dar ragione ai giudici di Milano.

La questione comunque è chiarissima: è assurdo che l’atto di cancellare una pagina scritta e mostrarla sia riservatato a Emilio Isgrò. Sarebbe come dire che Seurat avrebbe avuto ragione a fare causa a chiunque avesse utilizzato un procedimento puntinistico, perchè per primo l’aveva usato lui (o Signac?).  Point, comme on dit. Ridicolo. Niente Pelizza, niente primo Balla, niente tantissimi altri. Per fortuna nell’800 avevano ben altro da fare che fare cause idiote.

Una sentenza saggia avrebbe potuto, al massimo, imporre di citare Isgrò come ispiratore o precursore del lavoro della copertina. Al massimo. (per una analisi approfondita della questione, perizie e sentenza, di opinione diversa dalla mia, vedere quest’articolo di Italian Factory)

Comunque è andata così. Isgrò, anche qui dò ragione a Sgarbi, ha, magari pure con merito, con questa occasione rilanciato la sua popolarità; così si fa, oggi. Questa sua intervista mi pare rivelare una personalità vanitosissima, come spesso hanno gli artisti. In questa intervista, senza la benchè minima ombra di umiltà, interpreta sussiegosamente la parte della persona nobile, contro ogni forma di censura, un creatore di mondi, un Newton dell’arte del nostro mondo, che ci difende dai lupi rapaci del mondo d’oggi.

Evidenzio un pezzo di questa intervista:

Isgrò:  “All’Istituto italiano di cultura parigino hanno allestito recentemente una mia mostra non per caso intitolata La cancellatura annulla la censura. È esattamente quello che ho fatto ai tempi del Vietnam, contro le purghe staliniane, contro i genocidi».

Un lavoro iniziato come denuncia.
«Sì. Poi naturalmente con gli anni l’ho articolato in un linguaggio capace di costruire, creando una nuova sensibilità. E su questo ho fondato tutta la mia opera».

Cioè, fate molta attenzione a quando sentite di fare qualcosa: magari quella sensibilità l’ha CREATA Isgrò. E potrebbe esserci un giudice di Milano che decide che sia così, e che quindi no, non potete fare quella cosa, senza rendere i diritti a Emilio Isgrò.

Ora, cari ragazzi, ho deciso nei prossimi giorni metterò su questo blog una serie di pagine cancellate con la tecnica di Isgrò. E invito tutti a fare lo stesso (non è difficile). Nel frattempo comincio – anch’io vanitoso – mi promuovo anch’io eccheccazzo – con una cosetta che avevo fatto qualche tempo fa, non con la tecnica di Isgrò ma anche in questo caso con intervento grafico su una pagina scritta, in cui l’evidenziazione – per non intervento del segno grafico sulla parola scritta – ha un suo peso. E giuro che non mi ricordavo di Isgrò. (d’altro canto Gillo Dorfles, il mio Virgilio nei gironi dell’arte del secondo ‘900 con questa ottima guida che consiglio di leggere a chi non l’avesse fatto nelle edizione via via più aggiornata, non è che desse ad Isgrò un ruolo di primaria importanza).

La cosa è un intervento di miei doodles su una pagina di Charles Jencks,  critico di architettura e architetto soprattutto di paesaggio, su uno stralcio di uno schema dal suo libro Current Architecture del 1982, scritto con William Chaitkin.

Non si vede, ma la colonna di sinistra indica, per 30 variabili, il modo di operare della architettura moderna; quella centrale della architettura tardo moderna; e quella di destra l’architettura postmoderna (era il 1982). I miei ghirigori fanno “surf” non intervenendo su quelle che sono le mie preferenze, un po’ tardo moderne e un po’ postmoderne. Un giochino. In sostanza viene fatto “pensando e non pensando”. La differenza con l’operazione tipo Isgrò è che non si tratta di una operazione “binaria”. La cancellatura non è totale, ed è graduabile.

jencks doodle

Comunque davvero farò nei prossimi giorni interventi invece alla Isgrò. State cunnessi amigus.

 

 

La cultura del semaforo

Non so se voi, negli svariati minuti, giornate, in cui siete stati fermi ad un semaforo insieme a tante altre persone, abbiate mai pensato se cosa succederebbe se il semaforo non ci fosse.

Io l’ho fatto. E in quelle settimane o mesi di attesa, ho infine concluso che, salvo per particolari incroci e per certe ore, il traffico sarebbe stato migliore. Più fluido, più sicuro (ci si accosterebbe all’incrocio a minor velocità), con minori scarichi inutili. Migliore, appunto.

Non sono stato il solo a pensarlo, peraltro. Napoletani a parte, sembra che questa idea sia stata già applicata con successo in alcuni centri urbani, che alcuni studi stiano avvalorando questa tesi che può apparire, di primo acchito, balzana. Per non parlare delle ricerche più avanzate sugli incroci “smart” (che tuttavia sono una versione tecnologicamente avanzata del semaforo).

Il fatto è che nel nostro cervello è sempre più radicata la cultura del semaforo.

Questa strana concezione che l’individuo, nella collettività, determinerebbe danni essendo irresponsabile e incapace di regolarsi da sé in modo opportuno, e che dunque sia sempre necessario che venga limitato da regole decise a monte, e attuate tramite macchine, o zelanti burocrati.

Queste regole di fatto sostituiscono Dio, sono a priori, con la differenza che non ammettono né il libero arbitrio né eccezioni, in nessun caso. L’uomo è al suo servizio, non viceversa. E siccome i casi sono tantissimi, e le eccezioni ragionevoli pure, queste regole assumono proliferazioni a spirale, sempre più mostruose, volte a definire minuziosamente il lecito e l’illecito per quanto possibile, fino ad arrivare all’intimo del comportamento nella vita delle persone.

E’ senz’altro collegata a questa mentalità quella che ha portato probi cittadini a fermare una ambulanza, colpevole di andare contromano. Così come quella che porta ad avere incroci affollati con tutti i veicoli fermi per molti secondi, perché inspiegabilmente tutti hanno il rosso e nessuno si può muovere.

Siamo talmente immersi in questa “cultura del semaforo” da non rendercene conto.Dobbiamo cercare di avere meno semafori: sia nelle strade, che nelle leggi. Ma prima, soprattutto, anche nella nostra testa di uomini e progettisti.

(pubblicato in PresS/Tletter, qui)

Sotto la stella del Chuck

Chuck Berry ha avuto un destino particolare. Tutti in fondo volevano che non cambiasse mai, che fosse sempre quello che ha tracciato il primo solco principale del rock n roll. Lui peraltro sembrava divertirsi molto a fare sempre le stesse cose che aveva inventato da ragazzo. E come stupirsene? I comuni mortali oggi devono cambiare abitudini e modi di lavorare in continuazione, non possono dar nulla per scontato, devono lottare e rinnovarsi sempre. Ma a pensarci bene, è un destino che accomuna molti artisti, anche se lui l’ha vissuto in modo particolare. In un mondo che cambia velocemente, i Chuck Berry devono rimanere sempre gli stessi. E’ forse il senso profondo dell’appellativo “star”, senso che trascende la popolarità stessa.

Comunque, addio Chuck, riposa in pace. E tutto invecchia e muore, anche il rock n roll.


<p><a href=”https://vimeo.com/18623223″>Chuck Berry &amp; Keith Richards – Oh Carol</a> from <a href=”https://vimeo.com/user4386260″>Music Management USA</a> on <a href=”https://vimeo.com”>Vimeo</a&gt;.</p>