teoria

Nell’epoca della riproducibilità tecnica matura

Il pezzo del post precedente è ora su PresS/Tletter, ma con una sovrapposizione che ha implicato anche una modifica del titolo, che non mi convinceva. La sovrapposizione riguarda il pensare la questione dal punto di vista della tesi di Walter Benjamin riguardo alla “distruzione dell’aura” dell’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica.

(in realtà secondo me c’è una possibile sovrapposizione del discorso anche a riguardo della “fine della storia”, ma era questione un po’ difficile per me).

Per leggerlo clicca qui

E siccome è sabato, è anche un saturday soul surge.

Peter Gabriel , Shaking the Tree. E vale anche per l’otto marzo.

L’alluvione delle conoscenze

(pensato per PresS/TLetter ma anticipato qui)

Credo che non si rifletta abbastanza sul fatto che la formazione universitaria degli architetti, almeno fino a qualche anno fa, si basasse su Storie della Architettura in cui le immagini erano poche e generalmente d’epoca in bianco e nero. La fotografia dell’edificio esemplare, isolato e a se stante, diveniva una sorta di “icona”, e ciò contribuiva a rendere un’aura mitica degli edifici stessi. Questo effetto era forse rafforzato dagli intendimenti degli autori stessi (Pevsner, Giedion, e poi Hitchcock, Zevi, ecc) nel costruire una “mitologia della architettura moderna”.

Chi può negare che, specie in edifici un po’ fuorimano, alcune fotografie, con determinate prospettive, siano divenute quasi “l’edificio stesso”, in una sorta di sineddoche della conoscenza?

Tutto questo era facile, dava certezze. Spesso in giro si parla dell’opera di questo e di quello, avendo in realtà spesso una concezione estremamente superficiale, ed in mente soprattutto le immagini “iconiche”. E questo forse capitava in parte pure ai grandi storici. Te ne accorgi quando essi scrivono di sfuggita di oggetti che conosci e hai studiato bene.

L’altro giorno, forse perché avevo preso in mano “La Città vivente” di F.L.Wright, nella nuova edizione Einaudi, che non riesco mai a leggere veramente a parte le figure, vedendo la solita vecchia foto della Price Tower ho pensato: ma come sarà adesso? E Bartlesville in Oklahoma, che città è? Come è situata la torre in quella città? Ecc.

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Ovviamente è facile oggi avere una risposta a quesiti del genere con semplici azioni sul web, e so che molti amici lo fanno: si va con Google Earth, o eventuali altri sistemi analoghi, eventualmente divagando anche sul paesaggio rarefatto dei sobborghi, dei collegamenti fra le cittadine, a volte rimembrando titoli di canzoni a cui non avevi mai dato immagini precise (Last trip to Tulsa ad es.), che potrebbero funzionare come colonna sonora. Ma, ancora meglio sintonizzarsi in streaming su qualche stazione radio locale utilizzando Radio.garden) Per informazioni e dati, su Wikipedia, in genere sono affidabili. Per belle foto, si va su Instagram o simili.

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Certo, si sa. Ma tutto questo, che è ovvio, e presto anche superato, dà qualche sgomento.

Questa enorme discrepanza fra l’aumento delle possibilità di conoscenza e lo scarso tempo a disposizione in una vita. Questo mutare, fra un sistema di conoscenza precedente fondato su racconti forti, paragonabili al solco di grandi fiumi e poco discutibili, ad una pluralità pressocché illimitata e imprevedibile di percorsi e tagli in qualsiasi direzione, che tuttavia è sempre più difficile fare confluire nel vecchio percorso. Quasi noi si fosse parte di una alluvione della conoscenza individuale su scala collettiva.

Noto infine di sfuggita che la angolazione della foto classica della Price tower è sempre la più bella. Era una gran bella fotografia.

De Mauro, i dialetti, Pasolini

La Repubblica ripubblica (ahaha), in onore al recentemente deceduto Tullio de Mauro, un bel libro-conversazione fra Andrea Camilleri e lo stesso De Mauro, La lingua batte dove il dente duole, già edito da Laterza nel 2013. Ho letto le prime pagine, è godibilissimo e interessante, con questi due anziani dalla bella testa che fa scintille e con tanti interessanti ricordi, relazionati al tema della conversazione: la lingua e i dialetti italiani.

Annoto qui una frase di De Mauro che mi serve per l’argomento che avevo affrontato tempo fa in quella serie di post su Pasolini, in cui sostenevo che PPP abbia avuto, specie dopo la morte, un effetto controproducente sugli intellettuali italiani. (qui il primo della sequenza).

De Mauro: “Le classi colte di città, di Roma, di Milano, pensano che i dialetti siano cosa morta, che non si parlino più. Ma è una palese sciocchezza. Usiamo ancora i dialetti e li parliamo con forme ancora molto autonome rispetto all’italiano. Probabilmente gli intellettuali subiscono ancora l’influenza di Pasolini, che nel 1964 – prendendo una bella cantonata – sosteneva che era nato l’italiano e che il dialetto stava morendo, e che averemmo parlato un italiano tecnologico.

La pretesa di permanenza

Se il divenire è l’unico modo di esistenza esperito dagli esseri umani, perchè esso appare sbagliato, innaturale, da “elaborare” come un lutto? (è un lutto: è la morte costante e inesorabile di noi stessi quali ora siamo, contro la pretesa di permanenza).

Da dove viene la pretesa di permanenza, il suo stesso concetto, la sua permanenza? (la permanenza della pretesa di permanenza, nonostante la sola e unica esperienza del divenire?)

e un altro anno se ne va. Buon 2017.

 

 

Frammenti di un discorso internettiano

Nei social scripta volant, sono proprio parole. Nei blog volano pure, ma un po’ meno. Riporto qui un frammento, non senza mettere prima un po’ di musica come mia usanza di sabato.

Oggi, un pezzo dei Procol Harum, gruppo che conoscevo poco e sto scoprendo adesso per il loro gradevolissimo equilibrio di gusti musicali. Live di 10 anni fa che erano già vecchiotti, di un pezzo dal loro primo album del 1967

 

Donna di Torino che lavora nel campo dell’arte contemporanea (e pertanto ovviamente ingolfato di “radical chic”), Lisa P. ha postato il 15 giugno  questo sfogo :

non so voi ma io non vorrei più sentire pronunciare termini quali
innovazione, sviluppo, periferia, cultura, opportunità, bene comune, partecipazione, spazio pubblico, condivisione e anche ‘dal basso’ … se prima, il mio interlocutore non spende almeno 3 minuti del suo tempo per articolare in modo approfondito che cosa intende per… innovazione, sviluppo, periferia, cultura, opportunità, bene comune, partecipazione, spazio pubblico, condivisione… e anche ‘dal basso’.”

Naturalmente, dieci minuti di applausi e oltre 110 “mi piace” (su 1348 suoi amici, è una buonissima media; normalmente pubblica link a articoli culturali del suo campo, e/o che riguardano la sua associazione, raccogliendo da 3-4 a massimo 50-60 “mi piace”). Fra i suoi amici che conosco, vedo che hanno “mipiacciato” alcuni che mi pare facciano uso smodato di termini quali cultura, bene comune, partecipazione, condivisione dal basso ecc. ecc. ecc.

Io “mipiaccio” ma non sono poi soddisfatto. Smezzo in 4 risposte:

  • Parole “mana”‘ (Levi Strauss, non quello dei jeans:)
  • Secondo me bisogna spostare l’attenzione (e l’astio), più alla costruzione del discorso che al vocabolo. Le parole “mana”, nell’ambito di un dicorso pubblico, tendono ad esserci (secondo la moda). Ma è la costruzione del discorso l’elemento che a volte occorrerebbe smontare.
  • Voglio dire che preferisco un discorso sensato che utilizzi vocaboli amuleto in modo appropriato ad uno insensato o negativo che usi parole precise e molto concrete.
  • Comunque in genere nei discorsi dell’intellettuale contemporaneo si fa ricorso eccessivo a termini astratti (che talvolta, diventano “mana”). Bisognerebbe sforzarsi di utilizzare il più possibile termini non astratti, riferiti cioè a cose vere e proprie.

E comunque, verba volant, e comunque, vanità delle vanità, tutto è vanità.

 

Note sulla cultura del critico

Ho avuto parecchio da fare in questo periodo

Comunque ho fatto un nuovo scritto breve per PresS/Tletter. Qui

Messa l’immagine di ex biblioteca di Beinasco su disegno di Bruno Zevi. A dimostrazione che il buon critico d’architettura è spesso un architetto un po’ fallito.

zevi beinasco