società

Appunti per il PD – 2 – Basta col ‘900

Continuo dalla prima puntata qui, dove avevo finito

… La messa in discussione profonda e concreta del paradigma “pan capitalista” è l’unica possibilità per il PD, in genere per i raggruppamenti politici di sinistra. Tale messa in discussione però non può essere fatta guardando indietro, recuperando logiche, pratiche, retoriche e strumenti costituiti dalla sinistra nel corso del 900. Lo sguardo deve essere diretto, fresco, spregiudicato.

APPUNTO 2 – Guardare direttamente in avanti abbandonando il passato

Diretto, fresco e spregiudicato vuol dire analizzare la realtà e le sue contraddizioni senza pregiudizi, senza zavorre derivanti da idee precedenti, da simbologie e retoriche precedenti. In modo aperto.

Oggi la sinistra ha un atteggiamento totalmente diverso, dogmatico e arroccato sulle proprie retoriche identitarie. Queste retoriche mascherano la assenza di analisi dura e precisa della contemporaneità, attraverso confortanti rappresentazioni della passata grandezza, in cui la sinistra aveva una reale identità e reali nemici ben identificati. La sinistra oggi, per non voler ammettere di non essere più sinistra, si ammanta di retoriche identitarie, che escludono molta parte dei soggetti contemporanei, e addirittura li respingono. Tutto questo si accompagna ad un certo dogmatismo. L’antifascismo è, in questo senso divenuto un elemento regressivo e artificioso. Immagino che molti amici su questi non saranno d’accordo, ma vorrei rassicurarli che non è un atteggiamento “rossobruno” alla Fusaro che vorrei qui proporre.

Invece, si propone un atteggiamento “laico” e dialettico. Un partito di sinistra non è una chiesa, non ha culti retorici, è aperta al nuovo, è attenta alle novità e ai cambiamenti. Il fascismo è un fenomeno storico superato. L’iniziativa politica non si tiene in opposizione ad un nemico usato come spauracchio per consolidare l’identità e l’affezione degli elettori (ora Berlusconi, poi il “populismo”, poi casa pound (nonostante la sua irrilevanza), poi Salvini ecc.) ma offrendo soluzioni, proposte concrete, attuali, non ideologiche e non preconcette, funzionali, migliori delle non proposte, demenziali e di bassissimo livello di quelle offerte ora dalla destra xenofoba ed economicista.

Questo punto è molto importante, anche per i raggruppamenti “alla sinistra” del PD, i cui insuccessi vengono in genere additati per dire “ecco vedete, se si va a sinistra?”

La realtà è un’altra; è che la sinistra deve essere una sinistra aperta e contemporanea, mentre oggi, l’alternativa alla “non sinistra” del PD non è una sinistra contemporanea: è un rimasuglio della vecchia sinistra, che vive di vecchi sogni e nostalgie, corroborati un po’ dal movimentismo dei centri sociali ed una maggiore apertura al “pacchetto radicale” sui diritti civili. Proprio perché vecchi (fuori o dentro), sono settari e chiusi, tanto da non riuscire ad unirsi più di tanto, avere un nome e un’organizzazione che duri più di un’elezione, spezzettati in tanti rivoli, rivolti al passato, pessimisti.

Bisogna abbandonare questi rimasugli del ‘900. Non sono le identità e le retoriche della sinistra novecentesca che costituiranno la sinistra di questo secolo.

 

 

 

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Appunti per il PD – 1

Immodestamente, deposito qui un piccolo contributo personale per la ricostruzione del PD (perché è chiaro, va ricostruito o muore). Sarò veloce, volutamente un po’ incosciente, senza approfondire termini; ad esempio userò in maniera disinvolta il termine “capitalismo” ben sapendo che occorrerebbe approfondire molto la cosa, complessa. Ma la complessità in certi momenti inganna e depista, e, come diceva un inglese amante dei paradossi “se una cosa vale davvero la pena di farla, tanto vale farla male”.

APPUNTO 1 – Il ruolo generale del PD nella società.

A partire dalla metà degli anni 90 – già prima dell’origine del PD – l’idea dominante di fondo è stata che il bene del capitalismo, il suo sviluppo incontrastato, coincidesse sostanzialmente col benessere della società, con la sua evoluzione. Per far questo, occorreva un “programma di riforme” che facilitasse sostanzialmente lo sviluppo dei gruppi capitalistici nella società italiana. Il “pacchetto di riforme” era in fondo dettato dalle Banche, dalla Confindustria e dalla “Europa che lo chiedeva”; il capitale è transnazionale.

Perché il fenomeno non è affatto solo italiano. La classe dirigente dei partiti ex PCI, DC, PSI ecc. allora in in trasformazione urgente, si è adeguata ad un processo internazionale, visto come necessario, in concorrenza con i raggruppamenti “di destra”, anch’essi sostanzialmente votati a questa missione. Se ci si astrae dalle particolarità nazionali (in Italia rappresentate principalmente di sedimenti vivi del più grande partito comunista dell’occidente, da una pur sempre rilevante incidenza della Chiesa cattolica, e infine dalla presenza di un soggetto anomalo quale Silvio Berlusconi), risulta più chiaro come questo processo sia avvenuto anche in altre nazioni, non solo europee. E che lo stesso processo di costruzione Europea nasce nel medesimo segno, per facilitare l’esecuzione di questo obiettivo.

Questo paradigma è talmente forte da essere poco visibile. Permea così a tal punto la classe politica, i mezzi di informazione,  ecc. da costituire il clima generale e pertanto non essere percepibile con chiarezza.

Ora: questo paradigma è un paradigma DI DESTRA. Non è un problema. Si può benissimo pensare che sia proprio vero che il bene del Capitalismo coincida col bene della società nel suo complesso. Ma pensarlo comunque è di destra. Destra liberale magari, ma destra.(1)

Ora, si dà il caso che i fatti dimostrano che non sia così. Non è vero che le società migliorino in virtù del semplice imperio del capitalismo. I vari problemi a cui assistiamo, da quelli ecologici a quelli legati ad esempio al brutale sfruttamento di risorse di paesi poveri, con conseguenti fenomeni migratori, alla micidiale crescita del precariato dei lavoratori anche nei paesi più ricchi (inutile fare qui una disamina o un elenco esaustivo), dimostrano che la politica sia chiamata non solo a gestire tecnicamente tali fenomeni di grande impatto, ma anche a dover quantomeno correggere storture che l’assunzione semplice del “pacchetto di riforme” arreca. Tale assunzione semplice e incondizionata chiamerò qui “pan capitalismo”.

L’emersione di movimenti cosiddetti “populistici”, o “sovranisti” è la spia di un disagio, di un bisogno che la sinistra non riesce a soddisfare, avendo rinnegato sé stessa nello sposare una politica di destra pan capitalista.  Il disprezzo verso “il popolo”, che traspare da molti discorsi, conferma in modo inequivocabile la collocazione a destra, e persino antidemocratica in modo preoccupante, di ampi strati del PD.

Un partito di sinistra DEVE difendere gli interessi dei più deboli, delle classi più disagiate. DEVE essere per la giustizia sociale. Se un partito sedicente di sinistra fa una politica totalmente prona agli interessi del grande capitale, disinteressandosi delle conseguenze negative che determina nel tessuto sociale, presso le persone, nell’ambiente fisico, esso non svolge più la sua funzione. Diventa come, per usare una “metafora” evangelica, come il sale che non dà sapore, che quindi non serve a nulla e viene perciò buttato via.

I partiti di sinistra in Europa non scompaiono perché sono di sinistra, o perché la sinistra sia finita. Al contrario! Perdono e stanno scomparendo perché i partiti di sinistra non sono affatto di sinistra. Perché la sinistra non svolge più il ruolo che dovrebbe svolgere, diventa inutile, e per di più ipocrita nel definirsi tale.

Tutto questo è così chiaro e banale che mi vergogno quasi a scriverlo.

La messa in discussione profonda e concreta del paradigma “pan capitalista” è l’unica possibilità per il PD, in genere per i raggruppamenti politici di sinistra. Tale messa in discussione però non può essere fatta guardando indietro, recuperando logiche, pratiche, retoriche e strumenti costituiti dalla sinistra nel corso del 900. Lo sguardo deve essere diretto, fresco, spregiudicato.

(continua … maybe)

note:

(1) possiamo anche fregarcene di destra e sinistra: ma tutto sommato sono categorie che servono ancora, visto che continuiamo ad utilizzarle)

 

 

Apollinaire, De Chirico, nazionalismi

 

Premessa. Uno dei vantaggi di abitare in un condominio ove risiedono benestanti, è che ti possa capitare di trovare, nella zona raccolta carta in cortile, scatoloni pieni di bei libri. Passando in cortile, al volo, ho così sottratto al macero (o alla eventuale rivendita degli addetti a qualche bancarella) un bel po’ di libri interessanti. In particolare ho salvato parecchi libri in lingua francese, fra cui alcuni di Guillame Apollinaire, di cui, a ripensarci, ho sempre sentito parlare ma di cui non ho nulla in casa, mai letto nulla se non, sporadicamente, frammenti. Uno di questi è Chroniques d’art 1902-1918, una raccolta di articoli di Apollinaire in tema di arte. L’edizione è di Gallimard nella collana economica folio, 1960, di circa 550 pagine. Sono articoli scritti soprattutto per il quotidiano parigino L’intransigeant, in cui il poeta e critico commenta le mostre in corso a Parigi, i vari Salon d’automne ecc.  Il libro ha in copertina il celebre ritratto di Apollinaire di Giorgio De Chirico, del 1914, ora custodito al Centre Pompidou.

Ascolta se vuoi mentre leggi quello che sto ascoltando io mentre scrivo

Le raccolte di articoli è un genere letterario particolare. Il saggio d’occasione, già pensato per un pubblico non particolarmente scelto, è in genere piuttosto rivelatore degli orientamenti dell’autore, in misura maggiore rispetto al saggio vero e proprio, o alla pubblicazione organica e unitaria. Questi ultimi sono destinati ad un pubblico selezionato, e ai posteri; e quindi privi di elementi contingenti, depurati da interessi e tic, che invece sono proprio gli elementi maggiormente rivelatori. La raccolta di articoli è il classico genere di libro che non si legge dall’inizio alla fine, ma si pilucca come un panettone, leggendo pezzi di argomenti che interessano e si conoscono meglio. E così ho fatto, cominciando, naturalmente, a leggere quanto Apollinaire scriveva dei Futuristi italiani.

La cosa che mi ha maggiormente colpito è l’approccio molto nazionalista all’arte di Apollinaire, cosa che non immaginavo. I discrimini, i filtri base nelle sue letture, sono quelli relativi alle nazioni. Parla molto di arte francese, celebrandola in massimo grado; e ogni artista di provenienza straniera viene soppesato in relazione all’arte francese, pietra di paragone. Picasso, massimamente celebrato, è tuttavia sostanzialmente interno all’arte parigina. In ogni caso questo aspetto nazionalistico è molto presente, quasi ossessivo. La cosa, a ripensarci, potrebbe essere abbastanza normale per l’epoca: siamo negli anni della grande guerra o poco precedenti, oltre cento anni fa; anni in cui il Nazionalismo, devastante come l’influenza spagnola, imperava. Apollinaire fu gravemente ferito alla testa in guerra, ma di “spagnola” morì, due soli giorni prima che finisse la guerra. Per di più L’Intransigeant, leggo, era un quotidiano politicamente nazionalista.

Scorrevo il libro, con “serendipity” scoprendo articoli su Gaudì, sulla Goncarova e Larionov, Rousseau il doganiere, sull’architettura inglese e tante altre cose. E riguardando la copertina, pensi: e De Chirico? Scorrendo l’indice analitico, De Chirico non figura. Perché?

Decido di controllare Memorie della mia vita di De Chirico, che ho in una bellissima edizione e di cui mi ricordo di aver letto i suoi ricordi di Parigi di quegli anni. Curiosamente, la copertina presenta lo stesso dipinto, il ritratto di Apollinaire

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Nelle Memorie leggiamo che, tramite l’interessamento di Laprade, il giovane De Chirico venne ammesso al Salon d’Automne (credo del 1911) con tre opere, con buon successo. E poi

… sempre dietro consiglio di persone che conoscevano l'”ambiente”, andrai a trovare Guillame Apollinaire. Questi abitava un piccolo appartamento all’ultimo piano di una vecchia casa borghese del Boulevard Saint Germain; il sabato, dalle cinque alle otto, riceveva gli amici. Venivano pittori, poeti, letterati, quelli cosiddetti “giovani” e “intelligenti” e che propugnavano le cosiddette “idee nuove”.  (…) Apollinaire pontificava seduto al suo tavolo di lavoro; individui taciturni e volutamente pensosi sedevano sulle poltrone e sui divani; la maggior parte di essi fumava, secondo la moda di quel tempo e di quegli ambienti, pipe di gesso (…) Sui muri stavano attaccati quadri di Marie Laurencin, di Picasso e di alcuni oscuri cubisti di cui ho dimenticato il nome. Più tardi furono attaccati anche due o tre quadri metafisici miei, tra i quali c’era anche un ritratto di Apollinaire, raffigurato come una sagoma di tiro a segno che, a quanto pare, profetizzò la ferita che Apollinaire ricevé alla testa nella guerra del 1915-18Io andavo quasi sempre (…) però sin d’allora non nutrivo grande stima e simpatia per quell’ambiente e mi ci annoiavo parecchio; probabilmente questi sentimenti mi si leggevano in faccia perché osservai che, tanto Apollinaire quanto gli altri componenti il cenacolo, benché mi dimostrassero un certo interesse e una certa cordialità, nutrivano per me della diffidenza e fiutavano in me un individuo assai diverso da loro

Apollinaire consigliò a De Chirico di esporre agli Indépendants, ove espose l’anno dopo (1912 ?). Negli articoli di A. su quel salone del 1912 troviamo menzioni per tanti artisti oggi sconosciuti, ma non una sul giovane De Chirico, che pure supponiamo esponesse le sue opere di maggior quotazione oggi. (l’autore della prefazione al volume di Apollinaire scrisse di ” … quantité de peintre oubliés sont ressuscités dans ces pages.” Stessa cosa controllando per gli Indépendants del 1913 e 14, qualora ci fosse un problema sulle date. Del resto, se nell’indice analitico non c’è …

Arrivò la guerra. De Chirico parla ancora di Apollinaire nelle sue memorie, con una indicazione molto interessante a proposito del tema del Nazionalismo.

… amici e conoscenti sparivano l’uno dopo l’altro, inghiottiti dalla guerra. Apollinaire si era precipitato ad arruolarsi, ma egli fece questo, non tanto per amore della Francia, come molti ingenuamente credono, quanto perché aveva delle origini molto imbrogliate e oscure; … la madre sua era polacca, ma poi era nato in Italia, a Roma; pare che suo padre fosse italiano; aveva passato la fanciullezza nel principato di Monaco e la giovinezza in Germania. Egli anelava quindi ad appartenere ad un Paese, ad una razza, ad avere un passaporto in regola.”

Questo sentimento De Chirico lo deduce per analogia, essendo lui nato in Grecia. “Spinti dallo stesso impulso che indusse Apollinaire ad arruolarsi nell’esercito francese, io e mio fratello partimmo per Firenze onde presentarci a quel distretto militare ove eravamo iscritti.

Infine. Non si capisce esattamente per quale motivo Apollinaire non avesse menzionato De Chirico nelle sue cronache. Forse, banalmente, non aveva capito la pittura di quel ragazzo probabilmente antipatico e superbo, che tuttavia negli anni dell’immediato dopoguerra divenne “artista di culto” presso i surrealisti, che fecero incetta delle sue opere giovanili “metafisiche”. Ma questa è un’altra storia.

Quel che si capisce è, per l’ennesima volta, quanto sia cosa triste, abietta e letale il Nazionalismo, che pure oggi qualche brutto soggetto vuole resuscitare. Se da vivo, il Nazionalismo fu orrore, figuriamoci come sarebbe da Zombie!

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Ancora sulle biblioteche III (parentesi sulla Biblioteca GAM)

Una breve parentesi sulla questione “Biblioteca GAM” di Torino. Dopo il susseguirsi di notizie dei giorni scorsi, culminati con la dichiarazione del presidente della Biblioteca Nazionale che egli non ha alcuna intenzione di assorbire la biblioteca della GAM per mancanza di spazio, ieri la triste notizia dei 28 “esuberi” fra i lavoratori della Fondazione Torino Musei, di cui 6 alla Biblioteca GAM e 6 alla fototeca GAM. Non conosco il dato degli addetti che rimarrebbero impiegati per la Bibliototeca (e per la fototeca, di cui scopro l’esistenza), ovvero il numero complessivo degli addetti finora.

La cosa spiega la vera ragione per cui si è parlato di accorpamenti: come si intuiva chiaramente, si trattava di tagli, in conseguenza della riduzione di finanziamento del Comune di Torino alla Fondazione Musei di 1,5 milioni di euro l’anno. E come sempre, i primi a farne le spese sono i lavoratori. Licenziamenti (eufemisticamente detti esuberi).

Vorrei fare qui però un ragionamento freddo. Si è detto di 6 addetti che verranno licenziati per la Biblioteca GAM. Questo significa che gli addetti sono di più, dato che non è stato detto che la biblioteca chiude. Se ipotizziamo che 6 ne rimangano, avremmo oggi 12 addetti (il dato non l’ho trovato in rete, lo ipotizzo qui)

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Un’immagine della sala di lettura della GAM

Però, la biblioteca, oggi, può contenere direi al massimo 30 persone alla volta, essendoci tre tavoli da otto più “capotavola”. Chiaramente un rapporto di 1 a 3 fra personale e visitatori sarebbe demenziale. E’ vero che, nel relativamente grande spazio oggi occupato dagli enormi – e oggi inutili – schedari dei 140.000 volumi si potrebbe inserire altri posti, diciamo 15, portando così la capienza massima da 30 a 45 persone. In ogni caso un addetto per quattro visitatori pare comunque tantissimo. Mi chiedo come mai gli orrendi schedari siano ancora lì, facilmente eliminabili con uno schedario elettronico. Eppure il personale per effettuare la digitalizzazione dello schedario evidentemente non mancava.

Questo non per dire che i licenziamenti sono da fare. Ma per dire che le risorse, umane e no, non sono state, non sono, ben utilizzate. E questo è grave, perchè, al di là del fatto che genera posti di lavoro troppo facilmente “tagliabili” è qualcosa che pesa sulla spesa pubblica, e quindi sulle tasse e quindi sulla pressione fiscale, e quindi con la difficoltà dei lavoratori contribuenti anche non pubblici di non fare fallire la propria attività, di avere drenato denaro per colmare la spesa pubblica non efficiente anzichè, ad esempio, fare investimenti ecc.

Non è un tema “di destra”, è un tema generale di corretto utilizzo delle risorse pubbliche. Se, a fronte di una abbondante forza lavoro assunta, si fosse reso efficiente al massimo il servizio (ad esempio, aumentando con l’eliminazione dello schedario i posti di lettura di ben un terzo!), oppure adottando altre soluzioni (non necessariamente dentro la GAM) per far si che una biblioteca di ben 140.000 volumi di grande valore non avesse una sala di lettura tipo buco di culo e assediata da enormi schedari marroni, e scarsamente accessibile all’interno del complesso della GAM, è possibile che i lavoratori non sarebbero stati in esubero, perchè utili per il servizio potenziato.

Essendo il servizio poco sviluppato (e mal progettato, aggiungo) essi diventano un costo inutile. Ad occhio però, direi che gli “esuberi” dovrebbero colpire soprattutto la dirigenza.

 

 

 

 

 

 

 

Ancora sulle biblioteche II

Nel precedente scritto riprendevo la questione “biblioteca oggi”, già accennata a proposito della nuova biblioteca di Tianjin, raccontando del nuovo concorso per la biblioteca di Milano Lorenteggio, di come le sue linee guida siano alla ricerca di un nuovo tipo di biblioteca, sulla base delle più recenti realizzazioni (ho parlato degli Idea Stores di Londra, ma altri esempi esaminati sono, tra altri, la notevole e da poco ultimata biblioteca di Aarhus e le Library Parks di Medellin). Ho poi raccontato che a Torino è ritornata in auge l’ipotesi di chiusura della biblioteca della Galleria d’Arte Moderna, questione che vorrei ora trattare più nel dettaglio, per poi tornare nuovamente al tema generale.

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Giancarlo Mazzanti – Biblioteca Parque EspanaÂ, Medellin, Colombia  (Photographer: Sergio Gomez)

Ed ero arrivato al punto: se la chiusura di una biblioteca esistente viene effettuata secondo un piano di riorganizzazione più efficiente, va bene. Se invece è solo un taglio, no. Nota: si parla della interruzione o riduzione del servizio di questa biblioteca dal 2013, quando ancora era sindaco Fassino, per cui questa decisione, e questa polemica locale, non è una questione “partitica”, almeno per quanto mi riguarda. (per una cronistoria scritta in linguaggio colorito, nel blog di Gabriele Ferraris, si può partire da questo articolo seguendo a ritroso i link in calce ad esso) (nota 1)

L’assessora Leon ha dichiarato che i volumi della GAM (molti, circa 140.000) verranno trasferiti alla Biblioteca Nazionale, e tutto questo nell’ambito di un piano volto alla realizzazione di un “polo unificato delle biblioteche di storia dell’arte” (che comprende in realtà anche biblioteche di altre istituzioni, ad esempio la Accademia Albertina e l’Università).

La secca smentita del direttore della Biblioteca Nazionale dimostra che questa pianificazione in realtà non esiste. Tutte balle.

Ora, non mi interessa qui la questione di cronaca, nè la polemica sulla eventuale incompetenza e/o cialtroneria degli amministratori pentastellati.

Quel che mi interessa ora è rilevare due questioni

  1. Una biblioteca è una collezione che si forma con l’istituzione che la genera. E’ possibile riorganizzarle senza deprivare l’istituzione che le originava, il tessuto culturale, ancora vivo? Questa operazione di unificazione-concentrazione è veramente utile? E se si, “i trapianti” si possono fare tranquillamente o la cosa è a rischio di devitalizzazione?
  2. Per contro: questa molteplicità di istituzioni (in questo caso Ministero, Città di Torino, Università, Accademia, Politecnico se si considera anche la biblioteca di Architettura) non genera un eccesso di particolarismi, di veti incrociati, tali da essere da freno a qualsiasi innovazione e nuova visione riorganizzativa?

Sicuramente in questa faccenda vedo due specie di biblioteche/centri di produzione e riproduzione culturale, che vanno chiarite in ogni caso nei piani riorganizzativi (ammesso che in Italia si possa ancora fare qualcosa, oltre che starnazzare): le biblioteche di punta (concentrazioni di alto livello, collegate alla ricerca), e le biblioteche generali (diffuse nel territorio, centri socioculturali, presidi diffusi, del tipo della biblioteca di Lorenteggio di cui abbiamo parlato).

(nota 1. Con l’autore Gabriele Ferraris, su facebook, ho avuto uno scambio polemico: gli chiedevo i dati sulla biblioteca: il numero dei visitatori, i reali costi complessivi del suo mantenimento ecc.  Lui in pratica mi ha mandato a catafottere. Non aveva del tutto torto, credo, perchè il problema è che forse, questi dati, proprio non esistono! Comunque non sono disponibili al pubblico della rete)

Ancora sulle biblioteche, I

La frase di Michel Serres che qui ho riportato, in cui si dichiara l’inutilità dell’ammassare milioni di libri in una biblioteca dice solo una parte della verità.

L’altra parte è che le biblioteche oggi sono importanti nelle nostre città, non solo, non tanto, per la loro attività base (custodire libri e fornire il servizio della loro lettura), quanto per costituire un concentrato luogo pubblico di studio e di socializzazione. Un argine, un presidio contro la disgregazione culturale e sociale, che l’imperio del cosiddetto “libero mercato” (“libere volpi fra libere galline” come pare dicesse Guevara) genera nelle nostre città.

Questo fa sì che i servizi delle varie municipalità diano giustamente attenzione a questo tipo di servizio e a come esso possa essere potenziato con le dovute innovazioni.

E’ in questa chiave che a Milano il servizio biblioteche intende condurre il concorso di progettazione (non “concorso di idee”, fanno sul serio) per la nuova biblioteca di Lorenteggio, oggi in una struttura sottodimensionata. Nelle “Linee guida alla progettazione”, un documento ben fatto e di sostanza, emerge un modello di biblioteca che è sostanzialmente il modello di un centro culturale e di aggregazione sociale, sulla scorta di esempi internazionali, non solo europei, di nuove biblioteche in situazioni di quartieri disagiati, come disagiato è Lorenteggio-Giambellino. Emerge in particolare l’influenza del caso degli “Idea Store” che, nell’East End di Londra dal 1999 al 2008 hanno sostituito le biblioteche di vecchia concezione inserite in edifici vittoriani, scarsamente visitate ed amichevoli. (Una trattazione approfondita degli Idea Store si può trovare qui). Sette Idea Store hanno sostituito dieci vecchie biblioteche.

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La Biblioteca della GAM come appena realizzata (1959)

Se la si vedesse sotto quest’aspetto, potrebbe non essere uno scandalo l’idea di chiudere, a Torino, la Biblioteca della GAM (Galleria d’Arte Moderna), conglobandola nella Biblioteca Nazionale nel quadro di una riorganizzazione in cui le risorse vengano allocate in maniera più razionale.

Potrebbe andar bene, se solo ci fosse – io non l’ho visto – un piano razionale e condiviso di riorganizzazione, e non solo, come parrebbe, un taglio ai servizi.  Nel quadro, certo ineludibile in sè, di riduzione della spesa pubblica. Ma, se la riduzione di spesa viene vista in quanto tale, come taglio, è ben diverso, e ben peggiore, che un ripensamento dell’uso delle risorse affinchè siano più efficaci.  (qui si apre un’altro discorso, che farò in un altro post)

(appunti pubblici per un successivo intervento, che non so se farò, o come “lettera aperta” alla assessorA Leon, o per uno scritto per architetti sulla PresS/Tletter … tanto il mio blogghino lo leggono 4 gatti :).

 

 

La distribuzione uccide la concentrazione

Per anni ho camminato lungo la Senna davanti al cantiere dove la Grande Biblioteca progettava di ammassare milioni di libri in quattro torri gigantesche; mi veniva da ridere: i decisori, gli architetti, i progettisti avevano mai sentito parlare del computer? Questi libri, li consultiamo già da casa!” (da Michel Serres, Il mancino zoppo, Bollati Boringhieri 2016, pag. 255)

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Ho pensato a questo passo di Michel Serres quando ho visto nei giornali i commenti entusiastici della biblioteca di Tianjin, opera di MVDRV. Un progetto che io invece trovo quasi abominevole.

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Se questa biblioteca vuole rappresentare l’inutilità attuale delle biblioteche, data la possibilità di consultare da casa i libri, e se vuole per questo svilire l’importanza del libro come oggetto (quanti libri finti, lì dentro?) e il valore del raccoglimento della lettura, allora è un progetto azzeccato. A parte il fatto che lo trovo veramente grossolano e impoetico, oltre che poco funzionale. In una parola, pacchiano. Se Trimalcione fosse vivo si farebbe fare da questo studio olandese (secondo me il più sopravvalutato della storia) un bel villozzo con la Jacuzzi dentro la palla al centro della casa.

C’è una questione di fondo, che è quella di cui parla la citazione di Serres. Nel momento in cui tu puoi, ad esempio, disporre della biblioteca di Francia on line, cosa diventa la biblioteca come edificio, come fatto fisico? Chiaramente la lettura diretta del libro cartaceo diventa un’attività direi quasi secondaria, forse è un retaggio. Quindi, è più un fatto di pura rappresentazione, che di utilità; è una cosa più che altro simbolica, al di là della conservazione pura. Se c’è una effettiva utilità legata al libro in quanto cartaceo, è nella visione/consultazione – riservata, delicata – di originali. A me pare che questo tema sia stato sviluppato quasi all’opposto di quel che si sarebbe dovuto, in questa biblioteca. Questa biblioteca nasce già morta, è un retaggio del passato. Altro che “la più futuristica del mondo”, come dice un ridicolo video su Repubblica. Secondo me è un esempio di come non andrebbe fatta, di come non andrebbe rappresentata oggi una biblioteca. E di come non saranno più le biblioteche.

Giornalisti più competenti e meno lecchini rilevano intanto la questione dei libri finti e i primi feriti fra i visitatori, leggi qui https://archpaper.com/2017/11/mvrdv-library-fake-bookshelves/#gallery-0-slide-0