torino

Ovvero ne richiama pubblicamente la simbologia attraverso strumenti telematici …

trof dvx1Ieri sera, mentre aspettavo alla Reale Società Ginnastica Torino (dicono la più antica d’Italia), ho controllato se per caso, in seguito agli aggiornamenti normativi, avessero zelantemente celato questi due trofei anni ’30, che trovo una felice combinazione fra stile 900 e secondo futurismo (atleti in bronzo, un po’ stilizzati, che sorreggono solidi geometrici in vetro con la scritta DUX). Opere di Giandomenico De Marchis

Poterli tranquillamente vedere li addomestica e li storicizza. Se fossero nascosti si determinerebbe un senso di mistero e desiderio, di potere attivo, a favore pure del suo contenuto celebrativo, altrimenti storicizzato, mummificato.

 

 

La legge Fiano avrà anche buone intenzioni, ma non è scritta molto bene, secondo me.

trof dvx2«Chiunque propaganda le immagini o i contenuti propri del partito fascista o del partito nazionalsocialista tedesco, ovvero delle relative ideologie, anche solo attraverso la produzione, distribuzione, diffusione o vendita di beni raffiguranti persone, immagini o simboli a essi chiaramente riferiti, ovvero ne richiama pubblicamente la simbologia o la gestualità è punito con la reclusione da sei mesi a due anni. La pena di cui al primo comma è aumentata di un terzo se il fatto è commesso attraverso strumenti telematici o informatici»

Temo che se ci fosse uno che mi vuole male, e trovassi in tribunale giudici zelantissimi e un po’ ottusi, a rigore con questo post potrei rischiare da 8 a 30 mesi (ma con la condizionale …). Ma voi non dite niente, eh?  Il mio antifascismo oltretutto è a tutta prova, chi mi conosce lo sa e non sto scherzando.

 

 

 

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Lettera aperta a G.Montanari (parte I)

Lettera aperta a Guido Montanari sulla Delibera di Revisione del PRG di Torino (parte I)

Premessa per non torinesi. Guido Montanari è assessore all’Urbanistica e Vicesindaco della Città di Torino, di giunta pentastellata. Professore associato di Storia dell’architettura contemporanea alla facoltà di Architettura del Politecnico di Torino. Con una delibera ha avviato il processo di revisione del PRG vigente.

(scritta per PresS/Tletter qui )

 

Scuola Holden Storytelling, la Vegetariana e Calasso

 

Un “saturday soul surge” letterario e un po’ orientalista. Scritto ascoltando questa ambient music. Se vuoi quindi leggi ascoltando.

1- Storytelling e Scuola Holden, Baricco . Un amico di Facebook ha proposto la lettura di un articolo sulla didattica della Scuola Holden presieduta da Alessandro Baricco, a questo link. Articolo che mi pare interessante anche perchè scritto dopo aver fatto inchiesta, toccando davvero con mano e annusando.

Direi che la questione storytelling (che poi in fin dei conti è pur sempre la vecchia retorica insegnata dai sofisti, naturalmente riportata all’oggi, alla nostra società enormemente più complessa che quella della Polis ateniese), si lega abbastanza alla critica che facevo ad un certo modo di raccontare “per mitologie” di Baricco (vedi qui).

Baricco dello storytelling fa tutta una sua teoria affascinante, per cui non sarebbe proprio riducibile a retorica, ma a mio avviso lui in fin dei conti fa uno storytelling dello storytelling. (ascolta sua conferenza sul tema qui)

50cc046aa1b961c1440ed82a0ae1fc77_w600_h_mw_mh_cs_cx_cy2 – La Vegetariana e le copertine Adelphi. Sto leggendo, per puro caso, La Vegetariana di Han Kang, una scrittrice Sud Coreana pubblicata da Adelphi (vedi qui ). Mi sta prendendo, mi piace, sono a metà e sono curioso di vedere come finirà. Ad un certo punto cominci a capire perchè in copertina c’è quell’immagine del fiore con una strana macchia, opera del fotografo Nuboyoshi Araki (qui un articolo che mi pare migliore della voce Wiki; io non lo conoscevo, lo ammetto).

Come Roberto Calasso spiega autobiograficamente ne “L’impronta dell’editore”, la scelta dell’immagine di copertina nei libri Adelphi è molto importante, genera una sorta di contrappunto e dialettica fra il testo e l’immagine.

3 – Le copertine, Galasso e Kevin Kelly. Avevo accennato a Kevin Kelly di recente, come autore di riferimento di Franco Bolelli e da lui consigliato a Lorenzo Jovanotti nel loro carteggio “viva Tutto”, qui.  Sempre nel primo e più importante scritto della succitata raccolta L’impronta dell’editore, intitolato “I libri unici”, Calasso parla, in modo a mio avviso giustamente ostile, di un lungo articolo di Kelly dal titolo “Cosa succederà ai libri”. Non ho voglia e forse la capacità di riassumere in poche righe la questione, se non dicendo che la previsione (ma in realtà il desiderio futurologico) di Kelly di pervenire ad una sorta di “Libro Unico” in rete, viene individuato da Calasso come diametralmente opposto al suo lavoro di editore, che aspira a pubblicare “Libri Unici”. E’ proprio la copertina ciò che individua i singoli libri, e che in realtà viene a cadere nel mostruoso libro unico di Kelly. (e capisco perchè leggendo “Viva Tutto” non ero affatto convinto di quanto diceva Bolelli).

K.Kelly è esperto orientalista, e cofondatore di Wired, di cui è stato direttore. Se pensiamo che molti scritti della raccolta di Baricco Il nuovo Barnum di cui si diceva furono scritti per Wired (edizione italiana), il cerchio di questo post, un cerchio forse po’ magico, si chiude.

Ok, per oggi basta. Detto fra noi, questa ambient orientale è una palla pazzesca!

Le conchiglie di Ceppi (I)

è noto che gli esperti di arte possono trarre utili indizi di autenticità delle opere di un autore non da elementi primari (che sono sempre imitati molto bene dai falsari), ma da particolari marginali, in cui maggiormente sono addensati tic involontari o modi peculiari di un qualche autore.

Ora, per varie ragioni mi è capitato negli ultimi mesi di frequentare spesso alcune opere di Carlo Ceppi, architetto torinese attivo particolarmente nella seconda metà dell’800. (Note biografiche su Ceppi, qui)

Un architetto tipicamente eclettico, tendenzialmente conservatore, forse un po’ sopravvalutato a livello locale.

La faccio breve, tanto non è un “post” particolarmente serio. In tre di queste opere, nell’apparato decorativo sono poste ampie conchiglie in pietra tenera, in posizioni importanti. Le metto qui a confronto in ordine cronologico, per ora con poco commento e ragionamenti.

La prima è tratta dalla facciata principale della Stazione ferroviaria di Torino Porta Nuova (1861-67). Il progettista dell’opera è Alessandro Mazzucchetti, ma tutti gli autori assegnano a Ceppi la partecipazione al progetto, in particolare al disegno di quella facciata. Cosa che peraltro non ha riscontro in alcun documento d’archivio, però si dice “Mazzucchetti e Ceppi”.

Ecco una visione ravvicinata, in uno scatto eseguito dal ponteggio prima dei recenti lavori di restauro :

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All’interno della facciata ci sono due conchiglie per lato, poste simmetricamente rispetto all’asse centrale, di grandi dimensioni, ma per ora non teniamo conto dell’aspetto sintattico, grammaticale, compositivo ecc. per concentrarci sulla forma in sè della conchiglia.

Passiamo ora alla conchiglia nella facciata di Palazzo Ceriana Mayneri, sempre a Torino, corso Stati Uniti 27, del 1884. Sopra l’apertura dell’androne al centro della facciata.

conchiglia ceriana

Questa invece fa parte di una fontana monumentale, la Fontana dei 12 mesi presso il parco del Valentino, realizzata nel 1898. La foto è brutta, fatta col telefonino, ma per ora non ci si può avvicinare tanto perchè i restauri non sono ancora terminati e ci sono ancora barriere. Gli elementi sono 10, disposti simmetricamente nel muro ellittico, nel campi compresi fra le 12 statue dei mesi.

conchiglia fontana

Una cosa è chiara: queste tre conchiglie non hanno nulla in comune fra di loro.

Prossimamente vedremo di scoprire perchè. Come si dice “state tonnati” “stay tuned”. Ciau.

(continuazione, qui)

 

 

 

Il bello esiste (e lotta insieme a noi)

Ripubblico qui uno scrittino di circa 3 anni fa, pubblicato nel defunto sito “Torino è la mia città?” e pertanto non più in rete. In esso attaccavo Carlo Olmo, allora direttore dell’Urban Center di Torino, oltre che docente universitario di storia dell’architettura contemporanea (fu anche mio professore) e allora direttore de Il Giornale dell’architettura.

Quando, nell’ormai lontano 2002, il prof. Carlo Olmo si insediò alla carica di City Architect, La Stampa pubblicò una sua intervista di presentazione.

Il titolo dell’articolo era “Il Bello non esiste”. Lo potete leggere per intero qui, nell’archivio storico del quotidiano torinese.

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A rileggerlo, si può comprendere ed anche apprezzare i motivi delle sue affermazioni di allora. Questo suo cercare di non banalizzare le questioni urbane a polemiche sulle “brutture moderne”, sui “mostri urbani”, polemiche spesso condotte in modo quasi becero, e comunque prive della consapevolezza necessaria per affrontare il tema.1

Tuttavia, a distanza di 11 anni da allora, possiamo anche valutare i difetti di un approccio che ha di fatto favorito lo strapotere delle ragioni quantitative ed economiche delle trasformazioni urbane su ogni altra ragione “non pratica”.

Un approccio che, a dispetto anche di certe volontà e affermazioni, nonostante una indubbia competenza ed impegno (che certo non è mancato ad Olmo ed allo staff che ha costruito), ha di fatto reso la qualità urbana e architettonica un fattore marginale e trascurabile nell’ambito delle trasformazioni urbanistiche torinesi recenti; un tema che non è elegante affrontare, perché “ciò che può essere bello per me, magari non lo è per lei, nel senso che c’è molto di soggettivo in queste valutazioni”. 2

Non è certo questa la sede per affrontare questioni tipo la soggettività del bello. Quello che però possiamo certamente affermare è che gran parte delle persone, semplicemente, concordino sul fatto che certe parti di città siano più belle di altre e in esse sia preferibile vivere, così come concordano sul fatto che Brad Pitt sia più bello di Lino Banfi, o una Golf più bella di una Duna. In questo senso, non è certo erroneo dire che Spina 3 è considerato dalla gran parte delle persone un quartiere brutto, e che le operazioni urbanistiche condotte su un concetto “tardo cobusieriano” di case alte isolate in spazi pubblici di risulta e comunque informi, punteggiati da centri commerciali, hanno dato luogo a risultati urbani lontani dal gradimento della gran parte delle persone, e comunque, per la gran parte delle persone, brutti.

Anche se gli esperti – specie se interessati – sapranno motivarvi con ricchezza d’argomentazione che si tratta quartieri meravigliosi o quantomeno “interessanti” e di un grande successo urbanistico (anche se, ci potete scommettere, loro abitano altrove, ovviamente).

Le volte in cui gli “addetti ai lavori” ammettono pubblicamente l’esistenza del bello e del brutto si contano sulla punta delle dita. Ricordiamo ad esempio quella volta che, tanto tempo fa, alla vigilia delle grandi trasformazioni urbanistiche torinesi degli ultimi due decenni, Aimaro Isola cominciò il suo intervento ad un convegno svoltosi entro la facoltà di Architettura, esclamando “Quando parlo di Periferia, mi piace parlare, anche, del Brutto”. 3 La cosa dovette suonare, all’orecchio di molti, come un bestemmione nella Cattedrale. Non per il contenuto nel merito (la periferia è brutta), quanto per aver osato utilizzare pubblicamente la categoria del “brutto” . In quella occasione Isola infatti raccontò anche – direi confessò – che tale categoria, come quella del bello, non poteva essere usata in Facoltà, e che lui, durante le revisioni dei progetti degli studenti, quando vedeva qualcosa di brutto, la criticava adducendo motivazioni funzionali, di opportunità, di relazione formale o storica con il contesto urbano, eccetera, ma che, in fin dei conti, la vera causa delle sue critiche era che il progetto era brutto. E che questa inibizione dell’utilizzo del temine “bello” o “brutto” era tutta pubblica, e che tutti gli architetti, dentro i loro uffici, non facevano altro che dare questi semplici giudizi estetici su ogni cosa.

Il fatto è che esistono cose che evidentemente, sia pure per motivazioni di cui da secoli si discute filosoficamente in disaccordo, sono belle, ed altre sono brutte, mal riuscite; e bisogna infine prenderne atto, certo con serietà, ma anche con piacevole voglia di contribuire a produrre cose che appaghino i sensi dei nostri simili.

Il fatto è che le uniche questioni che infiammano davvero l’opinione pubblica sugli interventi nella propria città sono quelle legate al bello. Pensiamo solo all’ultimo decennio a Torino: i “gianduiotti” in piazza Solferino, il piazzale Valdo Fusi e il suo edificio centrale, gli edifici sulla Spina, il cosiddetto “Palafuksas” sono stati ad esempio fra i temi più sentiti.

E quando una cosa non va, non va, a prescindere dalla fama dell’autore; e lo si deve ammettere, e si deve togliere, quando nel vale la pena o si presenta l’occasione. Così, si sono rimossi a furor di popolo i Gianduiotti di Giugiaro4 come in passato a Roma le “orecchie d’asino” nel Pantheon di Bernini.

Sappiamo che le motivazioni che accompagnano questi dibattiti non è elegante che siano di tipo estetico e, come ci rivelò Isola nell’intervento citato, vanno mascherate da motivazioni funzionali, storiche, logiche, economiche e di ogni altro genere.

Ma siamo anche consci che, a dispetto di ogni tentativo di ridurre tutto a logica, economia e quantità, il bello invece esiste. E , speriamo, lotta insieme a noi.

1 Ricordiamo, ad esempio in campo giornalistico, le inchieste di un giovane Maurizio Crosetti su Repubblica sui “mostri urbani” a Torino, in cui vennero presi di mira prevalentemente edifici in cui si manifestava una qualche ricerca architettonica. Dopo quell’inchiesta, il suo giornale pensò astutamente di mettere la sua vivace penna a servizio delle cronache sportive, su cui poteva meglio applicarsi.

2 Nell’articolo citato “Il Bello non esiste”, in La Stampa 12 settembre 2002

3 Aimaro Isola “Il brutto e la periferia”, in : Liliana Bazzanella e Carlo Giammarco (a cura di) “Progettare le periferie” Torino, Celid 1986. “La pubblicazione raccoglie i saggi e gli interventi presentati in occasione della Giornata di studio “Progettare le periferie” che si svolse a Torino il 29 gennaio 1986 presso la Facoltà di Architettura, a conclusione della Mostra “Banlieues ’89 – 200 progetti francesi per le periferie” .

4 Gli esperti ci perdoneranno di non citare l’architetto che ha firmato i “gianduiotti” in seno alla Giugiaro Design dato che avranno certamente apprezzato che nello scritto abbiamo già citato due oggetti disegnati dallo stesso Giugiaro. Uno generalmente classificato bello, la Golf, e un altro proverbialmente brutto, la Duna.

Quando si dimentica il costo e l’utilità di un’opera pubblica?

Due settimane fa ci fu l’inaugurazione del nuovo centro congressi di Roma, la “nuvola di Fuksas”. Semb

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la mole antonelliana durante la sospensione dei lavori durata 8 anni

 

ra un secolo fa dato che in mezzo ci sono state le elezioni USA con vittoria di Donald Trump, tutto già previsto nei Simpson.

Scrissi allora un pezzettino pre PresS/Tletter in cui sostengo che, se la “nuvola” fosse stata amata da una buon parte dei cittadini, e chiara espressione di genialità, probabilmente pochi parlerebbero di costi eccessivi e di inutilità. Partendo da un esempio illustre, una follia inutile ma a suo modo necessaria, la Mole Antonelliana.

Quando si dimentica il costo e l’utilità di un opera? – di Guido Aragona

La città a Ferragosto

(saturday soul surge se vuoi clicca sul video musicale e poi leggi. Blues traveler. Bravissimi (l’armonicista in modo pazzesco) e un po’ sfighi di look, adatti al tema)

 

Non sono mai stato a ferragosto a Torino.

C’è una strana atmosfera. Città semideserta. Poche auto in circolazione, poche parcheggiate. Forse per questo le persone che restano riesci a guardarle meglio, si guardano fra loro con una specie di solidarietà. Molti sono andati in vacanza. Chi, ancor meglio, ci era già andato, è comunque via perchè in ogni caso è festa e ha dove andare.

Chi resta? Molti anziani. Fra i non anziani, forse chi ha un parente malato da assistere, chi ha avuto un contrattempo, un accidente. Chi è solo. Chi è povero. In proporzione ci sono molti più stranieri e gente di colore, a ferragosto. In certi quartieri, come a Barriera Milano, la cosa assume un aspetto notevole.

Trovo bellissima questa gente. Le donne a Torino sono mediamente più belle e desiderabili a Ferragosto che in ogni altro periodo dell’anno.

Le persone sembrano migliori, più belle. Come se fossero in certo qual modo accarezzate dal cielo. Ma forse sono sempre così, ero io che non c’ero e non me n’ero accorto.