vita quotidiana

Isgrò vs Waters. O della demenza senile della nostra società

Tra le deprimenti vicende, e pulsioni e pensieri in putrefazione o, se nuovi, deboli, mentecatti e malaticci, che ormai soffocano il nostro paese, spicca la vicenda giudiziaria che ha visto l’artista Emilio Isgrò contrapporsi a Roger Waters. Come è noto, il Tribunale di Milano, nei giorni scorsi, ha dato ragione a Isgrò. Chi non conoscesse la contesa, può leggere qui.

1501004076-roger-waters.jpgIl dibattito intorno a questa vicenda è stato a dir poco miserevole. L’unico ad aver detto qualcosa di sensato prendendo la cosa a cuore è stato Vittorio Sgarbi. Mi ero stupito. Non che Sgarbi non dica a volte cose sensate; ma in genere ha qualche interesse per farlo (o non farlo).  Poi ho capito: è perito di parte della Sony.

La sentenza è grottesca. Molta gente dei social è indignata, per motivi sbagliatissimi.

Sono motivi del tipo “ma come si permette un oscuro sconosciuto rompere le palle ad un genio universale come Roger Waters, uno che ha fatto – otite utite – THE UOLL? Siamo proprio dei provinciali

Cioè, siamo a questi infimi livelli; non solo provinciali davvero, ma anche parecchio ignoranti. Roba che ti verrebbe voglia di dar ragione ai giudici di Milano.

La questione comunque è chiarissima: è assurdo che l’atto di cancellare una pagina scritta e mostrarla sia riservatato a Emilio Isgrò. Sarebbe come dire che Seurat avrebbe avuto ragione a fare causa a chiunque avesse utilizzato un procedimento puntinistico, perchè per primo l’aveva usato lui (o Signac?).  Point, comme on dit. Ridicolo. Niente Pelizza, niente primo Balla, niente tantissimi altri. Per fortuna nell’800 avevano ben altro da fare che fare cause idiote.

Una sentenza saggia avrebbe potuto, al massimo, imporre di citare Isgrò come ispiratore o precursore del lavoro della copertina. Al massimo. (per una analisi approfondita della questione, perizie e sentenza, di opinione diversa dalla mia, vedere quest’articolo di Italian Factory)

Comunque è andata così. Isgrò, anche qui dò ragione a Sgarbi, ha, magari pure con merito, con questa occasione rilanciato la sua popolarità; così si fa, oggi. Questa sua intervista mi pare rivelare una personalità vanitosissima, come spesso hanno gli artisti. In questa intervista, senza la benchè minima ombra di umiltà, interpreta sussiegosamente la parte della persona nobile, contro ogni forma di censura, un creatore di mondi, un Newton dell’arte del nostro mondo, che ci difende dai lupi rapaci del mondo d’oggi.

Evidenzio un pezzo di questa intervista:

Isgrò:  “All’Istituto italiano di cultura parigino hanno allestito recentemente una mia mostra non per caso intitolata La cancellatura annulla la censura. È esattamente quello che ho fatto ai tempi del Vietnam, contro le purghe staliniane, contro i genocidi».

Un lavoro iniziato come denuncia.
«Sì. Poi naturalmente con gli anni l’ho articolato in un linguaggio capace di costruire, creando una nuova sensibilità. E su questo ho fondato tutta la mia opera».

Cioè, fate molta attenzione a quando sentite di fare qualcosa: magari quella sensibilità l’ha CREATA Isgrò. E potrebbe esserci un giudice di Milano che decide che sia così, e che quindi no, non potete fare quella cosa, senza rendere i diritti a Emilio Isgrò.

Ora, cari ragazzi, ho deciso nei prossimi giorni metterò su questo blog una serie di pagine cancellate con la tecnica di Isgrò. E invito tutti a fare lo stesso (non è difficile). Nel frattempo comincio – anch’io vanitoso – mi promuovo anch’io eccheccazzo – con una cosetta che avevo fatto qualche tempo fa, non con la tecnica di Isgrò ma anche in questo caso con intervento grafico su una pagina scritta, in cui l’evidenziazione – per non intervento del segno grafico sulla parola scritta – ha un suo peso. E giuro che non mi ricordavo di Isgrò. (d’altro canto Gillo Dorfles, il mio Virgilio nei gironi dell’arte del secondo ‘900 con questa ottima guida che consiglio di leggere a chi non l’avesse fatto nelle edizione via via più aggiornata, non è che desse ad Isgrò un ruolo di primaria importanza).

La cosa è un intervento di miei doodles su una pagina di Charles Jencks,  critico di architettura e architetto soprattutto di paesaggio, su uno stralcio di uno schema dal suo libro Current Architecture del 1982, scritto con William Chaitkin.

Non si vede, ma la colonna di sinistra indica, per 30 variabili, il modo di operare della architettura moderna; quella centrale della architettura tardo moderna; e quella di destra l’architettura postmoderna (era il 1982). I miei ghirigori fanno “surf” non intervenendo su quelle che sono le mie preferenze, un po’ tardo moderne e un po’ postmoderne. Un giochino. In sostanza viene fatto “pensando e non pensando”. La differenza con l’operazione tipo Isgrò è che non si tratta di una operazione “binaria”. La cancellatura non è totale, ed è graduabile.

jencks doodle

Comunque davvero farò nei prossimi giorni interventi invece alla Isgrò. State cunnessi amigus.

 

 

La cultura del semaforo

Non so se voi, negli svariati minuti, giornate, in cui siete stati fermi ad un semaforo insieme a tante altre persone, abbiate mai pensato se cosa succederebbe se il semaforo non ci fosse.

Io l’ho fatto. E in quelle settimane o mesi di attesa, ho infine concluso che, salvo per particolari incroci e per certe ore, il traffico sarebbe stato migliore. Più fluido, più sicuro (ci si accosterebbe all’incrocio a minor velocità), con minori scarichi inutili. Migliore, appunto.

Non sono stato il solo a pensarlo, peraltro. Napoletani a parte, sembra che questa idea sia stata già applicata con successo in alcuni centri urbani, che alcuni studi stiano avvalorando questa tesi che può apparire, di primo acchito, balzana. Per non parlare delle ricerche più avanzate sugli incroci “smart” (che tuttavia sono una versione tecnologicamente avanzata del semaforo).

Il fatto è che nel nostro cervello è sempre più radicata la cultura del semaforo.

Questa strana concezione che l’individuo, nella collettività, determinerebbe danni essendo irresponsabile e incapace di regolarsi da sé in modo opportuno, e che dunque sia sempre necessario che venga limitato da regole decise a monte, e attuate tramite macchine, o zelanti burocrati.

Queste regole di fatto sostituiscono Dio, sono a priori, con la differenza che non ammettono né il libero arbitrio né eccezioni, in nessun caso. L’uomo è al suo servizio, non viceversa. E siccome i casi sono tantissimi, e le eccezioni ragionevoli pure, queste regole assumono proliferazioni a spirale, sempre più mostruose, volte a definire minuziosamente il lecito e l’illecito per quanto possibile, fino ad arrivare all’intimo del comportamento nella vita delle persone.

E’ senz’altro collegata a questa mentalità quella che ha portato probi cittadini a fermare una ambulanza, colpevole di andare contromano. Così come quella che porta ad avere incroci affollati con tutti i veicoli fermi per molti secondi, perché inspiegabilmente tutti hanno il rosso e nessuno si può muovere.

Siamo talmente immersi in questa “cultura del semaforo” da non rendercene conto.Dobbiamo cercare di avere meno semafori: sia nelle strade, che nelle leggi. Ma prima, soprattutto, anche nella nostra testa di uomini e progettisti.

(pubblicato in PresS/Tletter, qui)

Sotto la stella del Chuck

Chuck Berry ha avuto un destino particolare. Tutti in fondo volevano che non cambiasse mai, che fosse sempre quello che ha tracciato il primo solco principale del rock n roll. Lui peraltro sembrava divertirsi molto a fare sempre le stesse cose che aveva inventato da ragazzo. E come stupirsene? I comuni mortali oggi devono cambiare abitudini e modi di lavorare in continuazione, non possono dar nulla per scontato, devono lottare e rinnovarsi sempre. Ma a pensarci bene, è un destino che accomuna molti artisti, anche se lui l’ha vissuto in modo particolare. In un mondo che cambia velocemente, i Chuck Berry devono rimanere sempre gli stessi. E’ forse il senso profondo dell’appellativo “star”, senso che trascende la popolarità stessa.

Comunque, addio Chuck, riposa in pace. E tutto invecchia e muore, anche il rock n roll.


<p><a href=”https://vimeo.com/18623223″>Chuck Berry &amp; Keith Richards – Oh Carol</a> from <a href=”https://vimeo.com/user4386260″>Music Management USA</a> on <a href=”https://vimeo.com”>Vimeo</a&gt;.</p>

 

La pretesa di permanenza

Se il divenire è l’unico modo di esistenza esperito dagli esseri umani, perchè esso appare sbagliato, innaturale, da “elaborare” come un lutto? (è un lutto: è la morte costante e inesorabile di noi stessi quali ora siamo, contro la pretesa di permanenza).

Da dove viene la pretesa di permanenza, il suo stesso concetto, la sua permanenza? (la permanenza della pretesa di permanenza, nonostante la sola e unica esperienza del divenire?)

e un altro anno se ne va. Buon 2017.

 

 

La città a Ferragosto

(saturday soul surge se vuoi clicca sul video musicale e poi leggi. Blues traveler. Bravissimi (l’armonicista in modo pazzesco) e un po’ sfighi di look, adatti al tema)

 

Non sono mai stato a ferragosto a Torino.

C’è una strana atmosfera. Città semideserta. Poche auto in circolazione, poche parcheggiate. Forse per questo le persone che restano riesci a guardarle meglio, si guardano fra loro con una specie di solidarietà. Molti sono andati in vacanza. Chi, ancor meglio, ci era già andato, è comunque via perchè in ogni caso è festa e ha dove andare.

Chi resta? Molti anziani. Fra i non anziani, forse chi ha un parente malato da assistere, chi ha avuto un contrattempo, un accidente. Chi è solo. Chi è povero. In proporzione ci sono molti più stranieri e gente di colore, a ferragosto. In certi quartieri, come a Barriera Milano, la cosa assume un aspetto notevole.

Trovo bellissima questa gente. Le donne a Torino sono mediamente più belle e desiderabili a Ferragosto che in ogni altro periodo dell’anno.

Le persone sembrano migliori, più belle. Come se fossero in certo qual modo accarezzate dal cielo. Ma forse sono sempre così, ero io che non c’ero e non me n’ero accorto.

 

 

Il rock e la vecchiaia, II

Continua da qui

Del resto, è passato quasi un decennio da quando the Zimmers incisero il My generation cantato da vecchi. Trovo sempre meraviglioso l’effetto d’inversione che ottiene il testo nella operazione Zimmers. Il fastidio della gente comune “people try to put us down … just because we get around” riferito non ai giovani, amati, invidiati, coccolati, ma invece ai vecchi, una categoria che la società contemporanea mal tollera, è significativo ed esatto.

Roger Daltrey, (cl.1944) che per primo cantò questo pezzo, è forse uno degli artisti rock più interessanti da analizzare nell’ambito di questo discorso. Per tanti anni ha incarnato, come front man degli Who, un ruolo eminentemente giovanile, che è stato portato sugli schermi da Ken Russel in Tommy, con i suoi capelloni riccioli biondi e il torso nudo.

Daltrey ebbe qualche difficoltà durante la mezza età. Problemi soprattutto di voce, a partire dagli anni 80 (si diceva avesse i polipi), e anche di immagine. Io ricordo che da addaltrey punkolescente lo percepivo come un personaggio del passato, ormai superato, eppure non aveva neanche 40 anni. E lui stesso doveva sentirsi così, fin da quando, con l’esplosione del punk, si fece ritrarre, sia pure un po’ per scherzo, con quel “look“. Too old to rock’n roll, too young to die, titolava proprio in quegli anni un lp dei Jethro Tull, e così lui doveva sentirsi.

E’ bello quindi vederlo riprendere, negli ultimi anni, la via del palco con dignità e senza forzature, con il bagaglio della vecchia gloria ma senza il ridicolo che potrebbe accompagnare simili operazioni. La migliore di queste mi pare quella che ha compiuto in compagnia di Wilko Johnson. Wilko Johnson (cl. 1947) è fantastico, forse quello che è invecchiato meglio di tutti. Nel senso che non è invecchiato, ha solo qualche anno sul groppone in più e i capelli in meno rispetto a quando calcava le scene nei Dr Feelgood con Lee Brilleaux (uno che non ce l’ha fatta ad invecchiare). Stesso modo schizzato di muoversi, stessi sguardi allucinati, solo un po’ più sorridente. Ma è sempre lui non perchè fa il verso a sè stesso, ma perchè quello è il suo modo di stare sul palco, il suo modo di vivere. Forse, favorito in questo dall’avere una non grande ma costante notorietà, presso un pubblico di nicchia e non di massa.

La scelta del bianco e nero nel video facilita la “digestione” della vecchiaia. Sa di vintage, e i colori accentuerebbero sgradevolmente gli effetti fisici della età avanzata o costringerebbero a trucchi.

In questo prossimo video le immagini della gioventù si sovrappongono a quelle attuali (del 2014). La nostalgia è temperata appunto da un senso virile di essere ancora in grado di calcare le scene con vigore e senza trucchi.