musica

Nichelino, intorno alla chiesa di San Damiano, la mattina del venerdì santo.

Premessa: un venerdì santo di esattamente dieci anni fa, o forse era il giorno dopo, scrissi questo pezzo, che tratta della zona accanto alla “cavallerizza/bounce” dell’articoletto precedente. Mi è tornato in mente e lo riporto in vita (aggiungendo link musicali, oggi è ancor più facile di allora). 

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Di ritorno da un luogo dove devo fare un lavoro, posso scegliere se tornare passando da Stupinigi o Nichelino. La vista della Palazzina di Caccia di Juvarra, sia pure nel retro, è sempre confortante; ma se sono distratto non svolto, e finisco sul bordo di Nichelino, praticamente il culo di Mirafiori. Nichelino fa parte della “prima cintura”, divisa da Torino dal solo Sangone, fiumiciattolo da decenni in stato comatoso. Gipo Farassino, prima delle sue esperienze leghiste, fece del Sangone l’emblematico sfondo delle avventure di un operaio, nel gustoso “Sangon Blues”, con testo in piemontese.

(Sangon Blues di Farassino accompagnato da Johnson Righeira) 

Nichelino è un posto che ho sempre trovato acefalo, orrendo. Oggi è Venerdì Santo, tarda mattinata … magari per oggi non lavoro più, e così mi ricordo che lì da quelle parti c’è la Cavallerizza di Gabetti e Isola, allora (1960) costruita in aperta campagna. Potrebbe essere interessante rivederla.

Mentre giro per trovare un accesso, mi appare una chiesetta che mi sembra allucinante, con una croce messa ad accrocchio fatta con putrelle in acciaio. E così, scendo a fotografarla, con l’empio intento di documentare un orrore.

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Ma la chiesa emette dagli altoparlanti una musica per organo, bellissima: è un pezzo dal Clavicembalo ben temperato di Bach, mi pare.

Qualcosa è già cambiato. Mi rendo conto che sono entrato nello spleen del flaneur nella periferia urbana, come a volte mi capita, spesso nelle periferie urbane, in momenti particolari in cui è come se si fermasse, misteriosamente, il tempo.

E così, mi giro, e muoio di tenerezza a vedere i giochi di plastica di un bambino, sul retro abitato di un capannone, con un piccolo orto a ridosso della recinzione di alluminio zincato.

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Foto aerea, ora.

foto aerea

Il freccione indica la chiesetta, a pianta quadrata ma con asse principale sulla diagonale.

Pianta della carta napoleonica ora.

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Campagna, con gli assi principali, e Stupinigi; il disegno sabaudo forte della Corona di Delitie. Confrontare le due viste. L’ansa del Sangone sembra si sia mossa, tra l’altro.

Foto aerea, ingrandita ora

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Piccola analisi: nella zona est della foto abbiamo una zona residenziale, a prolungamento dell’abitato di Nichelino. Guardando questa foto aerea, si possono immaginare gli elaborati dei piani particolareggiati, Peep (Piano di Edilizia Economico Popolare) Pip (Piano Insediamenti Produttivi), Pec (Piano Edilizia Convenzionata) ed altre ed eventuali sigle degli espletamenti della urbanistica quantitativa e burocratica, basata sullo zoning e sugli standard, e il kulto dei dogmi Gropiuslecorbusieriani tradotti in italiano dai tecnici delle commissioni urbanistiche dei vecchi Partiti.

Come on, Peep show.

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Qualche osservazione, ma le sappiamo. Nel centro delle città, la presenza di persone è qualcosa di percepibile. Qui no. Il protagonista sono le strade, i parcheggi, le automobili, mentre la presenza umana è rarefatta. Le case non sono case, sono contenitori scatolari per proletari. Non è questione di come fai la scatola. Il male non è la scatola, è l’atto istituzionale di inscatolare la gente, per giunta con giustificazioni progressiste. Qui: abitazioni; lì servizi: lo sport, la chiesa, la scuola; là, i luoghi di lavoro; accanto: il centro commerciale. Tutto attorno, i parcheggi, e le strade, per veicolare il flusso funzionale delle merci, uomini compresi.

Allora, il dolce spleen nasce da questo: nel constatare come l’umanità si costruisca, nonostante tutta questa violenza che l’ha inscatolata, fuori dalle istituzioni e dai progetti, ambiti vitali: la musica di Bach, il bimbo che gioca nell’orto dietro il capannone; la grotta della madonnina, coi fiori;6i bambini allegri, che vanno in chiesa con le mamme (accanto, fuori dalla foto, il parroco prostrato in preghiera);8l’insegna rustica intagliata sul legno, e le lettere adesive sul vetro, che forse non sarebbero approvate dall’architetto che aveva fatto una cosa tutta spigoli e metallo (magari adducendo di celebrare, da buon schiavista mascherato, il lavoro sfruttato in fabbrica);7

la scorciatoia pedonale, non prevista dagli archiburocrati, verso il centro commerciale.

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Anche gli alberi che forse mimano l’accrocchio in profili metallici con la croce.

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Questa resistenza vitale tende a cessare nella mostruosa spianata di asfalto con benzinaio antistante il centro commerciale e la cavallerizza di Gabetti ed Isola, dalla nobile copertura. Anche la musica, ora è diversa: ora sono canzoni che chiudono e non aprono, fra il vuoto e il disperso, diffuse da una radio commerciale attraverso invisibili grandi altoparlanti. Qui, mi manca il fiato, e chissà ad luglio, questo spazio, cos’è.

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Mi ficco dentro la cavallerizza: ecco la copertura, da dentro. Disegno fine. Piacevole puzza di stallatico.

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E’ tempo di tornare: fotografo una cavallerizza in carne ed ossa col suo cavallo, poi ancora il piazzale verso le scatole d’abitazione e la chiesa, che non si vede.

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Ritorno alla base. La musica per organo è cessata. Al suo posto, una cieca e brutale music machine proveniente da un’autoradio chiude in amaro una tarda mattinata a Nichelino, intorno alla chiesa di San Damiano, il giorno del Venerdì Santo.

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Apollinaire De Chirico II (errata corrige)

Se vuoi ascoltare quello che ascolto mentre scrivo è qui (una composizione di Savinio, il fratello di De Chirico, del 1914)

Allora, questa cosa che Apollinaire non avesse mai citato nelle cronache dei Salon des indépendants De Chirico mi sembrava davvero strana. Enigmatica, aggettivo adatto a proposito di De Chirico. Cerco lumi leggendo le lettere di De Chirico a Apollinaire, leggibili nel sito della Fondazione De Chirico a quest’indirizzo .

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Da cui risulta che l’ Indépendants a cui il pittore partecipò fu quello del 1914. “Spero, caro amico, che voi userete la vostra influenza presso la commissione di allestimento affinché i miei dipinti non siano troppo sacrificati, riuniti insieme per quanto possibile e sistemati in una compagnia non troppo ridicola. Si trovano per il momento nella sala IX, ma non so se saranno appesi in questa sala. Avete intenzione di scrivere qualche parola su l’Intransigeant, a proposito dei quadri che avete visto nel mio atelier?” (Lettera V del 21/02/2014).

Uno dei quadri esposti agli Independants è questo “Nostalgia dell’infinito” 135 x 65 cm.

Ricontrollo le Chroniques d’art di Apollinaire sugli Indépendants 1914, e si, l’indice analitico dell’edizione Gallimard Folio Essais non era completa. De Chirico è menzionato.

G. de Chirico construit dans le calme et la méditation des compositions hamonieuses et mistérieuses. Conception plastique de la politique du temps. Ces études purement désinteressées et dont l’expression estétique est très impressionante méritent d’attirer l’attention“.

Non si era troppo sprecato, né era stato particolarmente chiaro a proposito de la politique du temps.

Il curatore della raccolta riporta in nota i titoli dei tre quadri esposti (oltre a quello qui rappresentato, c’era “gioie ed enigmi di un’ora strana” e “L’enigma di una giornata”), e il testo di un articolo non firmato, apparso in Paris Journal nel maggio 2014, probabilmente scritto da Apollinaire, che non mi pare notevole e che ora non ho voglia di trascrivere.

Niente, tutto questo ad errata corrige del precedente post. Direi che comunque, in buona sostanza, Apollinaire non fu un grande estimatore di De Chirico.

AGGIORNAMENTO: ho poi “pescato” un articolo di Apollinaire su De Chirico, che non era stato incluso nella raccolta di Chroniques d’art, lo mostro e lo commento qui

Apollinaire, De Chirico, nazionalismi

 

Premessa. Uno dei vantaggi di abitare in un condominio ove risiedono benestanti, è che ti possa capitare di trovare, nella zona raccolta carta in cortile, scatoloni pieni di bei libri. Passando in cortile, al volo, ho così sottratto al macero (o alla eventuale rivendita degli addetti a qualche bancarella) un bel po’ di libri interessanti. In particolare ho salvato parecchi libri in lingua francese, fra cui alcuni di Guillame Apollinaire, di cui, a ripensarci, ho sempre sentito parlare ma di cui non ho nulla in casa, mai letto nulla se non, sporadicamente, frammenti. Uno di questi è Chroniques d’art 1902-1918, una raccolta di articoli di Apollinaire in tema di arte. L’edizione è di Gallimard nella collana economica folio, 1960, di circa 550 pagine. Sono articoli scritti soprattutto per il quotidiano parigino L’intransigeant, in cui il poeta e critico commenta le mostre in corso a Parigi, i vari Salon d’automne ecc.  Il libro ha in copertina il celebre ritratto di Apollinaire di Giorgio De Chirico, del 1914, ora custodito al Centre Pompidou.

Ascolta se vuoi mentre leggi quello che sto ascoltando io mentre scrivo

Le raccolte di articoli è un genere letterario particolare. Il saggio d’occasione, già pensato per un pubblico non particolarmente scelto, è in genere piuttosto rivelatore degli orientamenti dell’autore, in misura maggiore rispetto al saggio vero e proprio, o alla pubblicazione organica e unitaria. Questi ultimi sono destinati ad un pubblico selezionato, e ai posteri; e quindi privi di elementi contingenti, depurati da interessi e tic, che invece sono proprio gli elementi maggiormente rivelatori. La raccolta di articoli è il classico genere di libro che non si legge dall’inizio alla fine, ma si pilucca come un panettone, leggendo pezzi di argomenti che interessano e si conoscono meglio. E così ho fatto, cominciando, naturalmente, a leggere quanto Apollinaire scriveva dei Futuristi italiani.

La cosa che mi ha maggiormente colpito è l’approccio molto nazionalista all’arte di Apollinaire, cosa che non immaginavo. I discrimini, i filtri base nelle sue letture, sono quelli relativi alle nazioni. Parla molto di arte francese, celebrandola in massimo grado; e ogni artista di provenienza straniera viene soppesato in relazione all’arte francese, pietra di paragone. Picasso, massimamente celebrato, è tuttavia sostanzialmente interno all’arte parigina. In ogni caso questo aspetto nazionalistico è molto presente, quasi ossessivo. La cosa, a ripensarci, potrebbe essere abbastanza normale per l’epoca: siamo negli anni della grande guerra o poco precedenti, oltre cento anni fa; anni in cui il Nazionalismo, devastante come l’influenza spagnola, imperava. Apollinaire fu gravemente ferito alla testa in guerra, ma di “spagnola” morì, due soli giorni prima che finisse la guerra. Per di più L’Intransigeant, leggo, era un quotidiano politicamente nazionalista.

Scorrevo il libro, con “serendipity” scoprendo articoli su Gaudì, sulla Goncarova e Larionov, Rousseau il doganiere, sull’architettura inglese e tante altre cose. E riguardando la copertina, pensi: e De Chirico? Scorrendo l’indice analitico, De Chirico non figura. Perché?

Decido di controllare Memorie della mia vita di De Chirico, che ho in una bellissima edizione e di cui mi ricordo di aver letto i suoi ricordi di Parigi di quegli anni. Curiosamente, la copertina presenta lo stesso dipinto, il ritratto di Apollinaire

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Nelle Memorie leggiamo che, tramite l’interessamento di Laprade, il giovane De Chirico venne ammesso al Salon d’Automne (credo del 1911) con tre opere, con buon successo. E poi

… sempre dietro consiglio di persone che conoscevano l'”ambiente”, andrai a trovare Guillame Apollinaire. Questi abitava un piccolo appartamento all’ultimo piano di una vecchia casa borghese del Boulevard Saint Germain; il sabato, dalle cinque alle otto, riceveva gli amici. Venivano pittori, poeti, letterati, quelli cosiddetti “giovani” e “intelligenti” e che propugnavano le cosiddette “idee nuove”.  (…) Apollinaire pontificava seduto al suo tavolo di lavoro; individui taciturni e volutamente pensosi sedevano sulle poltrone e sui divani; la maggior parte di essi fumava, secondo la moda di quel tempo e di quegli ambienti, pipe di gesso (…) Sui muri stavano attaccati quadri di Marie Laurencin, di Picasso e di alcuni oscuri cubisti di cui ho dimenticato il nome. Più tardi furono attaccati anche due o tre quadri metafisici miei, tra i quali c’era anche un ritratto di Apollinaire, raffigurato come una sagoma di tiro a segno che, a quanto pare, profetizzò la ferita che Apollinaire ricevé alla testa nella guerra del 1915-18Io andavo quasi sempre (…) però sin d’allora non nutrivo grande stima e simpatia per quell’ambiente e mi ci annoiavo parecchio; probabilmente questi sentimenti mi si leggevano in faccia perché osservai che, tanto Apollinaire quanto gli altri componenti il cenacolo, benché mi dimostrassero un certo interesse e una certa cordialità, nutrivano per me della diffidenza e fiutavano in me un individuo assai diverso da loro

Apollinaire consigliò a De Chirico di esporre agli Indépendants, ove espose l’anno dopo (1912 ?). Negli articoli di A. su quel salone del 1912 troviamo menzioni per tanti artisti oggi sconosciuti, ma non una sul giovane De Chirico, che pure supponiamo esponesse le sue opere di maggior quotazione oggi. (l’autore della prefazione al volume di Apollinaire scrisse di ” … quantité de peintre oubliés sont ressuscités dans ces pages.” Stessa cosa controllando per gli Indépendants del 1913 e 14, qualora ci fosse un problema sulle date. Del resto, se nell’indice analitico non c’è …

Arrivò la guerra. De Chirico parla ancora di Apollinaire nelle sue memorie, con una indicazione molto interessante a proposito del tema del Nazionalismo.

… amici e conoscenti sparivano l’uno dopo l’altro, inghiottiti dalla guerra. Apollinaire si era precipitato ad arruolarsi, ma egli fece questo, non tanto per amore della Francia, come molti ingenuamente credono, quanto perché aveva delle origini molto imbrogliate e oscure; … la madre sua era polacca, ma poi era nato in Italia, a Roma; pare che suo padre fosse italiano; aveva passato la fanciullezza nel principato di Monaco e la giovinezza in Germania. Egli anelava quindi ad appartenere ad un Paese, ad una razza, ad avere un passaporto in regola.”

Questo sentimento De Chirico lo deduce per analogia, essendo lui nato in Grecia. “Spinti dallo stesso impulso che indusse Apollinaire ad arruolarsi nell’esercito francese, io e mio fratello partimmo per Firenze onde presentarci a quel distretto militare ove eravamo iscritti.

Infine. Non si capisce esattamente per quale motivo Apollinaire non avesse menzionato De Chirico nelle sue cronache. Forse, banalmente, non aveva capito la pittura di quel ragazzo probabilmente antipatico e superbo, che tuttavia negli anni dell’immediato dopoguerra divenne “artista di culto” presso i surrealisti, che fecero incetta delle sue opere giovanili “metafisiche”. Ma questa è un’altra storia.

Quel che si capisce è, per l’ennesima volta, quanto sia cosa triste, abietta e letale il Nazionalismo, che pure oggi qualche brutto soggetto vuole resuscitare. Se da vivo, il Nazionalismo fu orrore, figuriamoci come sarebbe da Zombie!

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Scuola Holden Storytelling, la Vegetariana e Calasso

 

Un “saturday soul surge” letterario e un po’ orientalista. Scritto ascoltando questa ambient music. Se vuoi quindi leggi ascoltando.

1- Storytelling e Scuola Holden, Baricco . Un amico di Facebook ha proposto la lettura di un articolo sulla didattica della Scuola Holden presieduta da Alessandro Baricco, a questo link. Articolo che mi pare interessante anche perché scritto dopo aver fatto inchiesta, toccando davvero con mano.

Direi che la questione storytelling (che poi in fin dei conti è pur sempre la vecchia retorica insegnata dai sofisti, naturalmente riportata all’oggi, alla nostra società enormemente più complessa che quella della Polis ateniese), si lega abbastanza alla critica che facevo ad un certo modo di raccontare “per mitologie” di Baricco (vedi qui).

Baricco dello storytelling fa tutta una sua teoria affascinante, per cui non sarebbe proprio riducibile a retorica, ma a mio avviso lui in fin dei conti fa uno storytelling dello storytelling. (ascolta sua conferenza sul tema qui)

50cc046aa1b961c1440ed82a0ae1fc77_w600_h_mw_mh_cs_cx_cy2 – La Vegetariana e le copertine Adelphi. Sto leggendo, per puro caso, La Vegetariana di Han Kang, una scrittrice Sud Coreana pubblicata da Adelphi (vedi qui ). Mi sta prendendo, mi piace, sono a metà e sono curioso di vedere come finirà. Ad un certo punto cominci a capire perchè in copertina c’è quell’immagine del fiore con una strana macchia, opera del fotografo Nuboyoshi Araki (qui un articolo che mi pare migliore della voce Wiki; io non lo conoscevo, lo ammetto).

Come Roberto Calasso spiega autobiograficamente ne “L’impronta dell’editore”, la scelta dell’immagine di copertina nei libri Adelphi è molto importante, genera una sorta di contrappunto e dialettica fra il testo e l’immagine.

3 – Le copertine, Galasso e Kevin Kelly. Avevo accennato a Kevin Kelly di recente, come autore di riferimento di Franco Bolelli e da lui consigliato a Lorenzo Jovanotti nel loro carteggio “viva Tutto”, qui.  Sempre nel primo e più importante scritto della succitata raccolta L’impronta dell’editore, intitolato “I libri unici”, Calasso parla, in modo a mio avviso giustamente ostile, di un lungo articolo di Kelly dal titolo “Cosa succederà ai libri”. Non ho voglia e forse la capacità di riassumere in poche righe la questione, se non dicendo che la previsione (ma in realtà il desiderio futurologico) di Kelly di pervenire ad una sorta di “Libro Unico” in rete, viene individuato da Calasso come diametralmente opposto al suo lavoro di editore, che aspira a pubblicare “Libri Unici”. E’ proprio la copertina ciò che individua i singoli libri, e che in realtà viene a cadere nel mostruoso libro unico di Kelly. (e capisco perchè leggendo “Viva Tutto” non ero affatto convinto di quanto diceva Bolelli).

Ho poi scoperto che il discorso di Calasso sui Libri Unici è interamente leggibile nel sito di Adephi, qui, e questo dimostra come esso sia fondante il suo modo d’essere editore.

K.Kelly è esperto orientalista, e cofondatore di Wired, di cui è stato direttore. Se pensiamo che molti scritti della raccolta di Baricco Il nuovo Barnum di cui si diceva furono scritti per Wired (edizione italiana), il cerchio di questo post, un cerchio forse po’ magico, si chiude.

Ok, per oggi basta. Detto fra noi, questa ambient orientale è una palla pazzesca!

letture non attuali: Viva Tutto!(Jovanotti Bolelli)

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Non sapevo nemmeno che esistesse. Io sono un bibliomane, e a volte per rilassarmi guardo libri in bancarelle o librerie, meglio se come Il Libraccio dove ci sono remainders o occasioni. In questi mesi fra le occasioni dentro Il Libraccio ho recuperato Senior Service di Carlo Feltrinelli (piaciuto, un po’ prolissa la parte sul caso Zivago-Pasternak) e anche questo carteggio fra Lorenzo Jovanotti e Franco Bolelli : Viva Tutto . ADD editore, Torino 2010.

In genere non recensisco libri, e questa peraltro non è una recensione (immagino che la recensione sia un fatto professionale, è un genere giornalistico con una sua tecnica che certamente ignoro, ecc.).

Si tratta di 479 pagine di email fra Jovanotti e il filosofo e musicologo Franco Bolelli.  Bolelli lo seguivo tanti anni fa quando, su Linus primi anni ’80 era autore della rubrica “Musica da non consumare” (l’altro autore era Riccardo Bertoncelli, che più si occupava di rock, mentre Bolelli seguiva più il filone avanguardia, jazz ecc.) Poi l’avevo perso di vista.

Le email sono state scritte, quasi quotidianamente, dal 21 febbraio al 24 ottobre 2010, durante la lavorazione del disco di Lorenzo Ora.

Prima osservazione: i due hanno deliberatamente progettato di scrivere un libro in questa forma estemporanea. Non è un libro epistolare “a posteriori”, un carteggio, in cui gli autori si scrivono non pensando d’avere pubblico. Si scrivono consapevolmente in pubblico. Pertanto, è certamente naive parlare di sincerità, spontaneità ecc. Parlando di sè gli autori sanno benissimo di manifestarsi al pubblico.

In realtà questa forma estemporanea però si lega bene al contenuto di quanto i due si scrivono, e certo non è un caso che i due abbiano scelto questa forma. Il libro è un continuo inno al vitalismo, alla inebriante gioia del cavalcare il divenire (il “surf” come ideale). In un gioco di botta e risposta in cui Lorenzo lancia uno spunto, da quello che fa (oltre a suonare in concerto e in studio fa tante cose, viaggia, legge e ascolta molto, riflette, fa sport ecc.) e Bolelli lo incoraggia e struttura spunti e intuizioni di Lorenzo in questa concezione vitalistica, un po’ niciana un po’ taoista (dentro un positivismo tecnologico con riferimento a Stewart Brand o Kevin Kelly), che in realtà confligge con la formazione cattolica solida di Lorenzo, che resiste e traspare nonostante tutto, nonostante l’inclusivo e informe, perchè in costante divenire, il “viva tutto!”.

Gli spunti più interessanti mi pare vengano da Lorenzo. Nell’insieme, a dispetto dei numerosi buoni spunti, dell’intelligenza degli interlocutori, resta un sentore, invece, di insincerità, di vanitas. Ma che importa … viva tutto!

 

 

Sotto la stella del Chuck

Chuck Berry ha avuto un destino particolare. Tutti in fondo volevano che non cambiasse mai, che fosse sempre quello che ha tracciato il primo solco principale del rock n roll. Lui peraltro sembrava divertirsi molto a fare sempre le stesse cose che aveva inventato da ragazzo. E come stupirsene? I comuni mortali oggi devono cambiare abitudini e modi di lavorare in continuazione, non possono dar nulla per scontato, devono lottare e rinnovarsi sempre. Ma a pensarci bene, è un destino che accomuna molti artisti, anche se lui l’ha vissuto in modo particolare. In un mondo che cambia velocemente, i Chuck Berry devono rimanere sempre gli stessi. E’ forse il senso profondo dell’appellativo “star”, senso che trascende la popolarità stessa.

Comunque, addio Chuck, riposa in pace. E tutto invecchia e muore, anche il rock n roll.


<p><a href=”https://vimeo.com/18623223″>Chuck Berry &amp; Keith Richards – Oh Carol</a> from <a href=”https://vimeo.com/user4386260″>Music Management USA</a> on <a href=”https://vimeo.com”>Vimeo</a&gt;.</p>

 

Il rock e la vecchiaia, III

Può essere interessante astrarre un poco la questione, e compararla con il tema più generale della conservazione, quale ad esempio si presenta nel restauro architettonico.

Chiunque l’abbia un minimo praticato, sa che il restauro architettonico pone costantemente dilemmi e conflitti fra la necessità di ripristino della qualità del corpo (architettonico) in molti casi eminentemente estetica, oltre che funzionale, e la necessità di conservazione della sua integrità originaria, proprio dei materiali costituenti. I restauri disinvolti, che concedono troppo all’effetto di splendore ed alla efficacia dei funzionamenti, finiscono col mortificare, rendendolo inautentico, il vecchio corpo architettonico. D’altro canto, restauri troppo filologici, senza alcuna indulgenza verso istanze che non siano storiche, tendono ugualmente a mortificare il corpo architettonico come organismo vivo ed estetico, tendendo infine alla accettazione della rovina, massima autenticità. Il restauro architettonico è dunque, come aveva lucidamente indicato Cesare Brandi, una questione di conflitto ed equilibrio fra istanze storiche e istanze estetiche.

Il restauro del corpo umano in genere e della sua superficie è compito di medici, allenatori atletici, dietologi, chiurughi estetici. Presenta di fatto problemi differenti, per alcuni aspetti meno curabili essendo il corpo umano soggetto all’invecchiamento in modo più inesorabile e rapido, più complessi riguardando la psiche umana nei rapporti interpersonali, pubblici, e non un corpo inerte, sia pure pubblico e dunque oggetto di proiezioni psichiche come quello architettonico.

Tornando al tema, possiamo allora individuare due tipi di errori nel restauro dell’uomo di spettacolo e in particolare dell’artista di musica rock: il primo è l’eccesso di intervento (spesso con invasivi interventi di chiurgia plastica) al fine di mantenere giovanile il corpo (magro, scattante, senza rughe), che però è tentativo vano e  che rischia, se non equilibrato, di mettere in ridicolo chi lo pratica. Il secondo è quello della eccessiva ostentazione del corpo invecchiato a parità delle altre condizioni, quasi una estetica del brutto autentico, che tuttavia, poco concedendo al senso estetico comune, risulta infine repellente.

In realtà sono due facce di una stessa medaglia: la non serena accettazione della vecchiaia con dignità (e quindi non priva di una sua particolare bellezza, di differente genere, che tuttavia richiede un cambiamento, una rinuncia al continuare a fare quel che si poteva fare da giovani nello stesso modo). Non a caso questa strategia viene compiuta da artisti che non riescono a rinnovare il loro modo di essere musicisti e performers, perpetrando il loro modo giovanile.

Steven-TylerCome esempio del primo tipo potremmo dire dei capelli di Lucio Dalla, o alcune fasi del “restauro” di Steven Tyler (cl. 1948) in cui era diventuo repellente e inguardabile, gonfio di botox. Negli ultimi tempi ha tuttavia attuato alcuni correttivi (baffi e pizzetto, tavolta occhiali che sono un segno di anzianità e saggezza) che, uniti al fatto che comunque non ha ancora nemmeno 70 anni e mantiene una qualità di cantante e animale da palcoscenico notevolissima, rendono il suo tentativo infine azzeccato, come testimonia questo video girato pochi giorni fa.

 

L’altro esempio che vorrei proporre è Iggy Pop (c. 1947). Per chi lo conosce non è il caso di dire altro. Per chi non lo conoscesse si può dire che Iggy, più di ogni altro cantante rock, ha usato e ostentato il proprio corpo, ne ha fatto la materia stessa del suo spettacolo. Una bandiera del rock underground più duro e senza compromessi, ma con l’approvazione del milieu colto, per via dei contatti con l’ambiente Factory di Warhol, le produzioni di David Bowie berlinese che lo rilanciarono presso un più vasto pubblico sull’onda del punk di cui con gli Stooges fu precursore, le apparizioni cinematografiche anche con registi d’essai come Jim Jarmush.

Il video che metto qui smentisce in un certo senso il mio giudizio negativo. Girato nel 2015 da un videoamatore, ma con buona qualità. Iggy, 68 anni, esegue il suo brano più noto, tratto dal suo primo album fatto con gli Stooges del 1969. Lo esegue come ha sempre fatto, forse nell’unico modo in cui si può fare quel brano. Io lo vidi dal vivo nei primi anni 80 e faceva più o meno le stesse cose, certo più tonico, e con la pelle giovane.

Credo che pochissimi possano adottare con successo la sua strategia d’invecchiamento.  I Red Hot Chili Peppers temo ci stiano provando. Sono ancora in tempo a percorrere nuove strade (Kiedis e Balzary cl. 1962)