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Nota su Baricco saggista – il nuovo Barnum

Baricco è per me un estraneo familiare. E’ un preciso ossimoro.

Mi è estraneo perchè non lo conosco personalmente (diversi miei amici si) e non l’ho nemmeno mai incontrato, pur vivendo nella stessa città; perchè non sono un suo lettore abituale (ho letto pochissime cose sue, anche se non mi sono mai dispiaciute; in genere non leggo La Repubblica dove lui scrive).

Mi è familiare perchè, anche se ha qualche anno in più di me, in fin dei conti siamo della stessa “generazione”, stessi miti, stesse cose, più o meno; infatti potrebbe essere mio fratello maggiore, ha l’età di alcuni miei cugini; abitiamo nella stessa città, respiriamo quindi la stessa aria (inquinata), da 50 anni.

Mi è estraneo e familiare perchè riconosco certi modi di dire, un certo non so che nel modo di fare, di atteggiarsi anche quando scrive, che mi è familiare perchè sono modi che ho notato fin da piccolo in miei amici nati in una certa Torino fine, benestante, di tradizione, torinese da generazioni; ma appunto per questo, a me estranea essendo torinese di origine relativamente recente.

Sperando che non sia già partito un coro di “non ce ne frega un cazzo” vengo al dunque: una specifica osservazione su di lui in margine alla lettura di “Il nuovo Barnum”, una antologia di scritti apparsi su Repubblica, Vanity Fair o Wired dal 1999 al 2016. Uno l’avevphpThumb_generated_thumbnailjpg.jpgo già letto e mi era piaciuto, quello in cui il buon B. reagisce alla scorrettezza di Citati e Ferroni, che l’avevano denigrato con una battuta parlando d’altro (modo di fare estremamente scorretto e lui spiega bene perchè, bravo Baricco. L’articolo è leggibile qui)

La raccolta è gobile, mi è piaciuta. La leggo in ordine sparso (diverso dall’ordine sparso in cui è impaginata.

Ma ecco, in questi suoi minisaggi, spesso reportages di eventi o luoghi famosi, sebbene non ancora “sputtanati” e su cui si può comunque scrivere un bel pezzo (Ba)ricco, se da un lato rivela una acutezza e una vivacità notevoli, dall’altro è tradito dalla sua voglia di scrivere bene, di piacere ed essere brillante. E così giustappone, ad una lettura precisa della realtà, una serie di metafore o di similitudini con cui tende a  ricondurre il reale ad un recinto – un circo Barnum, appunto –  di miti comuni, (“miti d’oggi”, quindi forse anche luoghi comuni), a scapito della precisione. A scapito, forse, di un livello maggiore, che probabilmente sarebbe persino eccessivo sui giornali e le riviste, e che però me lo renderebbero forse più estraneo, ma migliore.

Questo accade soprattutto nei pezzi di colore, appunto sui “miti d’oggi”. Che non sono ovviamente quelli di Barthes della Francia anni ’50 e d’altronde l’intento e lo sguardo di Baricco è più benevolo e, in quei frangenti, più di narratore, cosa che costituisce per me il “difetto” che sopra ho rilevato.

La raccolta però contiene anche pezzi politici con analisi dure e senza fronzoli. Vorrei qui segnalare ad esempio quelli scritti nel 2009 a proposito dell’uso del denaro pubblico per attività culturali, che avrebbero meritato maggiore attenzione presso i partiti e l’opinione pubblica, e, mi pare, ancora attuali.

Ecco, forse la grande sopresa che ho avuto nel leggere questa raccolta è scoprire che Baricco è politicamente molto lucido, esatto, e senza retoriche. Una cosa davvero rara nel giornalismo italiano. E veloce: il pezzo scritto il 14 settembre 2001 rivela ad esempio una sua attitudine a leggere con fredda lucidità e rapidità le situazioni ancora a caldo, andando al cuore del problema. E Il doppio pezzo del 2000 su una Convention democratica in California lo farei leggere a Giovanna Botteri tutti i giorni, finchè non lo ripeta a memoria. Almeno il secondo.

Insomma, questo estraneo ho scoperto che mi è familiare davvero.

*********

(link ai pezzi citati: convention democratica I e ,  II 

quello 3 giorni dopo l’ 11/09

  • quelli sui finanziamenti pubblici alla cultura, I e II
  • quello che ha fatto scattare in me l’osservazione negativa. sui wiener

 

 

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La lebbra della disinformazione.

Qui si cerca di analizzare, in modo possibilmente freddo, una vicenda significativa di disinformazione pubblica. Fatto a mio parere piuttosto grave, perchè causato dalle pagine del giornale più diffuso in Italia, il quotidiano “La Repubblica”. (tutti i grassetti, anche delle altre citazioni, sempre in corsivo, sono miei)

Partiamo da questo articolo dunque. E’ leggibile qui .Titolo “Torino, la Appendino taglia il wi-fi: “Abbiamo a cuore la salute”. Poi spiega con un tweet” Incipit : La sindaca Chiara Appendino non aspira soltanto a mettere a dieta i torinesi incoraggiando l’alimentazione “vegetariana e vegana su tutto il territorio cittadino”. Prospetta anche di spegnere gli impianti wi-fi, che considera prepotenzialmente pericolosi per la salute.

La notizia appare inquietante. Tralasciamo per adesso la questione “vegana” che è più sottile, in cui Repubblica e PD locale hanno però fatto pesante terrorismo ideologico, dando ad intendere che verranno a toglierti la libertà di mangiare un fettina, una albese e persino la bagna caoda dato che – pur essendo piatto sostanzialmente vegetariano – ha le acciughe. (magari ne parliamo dopo)

Io sono andato a controllare, sul programma di governo appena varato, scaricabile in formato pdf qui.

Bene, cerchiamo “Wifi” nel documento. Abbiamo due citazioni. pag. 37, paragrafo Turismo :

Agevolazioni fiscali per gli operatori che adottano un’articolata politica di
accoglienza nei confronti del turista come orari di apertura prolungata, wifi
gratuito e menu in lingua.

ah…. uhm …. vediamo l’altro.

pag. 59 ” Azioni di medio termine: experimentation lab
1. Creare una infrastruttura tecnologica all’avanguardia (banda, wifi, servizi in
cloud) per lo sviluppo di progetti di smart city con un modello platform as a
service.
Banda wifi: utilizzare al meglio tutte le infrastrutture di rete già
esistenti in città, per costruire un sistema wifi a banda larga su tutta
la città, attraverso l’installazione di routers e antenne wifi dedicate
all’utilizzo da parte di cittadini e imprese;

Ma la Repubblica, di che c..zo sta parlando, vi chiederete. Riprendo l’articolo, mi tocca leggerlo tutto, mannaggia.

C’è scritto così a pagina 23 del programma di governo che la prossima settimana passerà in consiglio comunale per l’approvazione.

Beh, non c’è sicuramente scritto “wi-fi”, l’avrei beccato, ma andiamo a vedere pagina 23:

paragrafo Ambiente, i fondi europei e la tutela degli animali. Ecco la citazione dello scandalo per Repubblica:

Siamo consci anche che quando si parla di inquinamento ci sia da considerare
anche quello elettromagnetico.
A tale proposito seguiremo tutti i principi di precauzione relativi alle onde generate
da ogni impianto di emissione, ancor di più se queste apparecchiature si trovano
all’interno di edifici scolastici. Chiederemo, in concerto con le altre amministrazioni
pubbliche, di ridurre il tempo e/o la quantità delle emissioni in modo che sia
garantita la connettività per lo stretto necessario. Inoltre monitoreremo e saremo
attenti in modo costante agli sviluppi degli studi in ambito medicoscientifico
in merito, perché abbiamo a cuore la salute, l’ambiente ma anche lo sviluppo dei
sistemi di connessione alla rete. Ove sarà possibile chiederemo di ridurre il
numero di singoli impianti o emittenti, riducendole al numero strettamente
necessario a garantire la copertura e/o la connettività dei dispositivi mobili.

Beh. Mi pare ben diverso dalla notizia di Repubblica. E mi piace, mi pare del tutto ragionevole, specie se combinato con le altre due citazioni. Comunque se ne può discutere, è un tema da non scartare.

C’è un fatto importante, però. Le parole del programma sono un dato di fatto ufficiale di governo, mentre la Repubblica è carta di giornale, inadatta purtroppo all’uso che in questo caso sarebbe idoneo data la pessima qualità dell’informazione in essa contenuta. E tralascio tutte le scorrettezze del resto dell’articolo, da antologia di cosa non bisogna fare per essere giornalisti onesti.

Bene. E che fanno i dirigenti locali del PD, ex assessori, (le persone serie e affidabili, a differenza di quei cialtroni dei grillini)?

Prendiamo Enzo Lavolta, ex assessore all’innovazione ed all’ambiente, il più lesto a rilanciare la spazzatura disinformativa di Repubblica. Dal suo profilo su facebook, inserendo l’immagine dell’articolaccio (leggibile solo il titolo):

IO INVECE PENSO CHE IL WI-FI FACCIA BENE. C’è un legame stretto tra accesso libero alla rete, democrazia e nuove opportunità, soprattutto per le nuove generazioni. E’ necessario valorizzare le reti esistenti e tutte le possibili collaborazioni tra pubblico e privato per realizzare l’area metropolitana più connessa d’Italia, dove chiunque possa, se e quando vuole, connettersi ad Internet liberamente e senza limiti di tempo.   Perché Internet a Torino deve essere un diritto di tutti. La connettività è una condizione essenziale per diffondere l’uso delle tecnologie digitali, fattore abilitante di molte opportunità di crescita professionale e culturale per i cittadini. La connettività è un atto concreto verso i cittadini e indispensabile per vivere il futuro in modo attivo e consapevole.

Il pippozzo generico e grossolano di Lavolta, basato sulle fole dell’articolo di Repubblica e probabilmente non mitigato dalla lettura -per lui doverosa – del programma di governo  è stato prontamente rigirato da Lo Russo, ex assessore all’urbanistica.

Ed ora, moltissima gente in rete ripete il titolo di Repubblica, dicendo che ora tolgono il wi-fi ,  ommimì si torna al medioevo, questi sono pazzi.  L’ha detto la Repubblica, mica Lercio, e lo dicono ex assessori, giovani e dinamiche persone del PD!

Ora, stante il fatto che La Repubblica già non mi aveva fra i suoi lettori, per me era seconda scelta in edicola e ora diventerà fra la 19esima e la 20esima, dopo l’Eco del Chisone, prima solo di Libero e Padania (ma non ne sono sicuro), se devo valutare i politici della mia città, a questo giro il PD ha perso almeno 4 punti a zero. Uno per la superficialità di non leggere il programma degli avversari che ti hanno sconfitto, uno per averlo magari letto ed essere forse tonti, ed altri due per essere in realtà forse disonesti e mentire sapendo di mentire.

E mi rimane un senso di rabbia contro le menzogne, perchè inquinano il libero dibattito pubblico. Chi mi conosce sa che non sono mai stato grillino, anzi in passato sono stato pure ostile a Grillo e il suo movimento. Ma credo nell’importanza della verità. E tanto mi basta. Questa volta sta dalla parte del M5S.

E la menzogna più nera, la lebbra della disinformazione, che fa ammalare l’opinione pubblica, sta dalla parte di La Repubblica e del PD.

Papaveri e Bufale

(il fatto che ha suscitato queste riflessioni è questo )

Ho trovato spaventoso che, all’indomani del voto delle amministrative e del “Brexit”, molti esponenti dell’area di centro sinistra e PD abbiano messo in dubbio la validità del suffragio universale, nel migliore dei casi parlando di “patenti” per votare e cose di questo genere.

Trovo anche inquietante, più che il diffondersi “virale” di “bufale” su internet, il fatto che, più o meno la stessa gente che mette in discussione il suffragio universale, parli del fenomeno delle “bufale” per affermare che in effetti è internet la causa della diffusione di queste menzogne, della disinformazione.

Insomma, questi pensano che, se le cose vanno male, è perchè la gente è ignorante, e occorrerebbe limitarne l’accesso sia al voto che a internet.  Se non pensassero di essere di sinistra, progressisti e antifascisti, direbbero pure “ah, quando c’era Lui…“. Io non farei votare loro, ma guarda un po’.

E’ evidente che non sia così; che il problema non stia nell’uso libero di internet, nella sua mancanza di censura. Infatti, se è vero che in internet è facile diffondere una notizia falsa, nondimeno è anche molto facile controllarne la falsità, e diffondere in modo altrettanto capillare la smentita, prendendo pure in giro chi si è bevuto la palla come acqua fresca.

Purtroppo nei mass media tipo televisione la situazione è decisamente peggiore. Una notizia distorta o non vera detta al telegiornale diviene immediatamente per milioni di persone la verità indiscutibile e soprattutto non controllabile.

Chi ha una visione ingenua della conoscenza tende a non capire che non è tanto importante che una notizia sia VERA, perchè ogni notizia è raccontata (o non raccontata) comunque in un certo modo, e quale che sia non è neutrale. E’ invece importante poterla sentire in vari modi, poterne controllare la veridicità ed anche le sottigliezze retoriche della sua narrazione. Questo non lo garantisce affatto la televisione, lo può semmai consentire proprio internet.

La realtà è che internet dà fastidio a certuni non tanto perché è veicolo di bufale (le bugie in internet hanno le gambe corte), quanto perché toglie agli organi di stampa televisivi il monopolio/oligopolio della menzogna.

L’istruzione è un elemento di grande importanza in questo discorso.

Se la scuola insegna a ripetere la lezione a pappagallo (in linguaggio tecnolatrico contemporaneo “acquisire competenze“)  e non a ragionare ed avere un pensiero critico, anche specificamente rivolto alle fonti in rete, non ci si deve poi stupire del rimbalzare “virale” di bufalone galattiche.

(scritto su questo blog di argomento correlato, Elogio dei fake )

 

Sabato 16

Le scorie di cui liberarsi questo sabato sono pesanti. Metto allora una robina allegra, the Chichen. Come al solito, se vuoi leggere ascoltando quello che ascolto scrivendo clicca.

  1. La più pesante è quella dei fatti di Colonia, o meglio, quella dei presunti fatti. Non è infatti chiaro cosa sia realmente successo, ci sono dei “sentiti dire”, tante denunce di donne molestate (ma molte pervenute molti giorni dopo, e gli arresti solo per imputazione di furto, nessuno di molestie), nessun filmato comprovante (nonostante si viva nell’era del selfie e del video con lo smartphone). Però i commentatori, a partire dal “al mio via scatenate l’inferno” di Lucia Annunziata, non hanno avuto alcun dubbio nell’indicare i colpevoli, le cause sociologiche, i rimedi, in un coro tanto più netto, perentorio e asfissiante quanto poco chiari e netti erano stati i fatti. Cose tipo: il problema è che questi negher maomettani per di più sono selvaggi abituati ad ubriacarsi e poi fare bande tribali di violentatori di bianche, è uno scontro di civiltà con l’Islam ecc. ecc.  Il pezzo più terrificante, perchè apparso non su Libero, ma su la Stampa dal suo nuovo direttore, mi è parso quello di Maurizio Molinari.

In proposito, trovo meritevole e abbastanza riuscito lo sforzo dei Wu Ming di smontare tale scritto, e lo segnalo qui.

2) La morte di David Bowie. Ha avuto un notevole impatto in internet. La cosa, e il modo in cui ciò è avvenuto testimonia lo spessore di quest’uomo.

A parte i risvolti comici dei vari necrologi (il più buffo, quello dell’Eco di Bergamo che ha messo la foto di un suo imitatore, tal Capparoni, campione della trasmissione televisiva “tale e quale”) ha fatto anche un certo scalpore e/o ilarità, oltre, come al solito, l’ormai immancabile cinguettio del Cardinal Ravasi, il fatto che l’Osservatore Romano ne abbia tracciato un profilo piuttosto laudatorio, evidenziandone la non banalità, la serietà e perfino la sobrietà come cifra del suo lavoro, fatte salve le intemperanze iniziali, necessarie per sfondare. Lo trovo invece un giudizio acuto ed esatto. Però ciò non toglie che io sia turbato dal fatto che le voci cattoliche abbiano totalmente omesso, direi rimosso, il fatto che l’ultimo suo lavoro ha un sentore di satanismo di tale evidenza e pesantezza da non poter essere ignorato. E questo in un contesto complessivo dell’opera di Bowie non certo incorente con tale esito. Forse due paroline in proposito avrebbero dovuto essere dette, non alla maniera del frate che fa girare i dischi rock al contrario, però dette. E’ scritto che i cristiani debbano essere il sale del mondo, non la sua melassa a coprire tutto.

Resta il fatto che in questi giorni nessuno, mi pare, abbia fatto un bilancio di valore critico della sua opera. Dalla cecità dell’amorevole fan (non pochi), alla banalità e insipienza del commentatore d’occasione (tantissimi), al silenzio e astio del non ammiratore esplicito (pochi e denigrati) è mancata anche una sola voce competente ma con taglio critico di spessore adeguato per trattare tale opera effettivamente “mai banale”. Almeno fra quelle che ho letto.

In ogni caso RIP mr. Jones, e alla prossima

 

Periferie, bubboni e passato

Ritorna complice l’inverno la rubrica Saturday Soul Surge che per l’occasione torna anche musicalmente alle origini con un pezzo di Nat Adderley di stampo soul-gospel “Sermonette”.

Questo per via anche di uno dei temi che affronto. Se vuoi ascoltare oltre che leggere …

 

PARTE 1 – PERIFERIA FISICA E PERIFERIA ESISTENZIALE – Nei giorni successivi alla strage del Bataclan, i giornali sono tornati a parlare delle periferie, queste banlieues disfunzionali originate da idee lecorbusieriane che forniscono, pare, materiale umano per il terrorismo di matrice islamica. Questo modello di città assurdo e solo giustificato da impetuose crescite urbane novecentesche nelle città industriali, che la Città di Torino ha avuto l’idea geniale d’importare, con tanto di architetto francese, ormai nel nuovo secolo, a Spina 3 e 4.

E come da dieci anni a questa parte (la rivolta nelle banlieues, i meno giovani forse ricorderanno), i giornali chiedono “il parere dell’architetto”. E chi meglio di Renzo Piano, con tutto il suo innegabile charme e la sua nuova iniziativa G124?  Mentre, su questo tema, cercavo del materiale per arricchire qualche riflessione da postare in PresS/Tletter del buon Prestinenza (articolo uscito qui), mi sono imbattuto in una riflessione sul concetto di “periferia” che mi ha molto colpito, di Papa Bergoglio.

Ne riporto alcuni pezzi : “Quando parlo di periferia parlo di confini. Normalmente noi ci muoviamo in spazi che in un modo o nell’altro controlliamo. Questo è il centro. Nella misura in cui usciamo dal centro e ci allontaniamo da esso scopriamo più cose, e quando guardiamo al centro da queste nuove cose che abbiamo scoperto, da nuovi posti, da queste periferie, vediamo che la realtà è diversa. …. La realtà si vede meglio dalla periferia che dal centro. Compresa la realtà di una persona, la periferia esistenziale, o la realtà del suo pensiero.”

Questo mi sta dando da pensare. Perchè da un lato, relativizzando il concetto di “periferia” fa sì che tutto possa essere periferia di qualcos’altro; e dall’altro, legando il concetto di periferia unicamente al concetto di limite, afferma che è da quella posizione liminare, agli stati limite, che la realtà si vede meglio. Il pensiero dominante che non mi piace invece tende semplicemente ad espandere il proprio centro eliminando tutto il resto o rendendolo residuale, periferico.

(l’intervista completa di Papa Francesco è qui 

PARTE 2 -IL GRANDE BUBBONE

Abbastanza divertente la questione del bubbone Sony Uefa a Piazza Vittorio a Torino. (per chi non ne sa nulla, metto un link ad un articolo generale, un po’ “filogovernativo” , qui)

Personalmente non mi scandalizzo. Se una installazione è provvisoria e reversibile, entro certi limiti e  paga abbastanza, perchè no? Ecco però in questo caso i limiti si sono passati. A parte il fatto che voci di corridoio (che non ho verificato) mi dicono che si è fatta una delibera IN DEROGA e che quindi il discorso della falla nel regolamento non è vera, l’altezza è davvero esagerata. Cambia la figura della piazza. Non è più la grande piazza Vittorio a contenere uno stand. E’ lo stand, il grande bubbone, che diventa il protagonista. E comunque, meno di 5000 euri per una settimana di orrendo bubbone ai ricconi sony e uefa mi pare un po’ pochino, se a me levano la pelle quando casco nelle trappole di ztl a macchia leopardo o autovelox impossibili; o anche solo per campare, con tasse esiziali. Il solito atteggiamento di debolezza coi forti e inflessibile durezza e cattiveria nei confronti dei deboli. Insomma, “è il capitalismo, bellezza”.

Non mi stupisce nemmeno l’atteggiamento di chi fa il moderno “embè? e a me piace, e che, sei bacchettone? è come una installazione d’arte contemporanea!” Ecco, appunto.

epperfinire:

PARTE 3 – LA FRASE DELLA SETTIMANA

Stamattina, il mio amico Massimo Camasso su facebuk :

“Il passato è roba per ricchi”.

(in fondo vale non solo per le persone, ma anche per le città)

E mi pare che, casualmente ma non in modo insignificante, le tre parti siano collegate.

ciao

 

 

Febbraio, grigio, vagone di Levi, docce al colonnato

1) Ho capito perché il carnevale è a febbraio. E’ un mese talmente grigio che richiede un sovvertimento carnascialesco, che stimoli colore. Logicamente: fine inverno, anche le più ostinate sopravvivenze della precedente fioritura sono ormai morte, e non si vede la nuova.

Essendo un post “saturday soul surge” dovrei mettere qualcosa di musicale, e sono tentato di mettere dunque “fade to gray” dei Visage, dato che in questi giorni, mi dicono i commemoratori scelti dei social network, è morto il suo cantante. Un successo new wave del 1982. Ma mi deprimeva allora, ed anche oggi.

A me piace la “musica di negri”, e ne approfitto allora per onorare la morte di Clark Terry (St. Louis 14 dicembre 1920 – 21 febbraio 2015).  Il suo più famoso “hit”, basato su borborigmi ideato molto prima di prisencolinencinanciusol, ed eseguito ad 81 anni in compagnia di una grandissima Aretha Franklin, con un gruppo grandioso di contorno. Clicca e se vuoi continua a leggere.

2) Forse esiste un nesso fra la questione del “vagone ferroviario di Primo Levi” e quello delle docce installate, per volere di Papa Francesco, sotto il Colonnato di San Pietro. Il nesso è la volontà di utilizzare pienamente i bellissimi spazi spazi realizzati nell’età aristocratica europea, anche in modo dissonante, includendo in essi elementi miseri, della realtà concreta umile, brutta, di tutti i giorni.

2a) Il senso dell’operazione vaticana è in prima battuta diretto, pratico. Molti hanno criticato la cosa, chiedendosi se fosse proprio necessario soddisfare esigenze pratiche proprio lì, contaminando la bellezza e la maestà del colonnato. Ma il confinare tali servizi in altri luoghi significherebbe un allontanamento, una deportazione, sia pure temporanea, del povero, di chi ne ha bisogno, il che è in contrasto pure con la forma simbolica di accoglienza del colonnato di S.Pietro. Certo, il grandioso porticato triplo berniniano nasce consapevolmente come “fabbrica non necessaria“, esclusivamente “pompa e ornato“.  E proprio per questo possiamo intuire il grande valore di questa scelta che va in contrasto con una concezione grettamente borghese per cui al povero – cui competerebbero solo ambiti segregati alla vista dei benestanti benpensanti  – debba essere negato il contatto con il bello, e con il bello inutile. Questa dotazione voluta da Francesco, in realtà discreta e poco clamorosa (da quanto posso capire dalle foto, non ci sono ancora stato) consente una piena accoglienza, in dignità e pulizia, anche dei meno abbienti. Consentire loro non solo il necessario. E questo lo trovo oltre che giusto, bello.

2b) La questione del “vagone di Primo Levi”, in Piazza Castello a Torino, presenta elementi peculiari che la rendono, imprevedibilmente, un caso interessante più per i risvolti della vicenda che per l’opera in sè, che in fondo è un semplice posizionamento, all’angolo della piazza principale di Torino, di un vagone merci d’epoca del tipo di quelli utilizzati per deportare gli ebrei ai campi di concentramento durante la guerra, con funzione di segnalazione di una mostra su Primo Levi nel contiguo Palazzo Madama (con inaugurazione in concomitanza con la “giornata della memoria”, a cui Primo Levi com’è noto viene spesso associato.) Il soprintendente Luca Rinaldi in un primo tempo acconsentì l’installazione per 15 giorni, ma dando diniego alla sua installazione fino ad aprile, per tutta la durata della mostra. Le motivazioni del diniego sono esposte in questa intervista. Il diniego ha provocato la reazione di numerosi politici ed infine del Ministro Francheschini, che è intervenuto personalmente e ha fatto fare marcia indietro a Rinaldi, il quale ha in seguito dato l’approvazione. Se devo dirla tutta, nonostante nel merito non condivida le motivazioni di Rinaldi, dopo le levate di scudi dei politici, tronfie nei toni e stupide nelle motivazioni, ha cominciato ad essermi simpatico, come tutti quelli che finiscono all’angolo. E ho cominciato a comprenderne le ragioni. Parlando con gli amici, dissi: “si è messo contro la sacralizzazione della Shoah. Non vorrei dirlo, ma credo abbia le ore contate.” Infatti è dell’altro ieri la notizia del suo trasferimento, evidentemente punitivo essendo specificato, nel comunicato «in un luogo diverso dalle destinazioni da lui richieste». Ma i bene informati dicono, contrariamente a quanto suggerito dall’articolo che ho “linkato”, che in realtà il trasferimento non sia dovuto a questo fatto, che questo sia soltanto un pretesto. Rinaldi infatti è sempre stato un personaggio scomodo. Vicino al mondo ambientalista, ha già subito trasferimenti discussi.  Ed ha preso, in due anni, parecchi provvedimenti “disturbanti”. Ad esempio ha fatto penare per l’installazione della ruota panoramica al Valentino, ottenendone la riduzione di dimensioni, e non ha concesso l’autorizzazione a realizzare un ascensore panoramico e un ristorante sulla Torre Littoria,  sempre a Piazza Castello. Bè, sono stufo e confuso. Non faccio la chiusa di commento. Vi lascio una immagine che avevo scansionato ad hoc dal libro di Borsi su Bernini architetto, di un disegno di Carlo Fontana con sezioni e particolari del colonnato di S. Pietro. Alla prossima. Image