vita quotidiana

La cultura del semaforo

Non so se voi, negli svariati minuti, giornate, in cui siete stati fermi ad un semaforo insieme a tante altre persone, abbiate mai pensato se cosa succederebbe se il semaforo non ci fosse.

Io l’ho fatto. E in quelle settimane o mesi di attesa, ho infine concluso che, salvo per particolari incroci e per certe ore, il traffico sarebbe stato migliore. Più fluido, più sicuro (ci si accosterebbe all’incrocio a minor velocità), con minori scarichi inutili. Migliore, appunto.

Non sono stato il solo a pensarlo, peraltro. Napoletani a parte, sembra che questa idea sia stata già applicata con successo in alcuni centri urbani, che alcuni studi stiano avvalorando questa tesi che può apparire, di primo acchito, balzana. Per non parlare delle ricerche più avanzate sugli incroci “smart” (che tuttavia sono una versione tecnologicamente avanzata del semaforo).

Il fatto è che nel nostro cervello è sempre più radicata la cultura del semaforo.

Questa strana concezione che l’individuo, nella collettività, determinerebbe danni essendo irresponsabile e incapace di regolarsi da sé in modo opportuno, e che dunque sia sempre necessario che venga limitato da regole decise a monte, e attuate tramite macchine, o zelanti burocrati.

Queste regole di fatto sostituiscono Dio, sono a priori, con la differenza che non ammettono né il libero arbitrio né eccezioni, in nessun caso. L’uomo è al suo servizio, non viceversa. E siccome i casi sono tantissimi, e le eccezioni ragionevoli pure, queste regole assumono proliferazioni a spirale, sempre più mostruose, volte a definire minuziosamente il lecito e l’illecito per quanto possibile, fino ad arrivare all’intimo del comportamento nella vita delle persone.

E’ senz’altro collegata a questa mentalità quella che ha portato probi cittadini a fermare una ambulanza, colpevole di andare contromano. Così come quella che porta ad avere incroci affollati con tutti i veicoli fermi per molti secondi, perché inspiegabilmente tutti hanno il rosso e nessuno si può muovere.

Siamo talmente immersi in questa “cultura del semaforo” da non rendercene conto.Dobbiamo cercare di avere meno semafori: sia nelle strade, che nelle leggi. Ma prima, soprattutto, anche nella nostra testa di uomini e progettisti.

(pubblicato in PresS/Tletter, qui)

Sotto la stella del Chuck

Chuck Berry ha avuto un destino particolare. Tutti in fondo volevano che non cambiasse mai, che fosse sempre quello che ha tracciato il primo solco principale del rock n roll. Lui peraltro sembrava divertirsi molto a fare sempre le stesse cose che aveva inventato da ragazzo. E come stupirsene? I comuni mortali oggi devono cambiare abitudini e modi di lavorare in continuazione, non possono dar nulla per scontato, devono lottare e rinnovarsi sempre. Ma a pensarci bene, è un destino che accomuna molti artisti, anche se lui l’ha vissuto in modo particolare. In un mondo che cambia velocemente, i Chuck Berry devono rimanere sempre gli stessi. E’ forse il senso profondo dell’appellativo “star”, senso che trascende la popolarità stessa.

Comunque, addio Chuck, riposa in pace. E tutto invecchia e muore, anche il rock n roll.


<p><a href=”https://vimeo.com/18623223″>Chuck Berry &amp; Keith Richards – Oh Carol</a> from <a href=”https://vimeo.com/user4386260″>Music Management USA</a> on <a href=”https://vimeo.com”>Vimeo</a&gt;.</p>

 

La pretesa di permanenza

Se il divenire è l’unico modo di esistenza esperito dagli esseri umani, perchè esso appare sbagliato, innaturale, da “elaborare” come un lutto? (è un lutto: è la morte costante e inesorabile di noi stessi quali ora siamo, contro la pretesa di permanenza).

Da dove viene la pretesa di permanenza, il suo stesso concetto, la sua permanenza? (la permanenza della pretesa di permanenza, nonostante la sola e unica esperienza del divenire?)

e un altro anno se ne va. Buon 2017.

 

 

La città a Ferragosto

(saturday soul surge se vuoi clicca sul video musicale e poi leggi. Blues traveler. Bravissimi (l’armonicista in modo pazzesco) e un po’ sfighi di look, adatti al tema)

 

Non sono mai stato a ferragosto a Torino.

C’è una strana atmosfera. Città semideserta. Poche auto in circolazione, poche parcheggiate. Forse per questo le persone che restano riesci a guardarle meglio, si guardano fra loro con una specie di solidarietà. Molti sono andati in vacanza. Chi, ancor meglio, ci era già andato, è comunque via perchè in ogni caso è festa e ha dove andare.

Chi resta? Molti anziani. Fra i non anziani, forse chi ha un parente malato da assistere, chi ha avuto un contrattempo, un accidente. Chi è solo. Chi è povero. In proporzione ci sono molti più stranieri e gente di colore, a ferragosto. In certi quartieri, come a Barriera Milano, la cosa assume un aspetto notevole.

Trovo bellissima questa gente. Le donne a Torino sono mediamente più belle e desiderabili a Ferragosto che in ogni altro periodo dell’anno.

Le persone sembrano migliori, più belle. Come se fossero in certo qual modo accarezzate dal cielo. Ma forse sono sempre così, ero io che non c’ero e non me n’ero accorto.

 

 

Il rock e la vecchiaia, II

Continua da qui

Del resto, è passato quasi un decennio da quando the Zimmers incisero il My generation cantato da vecchi. Trovo sempre meraviglioso l’effetto d’inversione che ottiene il testo nella operazione Zimmers. Il fastidio della gente comune “people try to put us down … just because we get around” riferito non ai giovani, amati, invidiati, coccolati, ma invece ai vecchi, una categoria che la società contemporanea mal tollera, è significativo ed esatto.

Roger Daltrey, (cl.1944) che per primo cantò questo pezzo, è forse uno degli artisti rock più interessanti da analizzare nell’ambito di questo discorso. Per tanti anni ha incarnato, come front man degli Who, un ruolo eminentemente giovanile, che è stato portato sugli schermi da Ken Russel in Tommy, con i suoi capelloni riccioli biondi e il torso nudo.

Daltrey ebbe qualche difficoltà durante la mezza età. Problemi soprattutto di voce, a partire dagli anni 80 (si diceva avesse i polipi), e anche di immagine. Io ricordo che da addaltrey punkolescente lo percepivo come un personaggio del passato, ormai superato, eppure non aveva neanche 40 anni. E lui stesso doveva sentirsi così, fin da quando, con l’esplosione del punk, si fece ritrarre, sia pure un po’ per scherzo, con quel “look“. Too old to rock’n roll, too young to die, titolava proprio in quegli anni un lp dei Jethro Tull, e così lui doveva sentirsi.

E’ bello quindi vederlo riprendere, negli ultimi anni, la via del palco con dignità e senza forzature, con il bagaglio della vecchia gloria ma senza il ridicolo che potrebbe accompagnare simili operazioni. La migliore di queste mi pare quella che ha compiuto in compagnia di Wilko Johnson. Wilko Johnson (cl. 1947) è fantastico, forse quello che è invecchiato meglio di tutti. Nel senso che non è invecchiato, ha solo qualche anno sul groppone in più e i capelli in meno rispetto a quando calcava le scene nei Dr Feelgood con Lee Brilleaux (uno che non ce l’ha fatta ad invecchiare). Stesso modo schizzato di muoversi, stessi sguardi allucinati, solo un po’ più sorridente. Ma è sempre lui non perchè fa il verso a sè stesso, ma perchè quello è il suo modo di stare sul palco, il suo modo di vivere. Forse, favorito in questo dall’avere una non grande ma costante notorietà, presso un pubblico di nicchia e non di massa.

La scelta del bianco e nero nel video facilita la “digestione” della vecchiaia. Sa di vintage, e i colori accentuerebbero sgradevolmente gli effetti fisici della età avanzata o costringerebbero a trucchi.

In questo prossimo video le immagini della gioventù si sovrappongono a quelle attuali (del 2014). La nostalgia è temperata appunto da un senso virile di essere ancora in grado di calcare le scene con vigore e senza trucchi.

La lebbra della disinformazione.

Qui si cerca di analizzare, in modo possibilmente freddo, una vicenda significativa di disinformazione pubblica. Fatto a mio parere piuttosto grave, perchè causato dalle pagine del giornale più diffuso in Italia, il quotidiano “La Repubblica”. (tutti i grassetti, anche delle altre citazioni, sempre in corsivo, sono miei)

Partiamo da questo articolo dunque. E’ leggibile qui .Titolo “Torino, la Appendino taglia il wi-fi: “Abbiamo a cuore la salute”. Poi spiega con un tweet” Incipit : La sindaca Chiara Appendino non aspira soltanto a mettere a dieta i torinesi incoraggiando l’alimentazione “vegetariana e vegana su tutto il territorio cittadino”. Prospetta anche di spegnere gli impianti wi-fi, che considera prepotenzialmente pericolosi per la salute.

La notizia appare inquietante. Tralasciamo per adesso la questione “vegana” che è più sottile, in cui Repubblica e PD locale hanno però fatto pesante terrorismo ideologico, dando ad intendere che verranno a toglierti la libertà di mangiare un fettina, una albese e persino la bagna caoda dato che – pur essendo piatto sostanzialmente vegetariano – ha le acciughe. (magari ne parliamo dopo)

Io sono andato a controllare, sul programma di governo appena varato, scaricabile in formato pdf qui.

Bene, cerchiamo “Wifi” nel documento. Abbiamo due citazioni. pag. 37, paragrafo Turismo :

Agevolazioni fiscali per gli operatori che adottano un’articolata politica di
accoglienza nei confronti del turista come orari di apertura prolungata, wifi
gratuito e menu in lingua.

ah…. uhm …. vediamo l’altro.

pag. 59 ” Azioni di medio termine: experimentation lab
1. Creare una infrastruttura tecnologica all’avanguardia (banda, wifi, servizi in
cloud) per lo sviluppo di progetti di smart city con un modello platform as a
service.
Banda wifi: utilizzare al meglio tutte le infrastrutture di rete già
esistenti in città, per costruire un sistema wifi a banda larga su tutta
la città, attraverso l’installazione di routers e antenne wifi dedicate
all’utilizzo da parte di cittadini e imprese;

Ma la Repubblica, di che c..zo sta parlando, vi chiederete. Riprendo l’articolo, mi tocca leggerlo tutto, mannaggia.

C’è scritto così a pagina 23 del programma di governo che la prossima settimana passerà in consiglio comunale per l’approvazione.

Beh, non c’è sicuramente scritto “wi-fi”, l’avrei beccato, ma andiamo a vedere pagina 23:

paragrafo Ambiente, i fondi europei e la tutela degli animali. Ecco la citazione dello scandalo per Repubblica:

Siamo consci anche che quando si parla di inquinamento ci sia da considerare
anche quello elettromagnetico.
A tale proposito seguiremo tutti i principi di precauzione relativi alle onde generate
da ogni impianto di emissione, ancor di più se queste apparecchiature si trovano
all’interno di edifici scolastici. Chiederemo, in concerto con le altre amministrazioni
pubbliche, di ridurre il tempo e/o la quantità delle emissioni in modo che sia
garantita la connettività per lo stretto necessario. Inoltre monitoreremo e saremo
attenti in modo costante agli sviluppi degli studi in ambito medicoscientifico
in merito, perché abbiamo a cuore la salute, l’ambiente ma anche lo sviluppo dei
sistemi di connessione alla rete. Ove sarà possibile chiederemo di ridurre il
numero di singoli impianti o emittenti, riducendole al numero strettamente
necessario a garantire la copertura e/o la connettività dei dispositivi mobili.

Beh. Mi pare ben diverso dalla notizia di Repubblica. E mi piace, mi pare del tutto ragionevole, specie se combinato con le altre due citazioni. Comunque se ne può discutere, è un tema da non scartare.

C’è un fatto importante, però. Le parole del programma sono un dato di fatto ufficiale di governo, mentre la Repubblica è carta di giornale, inadatta purtroppo all’uso che in questo caso sarebbe idoneo data la pessima qualità dell’informazione in essa contenuta. E tralascio tutte le scorrettezze del resto dell’articolo, da antologia di cosa non bisogna fare per essere giornalisti onesti.

Bene. E che fanno i dirigenti locali del PD, ex assessori, (le persone serie e affidabili, a differenza di quei cialtroni dei grillini)?

Prendiamo Enzo Lavolta, ex assessore all’innovazione ed all’ambiente, il più lesto a rilanciare la spazzatura disinformativa di Repubblica. Dal suo profilo su facebook, inserendo l’immagine dell’articolaccio (leggibile solo il titolo):

IO INVECE PENSO CHE IL WI-FI FACCIA BENE. C’è un legame stretto tra accesso libero alla rete, democrazia e nuove opportunità, soprattutto per le nuove generazioni. E’ necessario valorizzare le reti esistenti e tutte le possibili collaborazioni tra pubblico e privato per realizzare l’area metropolitana più connessa d’Italia, dove chiunque possa, se e quando vuole, connettersi ad Internet liberamente e senza limiti di tempo.   Perché Internet a Torino deve essere un diritto di tutti. La connettività è una condizione essenziale per diffondere l’uso delle tecnologie digitali, fattore abilitante di molte opportunità di crescita professionale e culturale per i cittadini. La connettività è un atto concreto verso i cittadini e indispensabile per vivere il futuro in modo attivo e consapevole.

Il pippozzo generico e grossolano di Lavolta, basato sulle fole dell’articolo di Repubblica e probabilmente non mitigato dalla lettura -per lui doverosa – del programma di governo  è stato prontamente rigirato da Lo Russo, ex assessore all’urbanistica.

Ed ora, moltissima gente in rete ripete il titolo di Repubblica, dicendo che ora tolgono il wi-fi ,  ommimì si torna al medioevo, questi sono pazzi.  L’ha detto la Repubblica, mica Lercio, e lo dicono ex assessori, giovani e dinamiche persone del PD!

Ora, stante il fatto che La Repubblica già non mi aveva fra i suoi lettori, per me era seconda scelta in edicola e ora diventerà fra la 19esima e la 20esima, dopo l’Eco del Chisone, prima solo di Libero e Padania (ma non ne sono sicuro), se devo valutare i politici della mia città, a questo giro il PD ha perso almeno 4 punti a zero. Uno per la superficialità di non leggere il programma degli avversari che ti hanno sconfitto, uno per averlo magari letto ed essere forse tonti, ed altri due per essere in realtà forse disonesti e mentire sapendo di mentire.

E mi rimane un senso di rabbia contro le menzogne, perchè inquinano il libero dibattito pubblico. Chi mi conosce sa che non sono mai stato grillino, anzi in passato sono stato pure ostile a Grillo e il suo movimento. Ma credo nell’importanza della verità. E tanto mi basta. Questa volta sta dalla parte del M5S.

E la menzogna più nera, la lebbra della disinformazione, che fa ammalare l’opinione pubblica, sta dalla parte di La Repubblica e del PD.