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Apollinaire De Chirico II (errata corrige)

Se vuoi ascoltare quello che ascolto mentre scrivo è qui (una composizione di Savinio, il fratello di De Chirico, del 1914)

Allora, questa cosa che Apollinaire non avesse mai citato nelle cronache dei Salon des indépendants De Chirico mi sembrava davvero strana. Enigmatica, aggettivo adatto a proposito di De Chirico. Cerco lumi leggendo le lettere di De Chirico a Apollinaire, leggibili nel sito della Fondazione De Chirico a quest’indirizzo .

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Da cui risulta che l’ Indépendants a cui il pittore partecipò fu quello del 1914. “Spero, caro amico, che voi userete la vostra influenza presso la commissione di allestimento affinché i miei dipinti non siano troppo sacrificati, riuniti insieme per quanto possibile e sistemati in una compagnia non troppo ridicola. Si trovano per il momento nella sala IX, ma non so se saranno appesi in questa sala. Avete intenzione di scrivere qualche parola su l’Intransigeant, a proposito dei quadri che avete visto nel mio atelier?” (Lettera V del 21/02/2014).

Uno dei quadri esposti agli Independants è questo “Nostalgia dell’infinito” 135 x 65 cm.

Ricontrollo le Chroniques d’art di Apollinaire sugli Indépendants 1914, e si, l’indice analitico dell’edizione Gallimard Folio Essais non era completa. De Chirico è menzionato.

G. de Chirico construit dans le calme et la méditation des compositions hamonieuses et mistérieuses. Conception plastique de la politique du temps. Ces études purement désinteressées et dont l’expression estétique est très impressionante méritent d’attirer l’attention“.

Non si era troppo sprecato, né era stato particolarmente chiaro a proposito de la politique du temps.

Il curatore della raccolta riporta in nota i titoli dei tre quadri esposti (oltre a quello qui rappresentato, c’era “gioie ed enigmi di un’ora strana” e “L’enigma di una giornata”), e il testo di un articolo non firmato, apparso in Paris Journal nel maggio 2014, probabilmente scritto da Apollinaire, che non mi pare notevole e che ora non ho voglia di trascrivere.

Niente, tutto questo ad errata corrige del precedente post. Direi che comunque, in buona sostanza, Apollinaire non fu un grande estimatore di De Chirico.

AGGIORNAMENTO: ho poi “pescato” un articolo di Apollinaire su De Chirico, che non era stato incluso nella raccolta di Chroniques d’art, lo mostro e lo commento qui

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Gillo Dorfles (1910-2018)

P_20180302_200652C’è un libro di Gillo Dorfles nella mia biblioteca fondamentale, (quel centinaio di libri che cercherei di salvare da un cataclisma), ed è questo. Fu per me una bussola formidabile (questa edizione è 1985, ma dal ’60 fino credo a pochi anni fa egli aggiornò quest’opera).

Grandissima precisione, chiarezza e concisione nello spiegare quella cosa non banale che è l’arte di innovazione della seconda metà del ‘900. RIP vecchio Gillo.

Apollinaire, De Chirico, nazionalismi

 

Premessa. Uno dei vantaggi di abitare in un condominio ove risiedono benestanti, è che ti possa capitare di trovare, nella zona raccolta carta in cortile, scatoloni pieni di bei libri. Passando in cortile, al volo, ho così sottratto al macero (o alla eventuale rivendita degli addetti a qualche bancarella) un bel po’ di libri interessanti. In particolare ho salvato parecchi libri in lingua francese, fra cui alcuni di Guillame Apollinaire, di cui, a ripensarci, ho sempre sentito parlare ma di cui non ho nulla in casa, mai letto nulla se non, sporadicamente, frammenti. Uno di questi è Chroniques d’art 1902-1918, una raccolta di articoli di Apollinaire in tema di arte. L’edizione è di Gallimard nella collana economica folio, 1960, di circa 550 pagine. Sono articoli scritti soprattutto per il quotidiano parigino L’intransigeant, in cui il poeta e critico commenta le mostre in corso a Parigi, i vari Salon d’automne ecc.  Il libro ha in copertina il celebre ritratto di Apollinaire di Giorgio De Chirico, del 1914, ora custodito al Centre Pompidou.

Ascolta se vuoi mentre leggi quello che sto ascoltando io mentre scrivo

Le raccolte di articoli è un genere letterario particolare. Il saggio d’occasione, già pensato per un pubblico non particolarmente scelto, è in genere piuttosto rivelatore degli orientamenti dell’autore, in misura maggiore rispetto al saggio vero e proprio, o alla pubblicazione organica e unitaria. Questi ultimi sono destinati ad un pubblico selezionato, e ai posteri; e quindi privi di elementi contingenti, depurati da interessi e tic, che invece sono proprio gli elementi maggiormente rivelatori. La raccolta di articoli è il classico genere di libro che non si legge dall’inizio alla fine, ma si pilucca come un panettone, leggendo pezzi di argomenti che interessano e si conoscono meglio. E così ho fatto, cominciando, naturalmente, a leggere quanto Apollinaire scriveva dei Futuristi italiani.

La cosa che mi ha maggiormente colpito è l’approccio molto nazionalista all’arte di Apollinaire, cosa che non immaginavo. I discrimini, i filtri base nelle sue letture, sono quelli relativi alle nazioni. Parla molto di arte francese, celebrandola in massimo grado; e ogni artista di provenienza straniera viene soppesato in relazione all’arte francese, pietra di paragone. Picasso, massimamente celebrato, è tuttavia sostanzialmente interno all’arte parigina. In ogni caso questo aspetto nazionalistico è molto presente, quasi ossessivo. La cosa, a ripensarci, potrebbe essere abbastanza normale per l’epoca: siamo negli anni della grande guerra o poco precedenti, oltre cento anni fa; anni in cui il Nazionalismo, devastante come l’influenza spagnola, imperava. Apollinaire fu gravemente ferito alla testa in guerra, ma di “spagnola” morì, due soli giorni prima che finisse la guerra. Per di più L’Intransigeant, leggo, era un quotidiano politicamente nazionalista.

Scorrevo il libro, con “serendipity” scoprendo articoli su Gaudì, sulla Goncarova e Larionov, Rousseau il doganiere, sull’architettura inglese e tante altre cose. E riguardando la copertina, pensi: e De Chirico? Scorrendo l’indice analitico, De Chirico non figura. Perché?

Decido di controllare Memorie della mia vita di De Chirico, che ho in una bellissima edizione e di cui mi ricordo di aver letto i suoi ricordi di Parigi di quegli anni. Curiosamente, la copertina presenta lo stesso dipinto, il ritratto di Apollinaire

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Nelle Memorie leggiamo che, tramite l’interessamento di Laprade, il giovane De Chirico venne ammesso al Salon d’Automne (credo del 1911) con tre opere, con buon successo. E poi

… sempre dietro consiglio di persone che conoscevano l'”ambiente”, andrai a trovare Guillame Apollinaire. Questi abitava un piccolo appartamento all’ultimo piano di una vecchia casa borghese del Boulevard Saint Germain; il sabato, dalle cinque alle otto, riceveva gli amici. Venivano pittori, poeti, letterati, quelli cosiddetti “giovani” e “intelligenti” e che propugnavano le cosiddette “idee nuove”.  (…) Apollinaire pontificava seduto al suo tavolo di lavoro; individui taciturni e volutamente pensosi sedevano sulle poltrone e sui divani; la maggior parte di essi fumava, secondo la moda di quel tempo e di quegli ambienti, pipe di gesso (…) Sui muri stavano attaccati quadri di Marie Laurencin, di Picasso e di alcuni oscuri cubisti di cui ho dimenticato il nome. Più tardi furono attaccati anche due o tre quadri metafisici miei, tra i quali c’era anche un ritratto di Apollinaire, raffigurato come una sagoma di tiro a segno che, a quanto pare, profetizzò la ferita che Apollinaire ricevé alla testa nella guerra del 1915-18Io andavo quasi sempre (…) però sin d’allora non nutrivo grande stima e simpatia per quell’ambiente e mi ci annoiavo parecchio; probabilmente questi sentimenti mi si leggevano in faccia perché osservai che, tanto Apollinaire quanto gli altri componenti il cenacolo, benché mi dimostrassero un certo interesse e una certa cordialità, nutrivano per me della diffidenza e fiutavano in me un individuo assai diverso da loro

Apollinaire consigliò a De Chirico di esporre agli Indépendants, ove espose l’anno dopo (1912 ?). Negli articoli di A. su quel salone del 1912 troviamo menzioni per tanti artisti oggi sconosciuti, ma non una sul giovane De Chirico, che pure supponiamo esponesse le sue opere di maggior quotazione oggi. (l’autore della prefazione al volume di Apollinaire scrisse di ” … quantité de peintre oubliés sont ressuscités dans ces pages.” Stessa cosa controllando per gli Indépendants del 1913 e 14, qualora ci fosse un problema sulle date. Del resto, se nell’indice analitico non c’è …

Arrivò la guerra. De Chirico parla ancora di Apollinaire nelle sue memorie, con una indicazione molto interessante a proposito del tema del Nazionalismo.

… amici e conoscenti sparivano l’uno dopo l’altro, inghiottiti dalla guerra. Apollinaire si era precipitato ad arruolarsi, ma egli fece questo, non tanto per amore della Francia, come molti ingenuamente credono, quanto perché aveva delle origini molto imbrogliate e oscure; … la madre sua era polacca, ma poi era nato in Italia, a Roma; pare che suo padre fosse italiano; aveva passato la fanciullezza nel principato di Monaco e la giovinezza in Germania. Egli anelava quindi ad appartenere ad un Paese, ad una razza, ad avere un passaporto in regola.”

Questo sentimento De Chirico lo deduce per analogia, essendo lui nato in Grecia. “Spinti dallo stesso impulso che indusse Apollinaire ad arruolarsi nell’esercito francese, io e mio fratello partimmo per Firenze onde presentarci a quel distretto militare ove eravamo iscritti.

Infine. Non si capisce esattamente per quale motivo Apollinaire non avesse menzionato De Chirico nelle sue cronache. Forse, banalmente, non aveva capito la pittura di quel ragazzo probabilmente antipatico e superbo, che tuttavia negli anni dell’immediato dopoguerra divenne “artista di culto” presso i surrealisti, che fecero incetta delle sue opere giovanili “metafisiche”. Ma questa è un’altra storia.

Quel che si capisce è, per l’ennesima volta, quanto sia cosa triste, abietta e letale il Nazionalismo, che pure oggi qualche brutto soggetto vuole resuscitare. Se da vivo, il Nazionalismo fu orrore, figuriamoci come sarebbe da Zombie!

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Ancora sulle biblioteche III (parentesi sulla Biblioteca GAM)

Una breve parentesi sulla questione “Biblioteca GAM” di Torino. Dopo il susseguirsi di notizie dei giorni scorsi, culminati con la dichiarazione del presidente della Biblioteca Nazionale che egli non ha alcuna intenzione di assorbire la biblioteca della GAM per mancanza di spazio, ieri la triste notizia dei 28 “esuberi” fra i lavoratori della Fondazione Torino Musei, di cui 6 alla Biblioteca GAM e 6 alla fototeca GAM. Non conosco il dato degli addetti che rimarrebbero impiegati per la Bibliototeca (e per la fototeca, di cui scopro l’esistenza), ovvero il numero complessivo degli addetti finora.

La cosa spiega la vera ragione per cui si è parlato di accorpamenti: come si intuiva chiaramente, si trattava di tagli, in conseguenza della riduzione di finanziamento del Comune di Torino alla Fondazione Musei di 1,5 milioni di euro l’anno. E come sempre, i primi a farne le spese sono i lavoratori. Licenziamenti (eufemisticamente detti esuberi).

Vorrei fare qui però un ragionamento freddo. Si è detto di 6 addetti che verranno licenziati per la Biblioteca GAM. Questo significa che gli addetti sono di più, dato che non è stato detto che la biblioteca chiude. Se ipotizziamo che 6 ne rimangano, avremmo oggi 12 addetti (il dato non l’ho trovato in rete, lo ipotizzo qui)

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Un’immagine della sala di lettura della GAM

Però, la biblioteca, oggi, può contenere direi al massimo 30 persone alla volta, essendoci tre tavoli da otto più “capotavola”. Chiaramente un rapporto di 1 a 3 fra personale e visitatori sarebbe demenziale. E’ vero che, nel relativamente grande spazio oggi occupato dagli enormi – e oggi inutili – schedari dei 140.000 volumi si potrebbe inserire altri posti, diciamo 15, portando così la capienza massima da 30 a 45 persone. In ogni caso un addetto per quattro visitatori pare comunque tantissimo. Mi chiedo come mai gli orrendi schedari siano ancora lì, facilmente eliminabili con uno schedario elettronico. Eppure il personale per effettuare la digitalizzazione dello schedario evidentemente non mancava.

Questo non per dire che i licenziamenti sono da fare. Ma per dire che le risorse, umane e no, non sono state, non sono, ben utilizzate. E questo è grave, perchè, al di là del fatto che genera posti di lavoro troppo facilmente “tagliabili” è qualcosa che pesa sulla spesa pubblica, e quindi sulle tasse e quindi sulla pressione fiscale, e quindi con la difficoltà dei lavoratori contribuenti anche non pubblici di non fare fallire la propria attività, di avere drenato denaro per colmare la spesa pubblica non efficiente anzichè, ad esempio, fare investimenti ecc.

Non è un tema “di destra”, è un tema generale di corretto utilizzo delle risorse pubbliche. Se, a fronte di una abbondante forza lavoro assunta, si fosse reso efficiente al massimo il servizio (ad esempio, aumentando con l’eliminazione dello schedario i posti di lettura di ben un terzo!), oppure adottando altre soluzioni (non necessariamente dentro la GAM) per far si che una biblioteca di ben 140.000 volumi di grande valore non avesse una sala di lettura tipo buco di culo e assediata da enormi schedari marroni, e scarsamente accessibile all’interno del complesso della GAM, è possibile che i lavoratori non sarebbero stati in esubero, perchè utili per il servizio potenziato.

Essendo il servizio poco sviluppato (e mal progettato, aggiungo) essi diventano un costo inutile. Ad occhio però, direi che gli “esuberi” dovrebbero colpire soprattutto la dirigenza.

 

 

 

 

 

 

 

Ancora sulle biblioteche II

Nel precedente scritto riprendevo la questione “biblioteca oggi”, già accennata a proposito della nuova biblioteca di Tianjin, raccontando del nuovo concorso per la biblioteca di Milano Lorenteggio, di come le sue linee guida siano alla ricerca di un nuovo tipo di biblioteca, sulla base delle più recenti realizzazioni (ho parlato degli Idea Stores di Londra, ma altri esempi esaminati sono, tra altri, la notevole e da poco ultimata biblioteca di Aarhus e le Library Parks di Medellin). Ho poi raccontato che a Torino è ritornata in auge l’ipotesi di chiusura della biblioteca della Galleria d’Arte Moderna, questione che vorrei ora trattare più nel dettaglio, per poi tornare nuovamente al tema generale.

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Giancarlo Mazzanti – Biblioteca Parque EspanaÂ, Medellin, Colombia  (Photographer: Sergio Gomez)

Ed ero arrivato al punto: se la chiusura di una biblioteca esistente viene effettuata secondo un piano di riorganizzazione più efficiente, va bene. Se invece è solo un taglio, no. Nota: si parla della interruzione o riduzione del servizio di questa biblioteca dal 2013, quando ancora era sindaco Fassino, per cui questa decisione, e questa polemica locale, non è una questione “partitica”, almeno per quanto mi riguarda. (per una cronistoria scritta in linguaggio colorito, nel blog di Gabriele Ferraris, si può partire da questo articolo seguendo a ritroso i link in calce ad esso) (nota 1)

L’assessora Leon ha dichiarato che i volumi della GAM (molti, circa 140.000) verranno trasferiti alla Biblioteca Nazionale, e tutto questo nell’ambito di un piano volto alla realizzazione di un “polo unificato delle biblioteche di storia dell’arte” (che comprende in realtà anche biblioteche di altre istituzioni, ad esempio la Accademia Albertina e l’Università).

La secca smentita del direttore della Biblioteca Nazionale dimostra che questa pianificazione in realtà non esiste. Tutte balle.

Ora, non mi interessa qui la questione di cronaca, nè la polemica sulla eventuale incompetenza e/o cialtroneria degli amministratori pentastellati.

Quel che mi interessa ora è rilevare due questioni

  1. Una biblioteca è una collezione che si forma con l’istituzione che la genera. E’ possibile riorganizzarle senza deprivare l’istituzione che le originava, il tessuto culturale, ancora vivo? Questa operazione di unificazione-concentrazione è veramente utile? E se si, “i trapianti” si possono fare tranquillamente o la cosa è a rischio di devitalizzazione?
  2. Per contro: questa molteplicità di istituzioni (in questo caso Ministero, Città di Torino, Università, Accademia, Politecnico se si considera anche la biblioteca di Architettura) non genera un eccesso di particolarismi, di veti incrociati, tali da essere da freno a qualsiasi innovazione e nuova visione riorganizzativa?

Sicuramente in questa faccenda vedo due specie di biblioteche/centri di produzione e riproduzione culturale, che vanno chiarite in ogni caso nei piani riorganizzativi (ammesso che in Italia si possa ancora fare qualcosa, oltre che starnazzare): le biblioteche di punta (concentrazioni di alto livello, collegate alla ricerca), e le biblioteche generali (diffuse nel territorio, centri socioculturali, presidi diffusi, del tipo della biblioteca di Lorenteggio di cui abbiamo parlato).

(nota 1. Con l’autore Gabriele Ferraris, su facebook, ho avuto uno scambio polemico: gli chiedevo i dati sulla biblioteca: il numero dei visitatori, i reali costi complessivi del suo mantenimento ecc.  Lui in pratica mi ha mandato a catafottere. Non aveva del tutto torto, credo, perchè il problema è che forse, questi dati, proprio non esistono! Comunque non sono disponibili al pubblico della rete)

Ancora sulle biblioteche, I

La frase di Michel Serres che qui ho riportato, in cui si dichiara l’inutilità dell’ammassare milioni di libri in una biblioteca dice solo una parte della verità.

L’altra parte è che le biblioteche oggi sono importanti nelle nostre città, non solo, non tanto, per la loro attività base (custodire libri e fornire il servizio della loro lettura), quanto per costituire un concentrato luogo pubblico di studio e di socializzazione. Un argine, un presidio contro la disgregazione culturale e sociale, che l’imperio del cosiddetto “libero mercato” (“libere volpi fra libere galline” come pare dicesse Guevara) genera nelle nostre città.

Questo fa sì che i servizi delle varie municipalità diano giustamente attenzione a questo tipo di servizio e a come esso possa essere potenziato con le dovute innovazioni.

E’ in questa chiave che a Milano il servizio biblioteche intende condurre il concorso di progettazione (non “concorso di idee”, fanno sul serio) per la nuova biblioteca di Lorenteggio, oggi in una struttura sottodimensionata. Nelle “Linee guida alla progettazione”, un documento ben fatto e di sostanza, emerge un modello di biblioteca che è sostanzialmente il modello di un centro culturale e di aggregazione sociale, sulla scorta di esempi internazionali, non solo europei, di nuove biblioteche in situazioni di quartieri disagiati, come disagiato è Lorenteggio-Giambellino. Emerge in particolare l’influenza del caso degli “Idea Store” che, nell’East End di Londra dal 1999 al 2008 hanno sostituito le biblioteche di vecchia concezione inserite in edifici vittoriani, scarsamente visitate ed amichevoli. (Una trattazione approfondita degli Idea Store si può trovare qui). Sette Idea Store hanno sostituito dieci vecchie biblioteche.

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La Biblioteca della GAM come appena realizzata (1959)

Se la si vedesse sotto quest’aspetto, potrebbe non essere uno scandalo l’idea di chiudere, a Torino, la Biblioteca della GAM (Galleria d’Arte Moderna), conglobandola nella Biblioteca Nazionale nel quadro di una riorganizzazione in cui le risorse vengano allocate in maniera più razionale.

Potrebbe andar bene, se solo ci fosse – io non l’ho visto – un piano razionale e condiviso di riorganizzazione, e non solo, come parrebbe, un taglio ai servizi.  Nel quadro, certo ineludibile in sè, di riduzione della spesa pubblica. Ma, se la riduzione di spesa viene vista in quanto tale, come taglio, è ben diverso, e ben peggiore, che un ripensamento dell’uso delle risorse affinchè siano più efficaci.  (qui si apre un’altro discorso, che farò in un altro post)

(appunti pubblici per un successivo intervento, che non so se farò, o come “lettera aperta” alla assessorA Leon, o per uno scritto per architetti sulla PresS/Tletter … tanto il mio blogghino lo leggono 4 gatti :).

 

 

L’importanza dell’edizione

Musica per questo sabato: aria da G.Donizetti (parole di F.Sacco) in seguito canzone popolare napoletana, Te voglio bene assaje, poi capirete perchè

 

L’altro giorno aggirandomi nella mia libreria alla ricerca di un libro da leggere o rileggere, ho visto questo racconto di Theophile Gautier, edizione 100 pagine 1000 lire Newton Compton editore, 1993. Intonso. L’avevo comprato, non l’avevo mai letto. Gautier è un autore che mi interessa ma di cui in realtà, a ripensarci, ho letto pochissimo.

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Ho letto i primi capitoli. Gautier è uno scrittore ricco, molto sensoriale, soprattutto visivo. E’ abbastanza un pittore della parola. Il libro è ambientato a Napoli (questo il motivo della musica di oggi: nel testo c’è anche una descrizione di gente comune di Napoli che canta questa aria meravigliosamente bene).

Ma tutte le volte che guardo la copertina non mi viene voglia di leggerlo. In realtà, forse la copertina è la ragione per cui questo libro non l’ho ancora letto. Mettere un mendicante di Otto Dix ad illustrazione è quanto di più sbagliato si possa immaginare; e mi torna in mente Calasso, selezionatore di immagini di copertina raffinato e intelligente per i suoi Adephi, cosa di cui ho parlato qualche sabato fa al punto 2 e 3 qui. Non c’entra proprio nulla, nemmeno in opposizione. La pittura verbale di Gautier è artisticamente affine alla bella pittura e disegno dei coevi accademici francesi in giro per il Grand Tour, gusto per la classicità – una nota di esotismo cosmopolita – compreso.  Che c’entra Dix? Non per stile, colore disegno, soggetto, mentalità, concetti, contenuti, collocazione geografica o temporale. Difficile immaginare un’immagine meno adatta al contenuto del libro. L’unica cosa che può collegare quell’immagine al testo è qualcosa di estremamente superficiale: gli occhiali scuri del mendicante, che ricordano quelli di Totò nella parte dello jettatore ne La Patente.

Ma, d’altro, canto era un cento pagine mille lire (potere d’acquisto di allora di mille lire, a sensazione circa un euro e mezzo). L’edizione di qualità quasi sempre costa, e anche la copertina è molto importante, come Calasso insegna.

Totò, la patente