musica

Sotto la stella del Chuck

Chuck Berry ha avuto un destino particolare. Tutti in fondo volevano che non cambiasse mai, che fosse sempre quello che ha tracciato il primo solco principale del rock n roll. Lui peraltro sembrava divertirsi molto a fare sempre le stesse cose che aveva inventato da ragazzo. E come stupirsene? I comuni mortali oggi devono cambiare abitudini e modi di lavorare in continuazione, non possono dar nulla per scontato, devono lottare e rinnovarsi sempre. Ma a pensarci bene, è un destino che accomuna molti artisti, anche se lui l’ha vissuto in modo particolare. In un mondo che cambia velocemente, i Chuck Berry devono rimanere sempre gli stessi. E’ forse il senso profondo dell’appellativo “star”, senso che trascende la popolarità stessa.

Comunque, addio Chuck, riposa in pace. E tutto invecchia e muore, anche il rock n roll.


<p><a href=”https://vimeo.com/18623223″>Chuck Berry &amp; Keith Richards – Oh Carol</a> from <a href=”https://vimeo.com/user4386260″>Music Management USA</a> on <a href=”https://vimeo.com”>Vimeo</a&gt;.</p>

 

Il rock e la vecchiaia, III

Può essere interessante astrarre un poco la questione, e compararla con il tema più generale della conservazione, quale ad esempio si presenta nel restauro architettonico.

Chiunque l’abbia un minimo praticato, sa che il restauro architettonico pone costantemente dilemmi e conflitti fra la necessità di ripristino della qualità del corpo (architettonico) in molti casi eminentemente estetica, oltre che funzionale, e la necessità di conservazione della sua integrità originaria, proprio dei materiali costituenti. I restauri disinvolti, che concedono troppo all’effetto di splendore ed alla efficacia dei funzionamenti, finiscono col mortificare, rendendolo inautentico, il vecchio corpo architettonico. D’altro canto, restauri troppo filologici, senza alcuna indulgenza verso istanze che non siano storiche, tendono ugualmente a mortificare il corpo architettonico come organismo vivo ed estetico, tendendo infine alla accettazione della rovina, massima autenticità. Il restauro architettonico è dunque, come aveva lucidamente indicato Cesare Brandi, una questione di conflitto ed equilibrio fra istanze storiche e istanze estetiche.

Il restauro del corpo umano in genere e della sua superficie è compito di medici, allenatori atletici, dietologi, chiurughi estetici. Presenta di fatto problemi differenti, per alcuni aspetti meno curabili essendo il corpo umano soggetto all’invecchiamento in modo più inesorabile e rapido, più complessi riguardando la psiche umana nei rapporti interpersonali, pubblici, e non un corpo inerte, sia pure pubblico e dunque oggetto di proiezioni psichiche come quello architettonico.

Tornando al tema, possiamo allora individuare due tipi di errori nel restauro dell’uomo di spettacolo e in particolare dell’artista di musica rock: il primo è l’eccesso di intervento (spesso con invasivi interventi di chiurgia plastica) al fine di mantenere giovanile il corpo (magro, scattante, senza rughe), che però è tentativo vano e  che rischia, se non equilibrato, di mettere in ridicolo chi lo pratica. Il secondo è quello della eccessiva ostentazione del corpo invecchiato a parità delle altre condizioni, quasi una estetica del brutto autentico, che tuttavia, poco concedendo al senso estetico comune, risulta infine repellente.

In realtà sono due facce di una stessa medaglia: la non serena accettazione della vecchiaia con dignità (e quindi non priva di una sua particolare bellezza, di differente genere, che tuttavia richiede un cambiamento, una rinuncia al continuare a fare quel che si poteva fare da giovani nello stesso modo). Non a caso questa strategia viene compiuta da artisti che non riescono a rinnovare il loro modo di essere musicisti e performers, perpetrando il loro modo giovanile.

Steven-TylerCome esempio del primo tipo potremmo dire dei capelli di Lucio Dalla, o alcune fasi del “restauro” di Steven Tyler (cl. 1948) in cui era diventuo repellente e inguardabile, gonfio di botox. Negli ultimi tempi ha tuttavia attuato alcuni correttivi (baffi e pizzetto, tavolta occhiali che sono un segno di anzianità e saggezza) che, uniti al fatto che comunque non ha ancora nemmeno 70 anni e mantiene una qualità di cantante e animale da palcoscenico notevolissima, rendono il suo tentativo infine azzeccato, come testimonia questo video girato pochi giorni fa.

 

L’altro esempio che vorrei proporre è Iggy Pop (c. 1947). Per chi lo conosce non è il caso di dire altro. Per chi non lo conoscesse si può dire che Iggy, più di ogni altro cantante rock, ha usato e ostentato il proprio corpo, ne ha fatto la materia stessa del suo spettacolo. Una bandiera del rock underground più duro e senza compromessi, ma con l’approvazione del milieu colto, per via dei contatti con l’ambiente Factory di Warhol, le produzioni di David Bowie berlinese che lo rilanciarono presso un più vasto pubblico sull’onda del punk di cui con gli Stooges fu precursore, le apparizioni cinematografiche anche con registi d’essai come Jim Jarmush.

Il video che metto qui smentisce in un certo senso il mio giudizio negativo. Girato nel 2015 da un videoamatore, ma con buona qualità. Iggy, 68 anni, esegue il suo brano più noto, tratto dal suo primo album fatto con gli Stooges del 1969. Lo esegue come ha sempre fatto, forse nell’unico modo in cui si può fare quel brano. Io lo vidi dal vivo nei primi anni 80 e faceva più o meno le stesse cose, certo più tonico, e con la pelle giovane.

Credo che pochissimi possano adottare con successo la sua strategia d’invecchiamento.  I Red Hot Chili Peppers temo ci stiano provando. Sono ancora in tempo a percorrere nuove strade (Kiedis e Balzary cl. 1962)

 

Il rock e la vecchiaia, II

Continua da qui

Del resto, è passato quasi un decennio da quando the Zimmers incisero il My generation cantato da vecchi. Trovo sempre meraviglioso l’effetto d’inversione che ottiene il testo nella operazione Zimmers. Il fastidio della gente comune “people try to put us down … just because we get around” riferito non ai giovani, amati, invidiati, coccolati, ma invece ai vecchi, una categoria che la società contemporanea mal tollera, è significativo ed esatto.

Roger Daltrey, (cl.1944) che per primo cantò questo pezzo, è forse uno degli artisti rock più interessanti da analizzare nell’ambito di questo discorso. Per tanti anni ha incarnato, come front man degli Who, un ruolo eminentemente giovanile, che è stato portato sugli schermi da Ken Russel in Tommy, con i suoi capelloni riccioli biondi e il torso nudo.

Daltrey ebbe qualche difficoltà durante la mezza età. Problemi soprattutto di voce, a partire dagli anni 80 (si diceva avesse i polipi), e anche di immagine. Io ricordo che da addaltrey punkolescente lo percepivo come un personaggio del passato, ormai superato, eppure non aveva neanche 40 anni. E lui stesso doveva sentirsi così, fin da quando, con l’esplosione del punk, si fece ritrarre, sia pure un po’ per scherzo, con quel “look“. Too old to rock’n roll, too young to die, titolava proprio in quegli anni un lp dei Jethro Tull, e così lui doveva sentirsi.

E’ bello quindi vederlo riprendere, negli ultimi anni, la via del palco con dignità e senza forzature, con il bagaglio della vecchia gloria ma senza il ridicolo che potrebbe accompagnare simili operazioni. La migliore di queste mi pare quella che ha compiuto in compagnia di Wilko Johnson. Wilko Johnson (cl. 1947) è fantastico, forse quello che è invecchiato meglio di tutti. Nel senso che non è invecchiato, ha solo qualche anno sul groppone in più e i capelli in meno rispetto a quando calcava le scene nei Dr Feelgood con Lee Brilleaux (uno che non ce l’ha fatta ad invecchiare). Stesso modo schizzato di muoversi, stessi sguardi allucinati, solo un po’ più sorridente. Ma è sempre lui non perchè fa il verso a sè stesso, ma perchè quello è il suo modo di stare sul palco, il suo modo di vivere. Forse, favorito in questo dall’avere una non grande ma costante notorietà, presso un pubblico di nicchia e non di massa.

La scelta del bianco e nero nel video facilita la “digestione” della vecchiaia. Sa di vintage, e i colori accentuerebbero sgradevolmente gli effetti fisici della età avanzata o costringerebbero a trucchi.

In questo prossimo video le immagini della gioventù si sovrappongono a quelle attuali (del 2014). La nostalgia è temperata appunto da un senso virile di essere ancora in grado di calcare le scene con vigore e senza trucchi.

Il rock e la vecchiaia (I)

Solitamente si tendeva ad associare musica rock alla gioventù. Il rock, questa onda musicale che parte appunto dal rock’n roll, che poi è anche il sesso e la sua liberazione in musica, che condizionava folle di teen agers, che costituiva quella generazione a cui gli Who dedicarono il loro primo hit, “my generation” con il famoso verso “I hope die before get old“, e che ha avuto le ultime manifestazioni davvero originali, l’ultima spremitura, nei primi anni ’80 se non prima, ossia circa 35 anni fa, ha invece da qualche anno molto a che fare con la vecchiaia. (non mi dite che il grunge e i Nirvana, o gli Oasis, abbiano detto qualcosa di nuovo, per favore)

La cosa non è ancora del tutto chiara. La gente si stupisce del gran numero di morti del rock, ma non dovrebbe. Ne parlai non molto tempo fa qui.

Il tema mi affascina, perchè ho sempre seguito, ed anche suonato, questo genere di musica. E anch’io sto invecchiando. Mi si è ripresentato con prepotenza, guardando un video recente dei Dexis, gruppo esploso nei primi anni ’80,  in cui il regista indugia sui segni di vecchiaia e sul difetto fisico, insieme ai consueti segni della moda alternativa, underground, tipica dei musicisti rock e dei loro fan. Costoro c’erano dentro fino al collo. Si sono segnati, ma continuano ad essere fedeli a quello stile di vita, e lo mantengono con dignità e fierezza.

Così mi è venuto in mente che potrebbe essere bello scrivere qualcosa su vecchiaia e rock, da un punto di vista inconsueto: vedendo la vecchiaia nel rock non tanto, come usualmente accade, come una componente puramente negativa, ma come elemento effettivo e imprescindibile.

Il modo d’essere vecchio dell’artista del rock è delicato, sicuramente pensato, e quindi forse foriero di insegnamenti, ma sicuramente ci sono elementi necessari o involontari, che derivano dal destino di un certo stile coniato in gioventù e il modo d’interpretarlo da parte dei vari artisti. Attraverso cui allora ripensare il significato profondo delle scelte d’allora.

Questi post avranno un taglio “per tutti”, quindi potrei dire cose che sono scontate per gli esperti del genere. Tuttavia non potrò spiegare sempre i riferimenti in modo esplicito, dunque utilizzerò se necessario collegamenti esplicativi entro il testo, da cliccare in caso di curiosità per chi non sapesse un termine.

Ecco, abbiamo visto come invecchiano pubblicamente Kevin Rowland (classe 1953) e suoi amici. Loro erano di ambito mod, pertanto attenti e  curati nel vestire. Di questi giorni invece è la diffusione di una foto – rubata, certamente – di come è oggi il cantante del più famoso gruppo punk, i Sex Pistols. Ecco a voi Johnny Lydon alias Rotten (c.1956), oggi. Direi che è abbastanza punk pure ora. (continua qui)

rotten

Il vecchio rocker come un eroe di cartone

La moria di eroi della musica rock-pop, sul principio del 2016 è stata particolarmente intensa. Ma, a ben pensarci, non è così, e ci si dovrà far ben l’abitudine. Infatti il rock è fenomeno musicale giunto a maturazione quasi 50 anni fa, quindi gli eroi del rock anni 60-70 vanno inevitabilmente ad avere dai 70 agli 80 anni. E non erano pochi, dato che molti – quasi tutti direi – erano sopravvalutati, e nel periodo di massimo fulgore ci fu una copiosa produzione.

Il fatto è che quelli della mia generazione, che sono cresciuti negli anni 70, hanno vissuto i personaggi del grande rock (troppo grandi per essere fratelli maggiori, troppo giovani, o giovanilisti, per essere padri) come qualcosa di simile agli eroi dei fumetti: personaggi indissolubilmente legati alle loro maschere di successo, alle loro gesta filmate. E invece, non è così, ovviamente. Gente che invecchia e muore, come tutti. Perchè stupirsi?

4526449_6_2938_bryan-ferry-admire-une-certaine-fragilite-chez_3bd61610f26e22959e936a6d67bb1350In realtà possiamo vedere diverse tecniche delle rock star di superare la vecchiaia. Ricordo di aver letto una intervista di Brian Ferry, uno che invecchia molto bene, affermare che semplicemente, verso il 35 anni, decise che non sarebbe più invecchiato. Lui era favorito dal fatto che il suo look era già da gentleman quasi classico da lungo tempo, ma importante è anche utilizzare musicisti giovani sul palco, non i vecchi compagni d’arme, che poi sembra la banda dell’ospizio.

Non tutti purtroppo riescono nell’intento, e trucchi e chirurghi funzionano fino ad un certo punto: è triste ad esempio vedere un Joe Jackson assomigliare stranamente a Bugs Bunny o Lilly Gruber. Lemmy Kilmister, recentemente scomparso, llemmy-kilmister-dead-at-70-due-to-cancera pensava come Ferry, però sembrava invecchiato ben di più. Ma è lì che interviene il cartone animato, la maschera. Alla fine, ciò che lo caratterizzava era il personaggio: i favoriti, i cappelli, le uniformi, la birra, la moto, il “look” dell’eroe di cartone. Tale è di fatto la strategia delle altre rock star ancora sulla breccia, primi fra tutti gli Stones, rugosissimi ma fedeli, come sempre, alla loro linea, ai loro abiti, le loro mosse.

paul-kantnerMa comunque, prima o poi, arriva la morte, a dirci che non sono eroi di cartone. Ieri è stata la volta di Paul Kantner, che ai più non dirà nulla, ma fu invece il leader di un gruppo importante per il rock americano del periodo “vietnam”, i Jefferson Airplane. Leader sui generis: non protagonista. Non era cantante solista; non era un grande chitarrista. Il look non era molto caratterizzato, un po’ nerd, sembrava il protagonista di Fragole e Sangue, il film sulla contestazione degli universitari statunitensi. La sua attività poco rilevante direi da 30 anni a questa parte lo relegava ai suoi anni di gloria, per i quali era conosciuto: gli anni lisergici attorno al ’68 della west coast. Forse si era bruciato un po’ troppi neuroni, al tempo.

Mi piace mettere qui un documento abbastanza drammatico di quel periodo: i Jefferson al concerto di Altamont (ove morirono quattro persone, fra cui uno accoltellato dal servizio d’ordine degli Hell Angels, durante il set dei Rolling Stones). Tanta gente fusissima, probabilmente droga a fiumi e anche molta violenza. Un concerto organizzato malissimo, un disastro: si pensi solo al palco, da festa parrocchiale, in un concertone gratuito da mezzo milione di persone, pare.  Kantner, in canottiera rossa, dimostra la sua attitudine da leader dopo l’interruzione della musica, in cui prende la parola contro il servizio d’ordine, poi seguito dalla bella Grace Slick, la sua donna.

Riposa in pace Paul Kantner

 

 

 

Sabato 16

Le scorie di cui liberarsi questo sabato sono pesanti. Metto allora una robina allegra, the Chichen. Come al solito, se vuoi leggere ascoltando quello che ascolto scrivendo clicca.

  1. La più pesante è quella dei fatti di Colonia, o meglio, quella dei presunti fatti. Non è infatti chiaro cosa sia realmente successo, ci sono dei “sentiti dire”, tante denunce di donne molestate (ma molte pervenute molti giorni dopo, e gli arresti solo per imputazione di furto, nessuno di molestie), nessun filmato comprovante (nonostante si viva nell’era del selfie e del video con lo smartphone). Però i commentatori, a partire dal “al mio via scatenate l’inferno” di Lucia Annunziata, non hanno avuto alcun dubbio nell’indicare i colpevoli, le cause sociologiche, i rimedi, in un coro tanto più netto, perentorio e asfissiante quanto poco chiari e netti erano stati i fatti. Cose tipo: il problema è che questi negher maomettani per di più sono selvaggi abituati ad ubriacarsi e poi fare bande tribali di violentatori di bianche, è uno scontro di civiltà con l’Islam ecc. ecc.  Il pezzo più terrificante, perchè apparso non su Libero, ma su la Stampa dal suo nuovo direttore, mi è parso quello di Maurizio Molinari.

In proposito, trovo meritevole e abbastanza riuscito lo sforzo dei Wu Ming di smontare tale scritto, e lo segnalo qui.

2) La morte di David Bowie. Ha avuto un notevole impatto in internet. La cosa, e il modo in cui ciò è avvenuto testimonia lo spessore di quest’uomo.

A parte i risvolti comici dei vari necrologi (il più buffo, quello dell’Eco di Bergamo che ha messo la foto di un suo imitatore, tal Capparoni, campione della trasmissione televisiva “tale e quale”) ha fatto anche un certo scalpore e/o ilarità, oltre, come al solito, l’ormai immancabile cinguettio del Cardinal Ravasi, il fatto che l’Osservatore Romano ne abbia tracciato un profilo piuttosto laudatorio, evidenziandone la non banalità, la serietà e perfino la sobrietà come cifra del suo lavoro, fatte salve le intemperanze iniziali, necessarie per sfondare. Lo trovo invece un giudizio acuto ed esatto. Però ciò non toglie che io sia turbato dal fatto che le voci cattoliche abbiano totalmente omesso, direi rimosso, il fatto che l’ultimo suo lavoro ha un sentore di satanismo di tale evidenza e pesantezza da non poter essere ignorato. E questo in un contesto complessivo dell’opera di Bowie non certo incorente con tale esito. Forse due paroline in proposito avrebbero dovuto essere dette, non alla maniera del frate che fa girare i dischi rock al contrario, però dette. E’ scritto che i cristiani debbano essere il sale del mondo, non la sua melassa a coprire tutto.

Resta il fatto che in questi giorni nessuno, mi pare, abbia fatto un bilancio di valore critico della sua opera. Dalla cecità dell’amorevole fan (non pochi), alla banalità e insipienza del commentatore d’occasione (tantissimi), al silenzio e astio del non ammiratore esplicito (pochi e denigrati) è mancata anche una sola voce competente ma con taglio critico di spessore adeguato per trattare tale opera effettivamente “mai banale”. Almeno fra quelle che ho letto.

In ogni caso RIP mr. Jones, e alla prossima

 

Inizio 2016

E’ un po’ un lungo sabato questo inizio d’anno, e rientra a buon diritto nei saturday soul surge, supersurge.

Oggi la musica proposta è suonata da un musicista che ho scoperto da poco, Nigel Hall di Portland trasferitosi a New Orleans. Non molto noto al grande pubblico, ma  ma secondo me molto bravo e che di recente ha fatto uscire il suo secondo album

Sento questo nuovo anno come necessariamente attivo, quasi violento, ricco di conflitti ma anche di amore.

dado-peintre-irene1) Mi è piaciuto moltissimo il primo episodio di Suite Francese di Irene Nemirowsky, una autrice di cui non avevo letto nulla e che trovo bravissima. Forse esagero, ma direi che mi ha riconciliato con la lettura e forse anche un po’ con la vita, con cui negli ultimi tempi ho un po’ fatto a pugni.

Vado a leggere il secondo episodio, e poi magari anche qualcos’altro di questa scrittrice, altra vittima dei nazisti ad Auschwitz.

 

logo2) Anno di guerra. L’ho deciso ieri, lanciando una piccola polemica riguardo ad una cosa che non mi è andata giù. Ho scritto su Facebook: “ Il nuovo logo dell’ordine degli architetti della provincia di Torino non mi piace affatto. E trovo molto fastidioso, per non dire inaccettabile, che si sia cambiato senza consultare minimamente gli iscritti, senza chiarezza sui costi dell’operazione, peraltro.

In un commento in calce ho citato, per farli accorrere, due consiglieri dell’ordine e l’autore del logo, miei amici di Facebook e con cui sono sempre stato in buoni rapporti. Non è ancora venuto nessuno di loro. Forse faranno come usa fare il “sistema Torino”:  ignorare le voci di dissenso; il dissenso non deve esistere; e se esiste bisogna far finta che non esista, mettere un bel nastro isolante attorno. Ma spero non lo facciano, perchè non glielo perdonerei.

Pietro Pagliardini mi ha scritto “Come inizio di guerra è un colpo col….fucile a tappi . Alza il tiro ad altezza d’uomo. Auguri di Buon Anno!

E va bè. E’ solo un inizio, mi devo sgranchire!