società

Ancora sulle biblioteche, I

La frase di Michel Serres che qui ho riportato, in cui si dichiara l’inutilità dell’ammassare milioni di libri in una biblioteca dice solo una parte della verità.

L’altra parte è che le biblioteche oggi sono importanti nelle nostre città, non solo, non tanto, per la loro attività base (custodire libri e fornire il servizio della loro lettura), quanto per costituire un concentrato luogo pubblico di studio e di socializzazione. Un argine, un presidio contro la disgregazione culturale e sociale, che l’imperio del cosiddetto “libero mercato” (“libere volpi fra libere galline” come pare dicesse Guevara) genera nelle nostre città.

Questo fa sì che i servizi delle varie municipalità diano giustamente attenzione a questo tipo di servizio e a come esso possa essere potenziato con le dovute innovazioni.

E’ in questa chiave che a Milano il servizio biblioteche intende condurre il concorso di progettazione (non “concorso di idee”, fanno sul serio) per la nuova biblioteca di Lorenteggio, oggi in una struttura sottodimensionata. Nelle “Linee guida alla progettazione”, un documento ben fatto e di sostanza, emerge un modello di biblioteca che è sostanzialmente il modello di un centro culturale e di aggregazione sociale, sulla scorta di esempi internazionali, non solo europei, di nuove biblioteche in situazioni di quartieri disagiati, come disagiato è Lorenteggio-Giambellino. Emerge in particolare l’influenza del caso degli “Idea Store” che, nell’East End di Londra dal 1999 al 2008 hanno sostituito le biblioteche di vecchia concezione inserite in edifici vittoriani, scarsamente visitate ed amichevoli. (Una trattazione approfondita degli Idea Store si può trovare qui). Sette Idea Store hanno sostituito dieci vecchie biblioteche.

biblio gam

La Biblioteca della GAM come appena realizzata (1959)

Se la si vedesse sotto quest’aspetto, potrebbe non essere uno scandalo l’idea di chiudere, a Torino, la Biblioteca della GAM (Galleria d’Arte Moderna), conglobandola nella Biblioteca Nazionale nel quadro di una riorganizzazione in cui le risorse vengano allocate in maniera più razionale.

Potrebbe, se ci fosse – io non l’ho visto – un piano razionale e condiviso di riorganizzazione, e non solo, come parrebbe, un taglio ai servizi nel quadro, certo ineludibile in sè, di riduzione della spesa pubblica. Se la riduzione di spesa viene vista in quanto tale, come taglio, è ben diverso, e peggiore, che un ripensamento dell’uso delle risorse affinchè siano più efficaci.  (qui si apre un’altro discorso, che farò in un altro post)

(appunti pubblici per un successivo intervento, che non so se farò, o come “lettera aperta” alla assessorA Leon, o per uno scritto per architetti sulla PresS/Tletter … tanto il mio blogghino lo leggono 4 gatti :).

 

 

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La distribuzione uccide la concentrazione

Per anni ho camminato lungo la Senna davanti al cantiere dove la Grande Biblioteca progettava di ammassare milioni di libri in quattro torri gigantesche; mi veniva da ridere: i decisori, gli architetti, i progettisti avevano mai sentito parlare del computer? Questi libri, li consultiamo già da casa!” (da Michel Serres, Il mancino zoppo, Bollati Boringhieri 2016, pag. 255)

BNF

Ho pensato a questo passo di Michel Serres quando ho visto nei giornali i commenti entusiastici della biblioteca di Tianjin, opera di MVDRV. Un progetto che io invece trovo quasi abominevole.

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Se questa biblioteca vuole rappresentare l’inutilità attuale delle biblioteche, data la possibilità di consultare da casa i libri, e se vuole per questo svilire l’importanza del libro come oggetto (quanti libri finti, lì dentro?) e il valore del raccoglimento della lettura, allora è un progetto azzeccato. A parte il fatto che lo trovo veramente grossolano e impoetico, oltre che poco funzionale. In una parola, pacchiano. Se Trimalcione fosse vivo si farebbe fare da questo studio olandese (secondo me il più sopravvalutato della storia) un bel villozzo con la Jacuzzi dentro la palla al centro della casa.

C’è una questione di fondo, che è quella di cui parla la citazione di Serres. Nel momento in cui tu puoi, ad esempio, disporre della biblioteca di Francia on line, cosa diventa la biblioteca come edificio, come fatto fisico? Chiaramente la lettura diretta del libro cartaceo diventa un’attività direi quasi secondaria, forse è un retaggio. Quindi, è più un fatto di pura rappresentazione, che di utilità; è una cosa più che altro simbolica, al di là della conservazione pura. Se c’è una effettiva utilità legata al libro in quanto cartaceo, è nella visione/consultazione – riservata, delicata – di originali. A me pare che questo tema sia stato sviluppato quasi all’opposto di quel che si sarebbe dovuto, in questa biblioteca. Questa biblioteca nasce già morta, è un retaggio del passato. Altro che “la più futuristica del mondo”, come dice un ridicolo video su Repubblica. Secondo me è un esempio di come non andrebbe fatta, di come non andrebbe rappresentata oggi una biblioteca. E di come non saranno più le biblioteche.

Giornalisti più competenti e meno lecchini rilevano intanto la questione dei libri finti e i primi feriti fra i visitatori, leggi qui https://archpaper.com/2017/11/mvrdv-library-fake-bookshelves/#gallery-0-slide-0

 

 

 

Scuola Holden Storytelling, la Vegetariana e Calasso

 

Un “saturday soul surge” letterario e un po’ orientalista. Scritto ascoltando questa ambient music. Se vuoi quindi leggi ascoltando.

1- Storytelling e Scuola Holden, Baricco . Un amico di Facebook ha proposto la lettura di un articolo sulla didattica della Scuola Holden presieduta da Alessandro Baricco, a questo link. Articolo che mi pare interessante anche perchè scritto dopo aver fatto inchiesta, toccando davvero con mano e annusando.

Direi che la questione storytelling (che poi in fin dei conti è pur sempre la vecchia retorica insegnata dai sofisti, naturalmente riportata all’oggi, alla nostra società enormemente più complessa che quella della Polis ateniese), si lega abbastanza alla critica che facevo ad un certo modo di raccontare “per mitologie” di Baricco (vedi qui).

Baricco dello storytelling fa tutta una sua teoria affascinante, per cui non sarebbe proprio riducibile a retorica, ma a mio avviso lui in fin dei conti fa uno storytelling dello storytelling. (ascolta sua conferenza sul tema qui)

50cc046aa1b961c1440ed82a0ae1fc77_w600_h_mw_mh_cs_cx_cy2 – La Vegetariana e le copertine Adelphi. Sto leggendo, per puro caso, La Vegetariana di Han Kang, una scrittrice Sud Coreana pubblicata da Adelphi (vedi qui ). Mi sta prendendo, mi piace, sono a metà e sono curioso di vedere come finirà. Ad un certo punto cominci a capire perchè in copertina c’è quell’immagine del fiore con una strana macchia, opera del fotografo Nuboyoshi Araki (qui un articolo che mi pare migliore della voce Wiki; io non lo conoscevo, lo ammetto).

Come Roberto Calasso spiega autobiograficamente ne “L’impronta dell’editore”, la scelta dell’immagine di copertina nei libri Adelphi è molto importante, genera una sorta di contrappunto e dialettica fra il testo e l’immagine.

3 – Le copertine, Galasso e Kevin Kelly. Avevo accennato a Kevin Kelly di recente, come autore di riferimento di Franco Bolelli e da lui consigliato a Lorenzo Jovanotti nel loro carteggio “viva Tutto”, qui.  Sempre nel primo e più importante scritto della succitata raccolta L’impronta dell’editore, intitolato “I libri unici”, Calasso parla, in modo a mio avviso giustamente ostile, di un lungo articolo di Kelly dal titolo “Cosa succederà ai libri”. Non ho voglia e forse la capacità di riassumere in poche righe la questione, se non dicendo che la previsione (ma in realtà il desiderio futurologico) di Kelly di pervenire ad una sorta di “Libro Unico” in rete, viene individuato da Calasso come diametralmente opposto al suo lavoro di editore, che aspira a pubblicare “Libri Unici”. E’ proprio la copertina ciò che individua i singoli libri, e che in realtà viene a cadere nel mostruoso libro unico di Kelly. (e capisco perchè leggendo “Viva Tutto” non ero affatto convinto di quanto diceva Bolelli).

K.Kelly è esperto orientalista, e cofondatore di Wired, di cui è stato direttore. Se pensiamo che molti scritti della raccolta di Baricco Il nuovo Barnum di cui si diceva furono scritti per Wired (edizione italiana), il cerchio di questo post, un cerchio forse po’ magico, si chiude.

Ok, per oggi basta. Detto fra noi, questa ambient orientale è una palla pazzesca!

Una Madonna nera

Durante un giro in bicicletta nelle campagne fra Centallo e Cuneo, in una zona di frutteto, mi sono imbattuto in questa cappella di una Madonna nera, parte di un grande cascinale

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La scritta cita – come la Madonna nera di Tindari, in Sicilia – il Cantico dei Cantici

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Nigra sum sed formosa

In zona vedo molte persone di colore che vanno in bicicletta, sono lì per la raccolta della frutta o per varia manovalanza. Credo di origine africana. Non so se loro sanno delle Madonne nere, e quale effetto possa dare loro vedere, se non lo sanno, una Madonna con relativo Gesù bambino nero. La cosa mi incuriosisce.

(quel giorno ho visto anche – incredibile – un vecchietto arzillo che camminava sorridente con una falce sulla spalla, un allegro mietitore. Una immagine ottocentesca, praticamente).

Ho poi sognato che fosse bello riportare qui una preghiera a questa Madonna nigra et formosa a favore del nostro paese e nostro

Ave, Maria, grátia plena,
Dóminus tecum.
Benedícta tu in muliéribus,
et benedíctus fructus ventris tui, Iesus.
Sancta María, Mater Dei,
ora pro nobis peccatóribus, nunc et in hora mortis nostræ. Amen.

Nota su Baricco saggista – il nuovo Barnum

Baricco è per me un estraneo familiare. E’ un preciso ossimoro.

Mi è estraneo perchè non lo conosco personalmente (diversi miei amici si) e non l’ho nemmeno mai incontrato, pur vivendo nella stessa città; perchè non sono un suo lettore abituale (ho letto pochissime cose sue, anche se non mi sono mai dispiaciute; in genere non leggo La Repubblica dove lui scrive).

Mi è familiare perchè, anche se ha qualche anno in più di me, in fin dei conti siamo della stessa “generazione”, stessi miti, stesse cose, più o meno; infatti potrebbe essere mio fratello maggiore, ha l’età di alcuni miei cugini; abitiamo nella stessa città, respiriamo quindi la stessa aria (inquinata), da 50 anni.

Mi è estraneo e familiare perchè riconosco certi modi di dire, un certo non so che nel modo di fare, di atteggiarsi anche quando scrive, che mi è familiare perchè sono modi che ho notato fin da piccolo in miei amici nati in una certa Torino fine, benestante, di tradizione, torinese da generazioni; ma appunto per questo, a me estranea essendo torinese di origine relativamente recente.

Sperando che non sia già partito un coro di “non ce ne frega un cazzo” vengo al dunque: una specifica osservazione su di lui in margine alla lettura di “Il nuovo Barnum”, una antologia di scritti apparsi su Repubblica, Vanity Fair o Wired dal 1999 al 2016. Uno l’avevphpThumb_generated_thumbnailjpg.jpgo già letto e mi era piaciuto, quello in cui il buon B. reagisce alla scorrettezza di Citati e Ferroni, che l’avevano denigrato con una battuta parlando d’altro (modo di fare estremamente scorretto e lui spiega bene perchè, bravo Baricco. L’articolo è leggibile qui)

La raccolta è gobile, mi è piaciuta. La leggo in ordine sparso (diverso dall’ordine sparso in cui è impaginata.

Ma ecco, in questi suoi minisaggi, spesso reportages di eventi o luoghi famosi, sebbene non ancora “sputtanati” e su cui si può comunque scrivere un bel pezzo (Ba)ricco, se da un lato rivela una acutezza e una vivacità notevoli, dall’altro è tradito dalla sua voglia di scrivere bene, di piacere ed essere brillante. E così giustappone, ad una lettura precisa della realtà, una serie di metafore o di similitudini con cui tende a  ricondurre il reale ad un recinto – un circo Barnum, appunto –  di miti comuni, (“miti d’oggi”, quindi forse anche luoghi comuni), a scapito della precisione. A scapito, forse, di un livello maggiore, che probabilmente sarebbe persino eccessivo sui giornali e le riviste, e che però me lo renderebbero forse più estraneo, ma migliore.

Questo accade soprattutto nei pezzi di colore, appunto sui “miti d’oggi”. Che non sono ovviamente quelli di Barthes della Francia anni ’50 e d’altronde l’intento e lo sguardo di Baricco è più benevolo e, in quei frangenti, più di narratore, cosa che costituisce per me il “difetto” che sopra ho rilevato.

La raccolta però contiene anche pezzi politici con analisi dure e senza fronzoli. Vorrei qui segnalare ad esempio quelli scritti nel 2009 a proposito dell’uso del denaro pubblico per attività culturali, che avrebbero meritato maggiore attenzione presso i partiti e l’opinione pubblica, e, mi pare, ancora attuali.

Ecco, forse la grande sopresa che ho avuto nel leggere questa raccolta è scoprire che Baricco è politicamente molto lucido, esatto, e senza retoriche. Una cosa davvero rara nel giornalismo italiano. E veloce: il pezzo scritto il 14 settembre 2001 rivela ad esempio una sua attitudine a leggere con fredda lucidità e rapidità le situazioni ancora a caldo, andando al cuore del problema. E Il doppio pezzo del 2000 su una Convention democratica in California lo farei leggere a Giovanna Botteri tutti i giorni, finchè non lo ripeta a memoria. Almeno il secondo.

Insomma, questo estraneo ho scoperto che mi è familiare davvero.

*********

(link ai pezzi citati: convention democratica I e ,  II 

quello 3 giorni dopo l’ 11/09

  • quelli sui finanziamenti pubblici alla cultura, I e II
  • quello che ha fatto scattare in me l’osservazione negativa. sui wiener

 

 

Lo dovrei fare (sul “caso Boldrini”)

Lo devo fare, anche se non ne ho voglia. Lo devo fare, perchè lo devo fare. Spiegare perchè la sinistra deve finalmente emanciparsi dalle boldrinate, e criticare nel merito la politica dell’attuale presidente della Camera, invece di schierarsi a favore per ragioni ideologiche e di parte, abboccando alle sue retoriche vittimistiche. Quel che vorrei dire è diverso dalle critiche che usualmente fa l’opinione pubblica di destra a Laura Boldrini.

No anzi, non ho voglia, non ne ho tempo, non devo sprecare inutilmente le mie forze. Sono stanco, devo aiutare chi mi sta accanto, in particolare mia moglie, ho bisogno di soldi, di occuparmi per farne di più.

Fanculo alla Boldrini, ai suoi beceri odiatori, ai sui benpensanti e sciocchi difensori, fanculo a tutti.

Lo dovrei fare, ma non lo faccio. Sono stanco. Ciao

 

Parola di Isgrò

Ed ecco come promesso il mio primo plagio di Isgrò.

Chi indovina da chi ho preso il supporto (l’idea l’ho presa da Isgrò, si sa) vince l’originale mio (ah no, è opera di Isgrò … vabbè)

(vorrei solo dire – ai giudici di Milano – che avevo infiniti modi di farlo, anche partendo dalla stessa pagina… e ci sono infinite pagine e ciascuna infiniti modi di farlo … e non dipendono da Isgrò … ma come l’ho fatto dipende in fondo da me, e infatti partendo da quella pagina molto difficilmente qualcuno farebbe la stessa identica cosa …  il fatto che Isgrò inventò la tecnica della cancellatura non può inibirne l’uso per fini, effetti ed esiti diversi).

Plagio 001