internet

La lebbra della disinformazione.

Qui si cerca di analizzare, in modo possibilmente freddo, una vicenda significativa di disinformazione pubblica. Fatto a mio parere piuttosto grave, perchè causato dalle pagine del giornale più diffuso in Italia, il quotidiano “La Repubblica”. (tutti i grassetti, anche delle altre citazioni, sempre in corsivo, sono miei)

Partiamo da questo articolo dunque. E’ leggibile qui .Titolo “Torino, la Appendino taglia il wi-fi: “Abbiamo a cuore la salute”. Poi spiega con un tweet” Incipit : La sindaca Chiara Appendino non aspira soltanto a mettere a dieta i torinesi incoraggiando l’alimentazione “vegetariana e vegana su tutto il territorio cittadino”. Prospetta anche di spegnere gli impianti wi-fi, che considera prepotenzialmente pericolosi per la salute.

La notizia appare inquietante. Tralasciamo per adesso la questione “vegana” che è più sottile, in cui Repubblica e PD locale hanno però fatto pesante terrorismo ideologico, dando ad intendere che verranno a toglierti la libertà di mangiare un fettina, una albese e persino la bagna caoda dato che – pur essendo piatto sostanzialmente vegetariano – ha le acciughe. (magari ne parliamo dopo)

Io sono andato a controllare, sul programma di governo appena varato, scaricabile in formato pdf qui.

Bene, cerchiamo “Wifi” nel documento. Abbiamo due citazioni. pag. 37, paragrafo Turismo :

Agevolazioni fiscali per gli operatori che adottano un’articolata politica di
accoglienza nei confronti del turista come orari di apertura prolungata, wifi
gratuito e menu in lingua.

ah…. uhm …. vediamo l’altro.

pag. 59 ” Azioni di medio termine: experimentation lab
1. Creare una infrastruttura tecnologica all’avanguardia (banda, wifi, servizi in
cloud) per lo sviluppo di progetti di smart city con un modello platform as a
service.
Banda wifi: utilizzare al meglio tutte le infrastrutture di rete già
esistenti in città, per costruire un sistema wifi a banda larga su tutta
la città, attraverso l’installazione di routers e antenne wifi dedicate
all’utilizzo da parte di cittadini e imprese;

Ma la Repubblica, di che c..zo sta parlando, vi chiederete. Riprendo l’articolo, mi tocca leggerlo tutto, mannaggia.

C’è scritto così a pagina 23 del programma di governo che la prossima settimana passerà in consiglio comunale per l’approvazione.

Beh, non c’è sicuramente scritto “wi-fi”, l’avrei beccato, ma andiamo a vedere pagina 23:

paragrafo Ambiente, i fondi europei e la tutela degli animali. Ecco la citazione dello scandalo per Repubblica:

Siamo consci anche che quando si parla di inquinamento ci sia da considerare
anche quello elettromagnetico.
A tale proposito seguiremo tutti i principi di precauzione relativi alle onde generate
da ogni impianto di emissione, ancor di più se queste apparecchiature si trovano
all’interno di edifici scolastici. Chiederemo, in concerto con le altre amministrazioni
pubbliche, di ridurre il tempo e/o la quantità delle emissioni in modo che sia
garantita la connettività per lo stretto necessario. Inoltre monitoreremo e saremo
attenti in modo costante agli sviluppi degli studi in ambito medicoscientifico
in merito, perché abbiamo a cuore la salute, l’ambiente ma anche lo sviluppo dei
sistemi di connessione alla rete. Ove sarà possibile chiederemo di ridurre il
numero di singoli impianti o emittenti, riducendole al numero strettamente
necessario a garantire la copertura e/o la connettività dei dispositivi mobili.

Beh. Mi pare ben diverso dalla notizia di Repubblica. E mi piace, mi pare del tutto ragionevole, specie se combinato con le altre due citazioni. Comunque se ne può discutere, è un tema da non scartare.

C’è un fatto importante, però. Le parole del programma sono un dato di fatto ufficiale di governo, mentre la Repubblica è carta di giornale, inadatta purtroppo all’uso che in questo caso sarebbe idoneo data la pessima qualità dell’informazione in essa contenuta. E tralascio tutte le scorrettezze del resto dell’articolo, da antologia di cosa non bisogna fare per essere giornalisti onesti.

Bene. E che fanno i dirigenti locali del PD, ex assessori, (le persone serie e affidabili, a differenza di quei cialtroni dei grillini)?

Prendiamo Enzo Lavolta, ex assessore all’innovazione ed all’ambiente, il più lesto a rilanciare la spazzatura disinformativa di Repubblica. Dal suo profilo su facebook, inserendo l’immagine dell’articolaccio (leggibile solo il titolo):

IO INVECE PENSO CHE IL WI-FI FACCIA BENE. C’è un legame stretto tra accesso libero alla rete, democrazia e nuove opportunità, soprattutto per le nuove generazioni. E’ necessario valorizzare le reti esistenti e tutte le possibili collaborazioni tra pubblico e privato per realizzare l’area metropolitana più connessa d’Italia, dove chiunque possa, se e quando vuole, connettersi ad Internet liberamente e senza limiti di tempo.   Perché Internet a Torino deve essere un diritto di tutti. La connettività è una condizione essenziale per diffondere l’uso delle tecnologie digitali, fattore abilitante di molte opportunità di crescita professionale e culturale per i cittadini. La connettività è un atto concreto verso i cittadini e indispensabile per vivere il futuro in modo attivo e consapevole.

Il pippozzo generico e grossolano di Lavolta, basato sulle fole dell’articolo di Repubblica e probabilmente non mitigato dalla lettura -per lui doverosa – del programma di governo  è stato prontamente rigirato da Lo Russo, ex assessore all’urbanistica.

Ed ora, moltissima gente in rete ripete il titolo di Repubblica, dicendo che ora tolgono il wi-fi ,  ommimì si torna al medioevo, questi sono pazzi.  L’ha detto la Repubblica, mica Lercio, e lo dicono ex assessori, giovani e dinamiche persone del PD!

Ora, stante il fatto che La Repubblica già non mi aveva fra i suoi lettori, per me era seconda scelta in edicola e ora diventerà fra la 19esima e la 20esima, dopo l’Eco del Chisone, prima solo di Libero e Padania (ma non ne sono sicuro), se devo valutare i politici della mia città, a questo giro il PD ha perso almeno 4 punti a zero. Uno per la superficialità di non leggere il programma degli avversari che ti hanno sconfitto, uno per averlo magari letto ed essere forse tonti, ed altri due per essere in realtà forse disonesti e mentire sapendo di mentire.

E mi rimane un senso di rabbia contro le menzogne, perchè inquinano il libero dibattito pubblico. Chi mi conosce sa che non sono mai stato grillino, anzi in passato sono stato pure ostile a Grillo e il suo movimento. Ma credo nell’importanza della verità. E tanto mi basta. Questa volta sta dalla parte del M5S.

E la menzogna più nera, la lebbra della disinformazione, che fa ammalare l’opinione pubblica, sta dalla parte di La Repubblica e del PD.

Papaveri e Bufale

(il fatto che ha suscitato queste riflessioni è questo )

Ho trovato spaventoso che, all’indomani del voto delle amministrative e del “Brexit”, molti esponenti dell’area di centro sinistra e PD abbiano messo in dubbio la validità del suffragio universale, nel migliore dei casi parlando di “patenti” per votare e cose di questo genere.

Trovo anche inquietante, più che il diffondersi “virale” di “bufale” su internet, il fatto che, più o meno la stessa gente che mette in discussione il suffragio universale, parli del fenomeno delle “bufale” per affermare che in effetti è internet la causa della diffusione di queste menzogne, della disinformazione.

Insomma, questi pensano che, se le cose vanno male, è perchè la gente è ignorante, e occorrerebbe limitarne l’accesso sia al voto che a internet.  Se non pensassero di essere di sinistra, progressisti e antifascisti, direbbero pure “ah, quando c’era Lui…“. Io non farei votare loro, ma guarda un po’.

E’ evidente che non sia così; che il problema non stia nell’uso libero di internet, nella sua mancanza di censura. Infatti, se è vero che in internet è facile diffondere una notizia falsa, nondimeno è anche molto facile controllarne la falsità, e diffondere in modo altrettanto capillare la smentita, prendendo pure in giro chi si è bevuto la palla come acqua fresca.

Purtroppo nei mass media tipo televisione la situazione è decisamente peggiore. Una notizia distorta o non vera detta al telegiornale diviene immediatamente per milioni di persone la verità indiscutibile e soprattutto non controllabile.

Chi ha una visione ingenua della conoscenza tende a non capire che non è tanto importante che una notizia sia VERA, perchè ogni notizia è raccontata (o non raccontata) comunque in un certo modo, e quale che sia non è neutrale. E’ invece importante poterla sentire in vari modi, poterne controllare la veridicità ed anche le sottigliezze retoriche della sua narrazione. Questo non lo garantisce affatto la televisione, lo può semmai consentire proprio internet.

La realtà è che internet dà fastidio a certuni non tanto perché è veicolo di bufale (le bugie in internet hanno le gambe corte), quanto perché toglie agli organi di stampa televisivi il monopolio/oligopolio della menzogna.

L’istruzione è un elemento di grande importanza in questo discorso.

Se la scuola insegna a ripetere la lezione a pappagallo (in linguaggio tecnolatrico contemporaneo “acquisire competenze“)  e non a ragionare ed avere un pensiero critico, anche specificamente rivolto alle fonti in rete, non ci si deve poi stupire del rimbalzare “virale” di bufalone galattiche.

(scritto su questo blog di argomento correlato, Elogio dei fake )

 

Frammenti di un discorso internettiano

Nei social scripta volant, sono proprio parole. Nei blog volano pure, ma un po’ meno. Riporto qui un frammento, non senza mettere prima un po’ di musica come mia usanza di sabato.

Oggi, un pezzo dei Procol Harum, gruppo che conoscevo poco e sto scoprendo adesso per il loro gradevolissimo equilibrio di gusti musicali. Live di 10 anni fa che erano già vecchiotti, di un pezzo dal loro primo album del 1967

 

Donna di Torino che lavora nel campo dell’arte contemporanea (e pertanto ovviamente ingolfato di “radical chic”), Lisa P. ha postato il 15 giugno  questo sfogo :

non so voi ma io non vorrei più sentire pronunciare termini quali
innovazione, sviluppo, periferia, cultura, opportunità, bene comune, partecipazione, spazio pubblico, condivisione e anche ‘dal basso’ … se prima, il mio interlocutore non spende almeno 3 minuti del suo tempo per articolare in modo approfondito che cosa intende per… innovazione, sviluppo, periferia, cultura, opportunità, bene comune, partecipazione, spazio pubblico, condivisione… e anche ‘dal basso’.”

Naturalmente, dieci minuti di applausi e oltre 110 “mi piace” (su 1348 suoi amici, è una buonissima media; normalmente pubblica link a articoli culturali del suo campo, e/o che riguardano la sua associazione, raccogliendo da 3-4 a massimo 50-60 “mi piace”). Fra i suoi amici che conosco, vedo che hanno “mipiacciato” alcuni che mi pare facciano uso smodato di termini quali cultura, bene comune, partecipazione, condivisione dal basso ecc. ecc. ecc.

Io “mipiaccio” ma non sono poi soddisfatto. Smezzo in 4 risposte:

  • Parole “mana”‘ (Levi Strauss, non quello dei jeans:)
  • Secondo me bisogna spostare l’attenzione (e l’astio), più alla costruzione del discorso che al vocabolo. Le parole “mana”, nell’ambito di un dicorso pubblico, tendono ad esserci (secondo la moda). Ma è la costruzione del discorso l’elemento che a volte occorrerebbe smontare.
  • Voglio dire che preferisco un discorso sensato che utilizzi vocaboli amuleto in modo appropriato ad uno insensato o negativo che usi parole precise e molto concrete.
  • Comunque in genere nei discorsi dell’intellettuale contemporaneo si fa ricorso eccessivo a termini astratti (che talvolta, diventano “mana”). Bisognerebbe sforzarsi di utilizzare il più possibile termini non astratti, riferiti cioè a cose vere e proprie.

E comunque, verba volant, e comunque, vanità delle vanità, tutto è vanità.

 

Piccolo goebbels

Mi è sembrata surreale, a pochi istanti dall’inizio degli speciali elettorali riguardo al referendum, l’apparizione immediata di quell’ometto arrogante, con la sua vocetta querula e la sua eloquenza intessuta di luoghi comuni, demagogie, bugie, mezze verità, allusioni per esperti di intrighi di palazzo. Un linguaggio mistificatorio, inconsistente, viscido, comunque poco chiaro a dispetto della sua perentorietà, la sua impermeabilità a qualsiasi dialettica razionale.

Da giorni e giorni si sente dire che questo era un referendum contro Renzi. Io certo non non sono addentro ai meandri della politica, non leggo gli articoli di fondo, i retroscena di questa politica sempre più appannaggio dei soli partiti.

Ma davvero non riuscivo, e non riesco, a capire perchè. Secondo me non era affatto vero. Devo dire che di Renzi me ne fotto, e credo come me gran parte dei cittadini. Io in questi mesi ho sperato – come tutti o quasi, credo – che Renzi davvero potesse migliorare le cose. Lo abbiamo lasciato lavorare (anche se delude in continuazione). Ho studiato di che trattava il referendum, e ho deciso che sarei andato a votare. Basta.

E invece nei giorni scorsi, è cresciuta la marea di voci “virali” nei social network : “il referendum non è nient’altro che contro Renzi.” La scheda elettorale con il quesito contro renzi. Fedeli alla loro indole ovina, ecco gli italiani che pensano d’essere furbi, loro si che hanno capito, a ripetere: “è un referendum contro Renzi!” (sembra di vedere le sgomitate e le strizzate d’occhio).

Ora mi è del tutto chiaro che costui è peggio di Berlusca, di cui si diceva che avrebbe voluto avere le tette per fare l’annunciatrice in tv. Questo deve sempre mettersi in evidenza, sempre in mezzo alle palle, dire che è lui che fa. Se potesse, si prenderebbe il merito del sorgere del sole. Un aspirante ducetto, ridicolo oltretutto. Uno che fa figure di merda internazionali, ad esempio dicendo che il traforo del Gottardo l’ha fatto lui.

Non può tollerare che i cittadini decidano una questione razionalmente, in santa pace. Si, no, non voto. No, deve trasformarlo in un referendum su di sè, contando sul little help from his friends, il 30-35 per cento di qualunquisti cronici che non vanno mai a votare (e che probabilmente, sono effettivamente per lui, essendo gente contro la democrazia ed alla ricerca di un duce).

 

Elementari

Alcuni miei compagni di classi delle elementari hanno deciso di organizzare una cena. Tutto ciò sarebbe stato impossibile senza Facebook.

Mi è tornato dunque in mente una cosetta che scrissi 6 anni fa, in cui parlavo appunto del ritrovare i vecchissimi amici su FB, e con l’occasione mi lasciavo andare ai ricordi, tanto più teneri quanto più ammorbiditi dalla spessa coltre di tempo. Allora i blog facevano anche “social”, FB non era così diffuso, e credo che quel post, come allora si usava, ebbe decine di commenti di amici bloggers. Oggi lo ripropongo, non so bene a quale scopo, ma va bè:

Facciabucco + libbro kuore
giovedì 30 aprile 2009 19.57

Lo scorso sabato mi sono iscritto a Facebook.

Beh, che dire? Parecchie cose in più di quelle che sono state già dette, secondo me.

In linea di tendenza, è chiaro che FB porterà, se non lo ha già fatto, ad un ridimensionamento dei blog.

Cosa tutto sommato auspicabile. In sostanza, il blog come luogo di discussione ed argomentazione generalista, come autopromozione, tenderà a sparire; resterà il blog come luogo di scrittura e discussione specializzato.

Quindi, “ceci touerà celà” solo in certi casi.

Facilmente, FB si pone come strumento “sinergico” rispetto a piani già strutturati (una amicizia vera, attuale o del passato … oppure una promozione strutturata … tutti gli artisti e tutti i politici sono su FB).

La cosa che mi piace del Facciabucco è soprattutto riscoprire vecchie e vecchissime amicizie. (non so, non credo si possano fare “nuove amicizie”, ma solo “nuovi contatti” … si possono forse fare nei blog, per via della attenzione concentrata che impone sul singolo soggetto che scrive)

La cosa che non mi piace di Facebook è il casino, il rischio di diventare un “asino in mezzo ai suoni”. I “gadget”, i test idioti, la comunicazione troppo spiccia, l’abbondanza del superfluo. Ma basta prendere i dovuti provvedimenti, usare il dovuto distacco.

Comunque: quando ho visto su Facciabucco il mio primo compagno di banco, che ha “postato” la foto di classe delle elementari, ero contento. terza elementare

elementariTorino, Scuola Coppino, as 1971-72. Classe 3A.

Una delle ultime classi maschili del mondo occidentale, credo.

Ci sarebbe da dire un po’ su questa foto; varie notazioni sociologiche, o anche solo divertenti aneddoti. Si potrebbe scrivere un gustoso pezzo di molte pagine.

****************

Ecco ad esempio: come notate, la divisa non c’era più, ma – a surrogato di essa – il maestro prescriveva che si dovesse portare maglia, maglioncino o giacca blu. Ma c’è uno con la maglia bianca, per giunta nel giorno della foto.

Si tratta di Mario Bel., detto “Gallicchio”, forse per via della acconciatura con il ricciolo un po’ a banana.

Gallicchio era di famiglia povera, allora ce n’erano non poche anche alla Crocetta. Proveniente dalla Basilicata. Non credo fosse un atto “trasgressivo” da parte sua, forse di maglia blu ne aveva una sola ed era a lavare.

In effetti a volte era un po’ maldestro. Ricordo che un primo aprile (eravamo a scuola di pomeriggio, perchè allora facevamo i turni con altre classi al mattino, tanti erano i bambini in rapporto alle aule), si nascose abilmente in un armadio di una classe vuota. Dopo ore e ore di ricerca, passato l’orario di uscita (che ormai era buio, tutti erano stati mobilitati, il maestro era disperato “oh-mi-mì e ora che faccio mi becco una denuncia!”) spuntò fuori con un sorriso apertissimo e giocondo “Eccomi qui!!! Pesce d’aprile!”. Il maestro (meriterebbe un capitolo a parte, quale responsabile della mia cronica ostilità verso il potere) non rise affatto e lo umiliò selvaggiamente.

Di Gallicchio, mi ricordo in particolare un dettaglio che mi strinse il cuore: mi raccontò che lui e sua madre studiavano insieme, perchè lei era analfabeta e lui le raccontava quello che imparava a scuola, così imparava pure lei a leggere, scrivere e far di conto.

ecc.ecc.

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Non ci giurerei, ma mi pare di ricordare che il maestro stette un po’, prima dello scatto, ad ordinare la disposizione degli alunni. Seduti in prima fila, quelli più bassotti, con a fianco, accosciati, quelli di stazza maggiore; in seconda fila in piedi, quelli di corporatura media; in terza, su panca, quelli più alti.

Il maestro. Doveva avere avuto da giovane qualche frustrazione militare. Infatti, concepiva il suo ruolo come quello di comandante, e vedeva gli allievi come soldati semplici. Questo ordine si rifletteva sulla disposizione della classe: tre file di banchi. Ogni fila era una “squadra”; si andava ai cessi per squadra, diretti dal “caposquadra”; c’era poi un caposquadra che faceva anche il capoclasse. I caposquadra dovevano farsi cucire dalla mamma, sulla maglia blu, gradi rossi. Il capoclasse aveva il “doppio grado”.

L’elezione era democratica, a votazione diretta. Se non che, il maestro, ogni qualvolta veniva eletto un caposquadra a suo insindacabile giudizio non idoneo per un connaturato istinto alla indisciplina, lo degradava a soldato semplice. Naturalmente, la volta che venni eletto fui il giorno stesso “degradato”. Almeno mia madre non dovette cucirmi i gradi.

A ginnastica, quel povero deficiente ci faceva fare la marcia (“così, quando farete il militare, saprete già come fare”). Doveva essere veramente una scena triste. Per più di mezzora, 30 bambini che marciavano ai bordi della palestra, con quel frustrato a fianco che urlacchiava, con aria marziale e fischietto “unò-duì-unò-duì … passooo” e vai col baradan del passo, tanto più forte quanto più era lo sfogo per quel noiosissimo e stupido esercizio. E poi “fianco-dees-dest! Rì-poso-ò!” L’idiota infine, verso l’ultimo quarto d’ora, ci lasciava la palestra a disposizione per dimenarci come bestie, a correre in modo scoordinato e ad arrampicarci come scimmie urlatrici su pertiche e spalliere. Educazione fisica.

Questo signore ha avuto certamente un pregio, quello di immunizzarmi per sempre dal fascismo e dal militarismo. Di darmi con la sua stessa persona un significato certo del termine “italietta meschina”.

Ciò non mi è però sufficiente per essergli grato.

*****

Il maestro non era cattivo. No, niente affatto. Aveva anche una buona sintonia con noi, una certa intesa. Non era cattivo. Era codardo. La codardia non è propriamente la paura. La codardia è una paura meschina. La paura di perdere quel poco di privilegi che si hanno, quel poco di beni che si hanno, o anche solo di ridurli un poco, e per questa paura meschina, rinunciare alle cose più importanti della vita: rinunciare a pensare secondo spirito e verità; a coltivare la giustizia, l’onestà; ad amare la bellezza. Il codardo puzza, perché sa in cuor suo di mentire, di essere ingiusto e brutto. Non ha nemmeno la nobiltà della cattiveria coraggiosa e franca. Non si alzerà mai dalla mediocrità.
La codardia è un male sociale. Senza la codardia nessun dittatore potrebbe esistere.

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E a pensarci bene, lo status sociale era una matrice – forgiata dagli adulti (il maestro, i genitori) che si faceva sentire pesantemente. I bambini sono puri, ma in quegli anni imparano presto a percepirla. Nella Torino di quegli anni si sentiva ancora molto la provenienza regionale. I meridionali erano gli stranieri di allora. Siccome spesso i meridionali erano anche di estrazione sociale più bassa, la caratterizzazione complessiva era abbastanza forte. In questo, ero un meticcio. Ero meridionale, ma la mia estrazione sociale era alta. In un certo senso ero dunque non omogeneo a qualsiasi matrice di grana grossa. E il piano sociale era prevalente rispetto al regionale: di fatto, ero più omogeneo alla borghesia torinese, sebbene comunque diverso, piuttosto che al proletariato meridionale o alla piccola borghesia piemontese, che invece forse si intendevano meglio fra loro.

Non c’erano, questo va detto, forme simili ad apartheid. Si trattava piuttosto di riconoscimenti e filtri riguardo ad omogeneità di base … forme linguistiche, accenti, prossemica, volume della voce, vestiario, arredamento, odori provenienti dalle cucine, comportamenti minuti. La matrice di riconoscimento, attraverso cui gli adulti attuavano in qualche modo un filtro – a suo modo educativo – fra i figli e i loro compagni. Questa cosa a ripensarci era fortissima in certi componenti della buona borghesia torinese: Mario.Mo., Federico.Gra, Marco.Bor., ecc., gente nata molto Fiat e dintorni.

*****

Marco Bor., proprio lì accanto a Gallicchio (ovviamente, quello biondino sulla destra). Mi pare non avesse nomignoli. I nomignoli provengono da ambienti ruspanti, ad esempio, l’oratorio dei salesiani, dove ai tempi delle elementari, giocavano solo i più poveri. Una “erre” leggermente pizzicata, se non ricordo male.

La sua casa era assai vicina all’oratorio, ma in realtà distante anni luce. Me la ricordo. Casa fatta certamente da Rosazza, condominio de luxe, 6-7 piani con ampio atrio a colonne semplici rivestite di piastrelline quadrate color ambra (pilotis interni decorati) e rivestito con marmo, con finestrotto della portineria. Alloggio funzionale, luminoso, arredato con gusto, ingegnere quadro dirigente. Mamma con stile, caruccia, moderna, “laica”. Camera dei figli con elegante separè scorrevole (tradiva comunque un benessere limitato) colorato in accordo alla morbida moquette. Primi giochi elettronici, grande novità (il tennis, da applicare al televisore). Mossa segreta, da rivelare solo agli amici molto intimi (a me fu solo raccontato) : sbirciare la collezione paterna di “Playboy”, nascosta da qualche parte, forse dietro il mobiletto dei drink o intorno all’impianto stereo, con dischi che ora immagino di jazz mainstream o di Mina.

Federico Gra. (accanto a me nella foto … biondino piccolino con gli occhiali, coi gradi di caposquadra … io sono il terzo seduto da sinistra, coi ricciolini castani e i pantaloni lunghi) abitava proprio sotto l’attico e superattico di Umberto Agnelli, di fronte ai giardinetti del Mauriziano. Anche quella casa aveva un atrio molto simile a quella di Marco, un po’ più deluxe. Federico, che aveva accesso a casa U. Agnelli, ci regalava generosamente tanto bel materiale juventino proveniente da lì: foto giganti della squadra o dei giocatori (a volte con firma non stampata), in una sorta di fall-out d’abbondanza che proveniva dalla casa di sopra. Lui e la madre squisiti, cordialissimi, gentilissimi, perfetti. I padri, non si vedevano mai, ora che ci penso; probabilmente orari di lavoro allucinanti, con ritorno a casa a togliersi di dosso la tuta da manager senza nessuno intorno, tantomeno bambini molesti.
Si giocava a pallone e si andava in bici nei giardinetti di fronte. Giovannino Agnelli, quello che morì giovane, non si vedeva mai, anche se abitava lì a due passi. Pare che potesse scendere ai giardinetti solo attorniato dai gorilla per paura dei rapimenti, che allora erano abbastanza diffusi. A quel tempo, non potevo saperlo: questi moderni soldati, manager disciplinatissimi nella ricerca della promozione sociale ai massimi gradi, non hanno mai riflettuto che ascendere in quella scala comportava un figlio chiuso in un dorato attico, meno libero di un cane di gironzolare ai giardinetti? A che cosa miravano, veramente? Che cosa ottundeva la loro coscienza?

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C’è solo uno che mi sento di nominare per esteso, essendo egli un personaggio pubblico, oggi. Il secondo da destra, fila intermedia sotto al maestro. Massimiliano Casacci, oggi Max dei Subsonica.
Mi serve sempre con i figli. “Non sono così vecchio! Max dei Subsonica E’ VECCHIO COME ME!!! Era in classe con me. Giuro …” Risposta: “Sarà. Però non sembra …”. Mannaggia, ho dovuto farmi fare la firma con dedica per mia figlia, se no non ci credeva.
Era un tipo riservato, molto curato e preciso, parlava poco. Da lui sentii per la prima volta la parola “ecologia”, per giunta con definizione a ripensarci notevolmente accurata (era già avanti, a la page). Il maestro, fortunatamente, era già cambiato. La nuova maestra lo lodò. Una parola simile invece, dal vecchio maestro sarebbe stata messa alla berlina con una allocuzione tipo “cos’è, si mangia?” oppure “pensa a far bene le moltiplicazioni”. Spiritoso. Del resto, questo era il destino di qualsiasi termine che potesse portarlo fuori dal suo piccolo mondo antico. Che so, parole tipo “Lucio Battisti” o “Deinotherium” (elefante preistorico che c’era nella figura del sussidiario, che quando lui disse “ecco un Mammuth” io me ne uscì purtroppo con “no, è un Deinotherium, ha le zanne sotto” e il maestro : “no, è un Mammuth! c’era solo il Mammuth, te lo stai inventando … scrivi 10 volte non devo fare il furbo”). Il mio quaderno era pieno di scritte di punizione. Conformemente alla sua limitatissima fantasia, erano in genere di 3 o 4 tipi. In particolare, “non devo borbottare” e “non devo fare il furbo” l’avrò scritto centinaia di volte.
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Tante altre storie avrei da raccontare – ed anche il lieto fine, con il nuovo bravo maestro, vero maestro, che in quinta ebbe ad arrivare.

Ma domani è il primo maggio. Ed oggi sono stanco, voglio riposare.

… pure in rima, olè

Uno in classifica e buon anno

Su PresS/Tletter a cui consegno i miei “post” su temi architettonici un mio scritto semiserio è risultato il più apprezzato di quel sito nel 2014, avendo totalizzato ben 958 “mi piace”.  (vedi qui )

Sono contento d’essere arrivato uno, come disse Gustav Thoeni.

Credo che sia però merito soprattutto dei Barbapapà, protagonisti dell’articoletto (peraltro già in precedenza edito, in edizione meno succinta, su Bizblog nella scomparsa piattaforma di Splinder); infatti gli altri articoli presentano generalmente dai 5 ai 30 “like” . Se vuoi leggere o rileggere l’articolo in questione, e magari “mipiacciarlo” affinchè spacchi i mille, eccolo qui .

Purtroppo per ogni “like” non entra in tasca nemmeno 10 cent. Però magari è di buon augurio per un buon 2015.

Augurio che faccio a chiunque passi di qui.

Lineamenti di una classificazione dei picchiatori mediatici

Prima di continuare, forse, “l’appassionante” excursus sul Pasolinismo, devo qui depositare il pensierino del sabato mattino. E siccome è sabato è un saturday soul surge che comprende l’ascolto. Oggi un vecchio pezzo che si intitola WAR che i miei amici musicanti vogliono suonare con me come cantante (si, canto quella roba, anche).

Il primo movimento di pensiero è questo. Il “caso Fedez”, il giovane rapper divenuto conosciuto al grande pubblico per la sua partecipazione a XFactor, che ha realizzato una sorta di inno del movimento 5 stelle, ma anche l’autentico linciaggio mediatico prima, durante e dopo le manifestazioni contro la legge Scalfarotto subito dalle cosiddette “sentinelle in piedi” rendono del tutto chiaro che una certa area PD è fortemente contraria al dissenso politico, in modo scorretto, da autentici picchiatori mediatici.

Il secondo movimento è che, quando si pensa ai picchiatori mediatici, si pensa – almeno, io penso – al “metodo Boffo”, a quelli del Giornale, di Libero ecc. E indubbiamente sono un riferimento per l’intimidazione via media. In realtà occorrebbe costruire una sorta di mappa, classificazione dei “picchiatori mediatici”.

I picchiatori tipo “metodo Boffo” sono un genere preciso. Si fruga nei panni sporchi dellla persona che si vuole distruggere, li si presenta in un certo modo, e si martella l’opinione pubblica. Roba anche falsa, tanto “qualcosa resterà”. Ma è tutto un gioco elitario, più simile alla violenza mafiosa che a quella di massa. Infatti a volte viene accennato a mo’ di avvertimento, un po’ come bruciare il negozio o danneggiare l’auto. Credo che sia un metodo derivato anche dai servizi di propaganda segreti di Stati.

I picchiatori democrat (per ora li chiamo così) hanno tutt’altro stile, e derivano non dalla violenza elitaria di estrazione mafiosa o servizi segreti, ma dalla violenza popolare di massa (manifestazioni, stadi di calcio; e lo squadrismo politico). Prevede la partecipazione attiva dei militanti. Oggi il militante non ha più la tessera, e va poco nelle piazze e nelle assemblee. Oggi il militante è sostanzialmente un “tifoso ideologico” che ha tempo da perdere nei social network, a postare commenti trolleschi ecc.  Credo che siano però falsamente “dal basso”, io li vedo pilotati, come automi.

Ad esempio, stranamente ho visto postare nei social network , pochi giorni prima della manifestazione delle sentinelle questo articolo , tutti con lo stesso commento CHE SCHIFO, PREGARE CONTRO. Non ha importanza che ciò sia palesemente falso (le sentinelle non pregano, leggono libri; e poi, non “contro i gay”, ma contro il progetto di legge Scalfarotto che a loro dire potrebbe limitare gravemente la libertà d’espressione (con tutti i giudici strani in circolazione, francamente la ritengo una ipotesi plausibile, quantomeno da tenere in considerazione).  Per la condotta durante e dopo quella manifestazione, l’unico intervento che mi pare equilibrato che ho letto è quello di Tosatti per la Stampa. Ma ancora di più il commento su Facebook di Carlo Susa che l’ha rilanciato, leggi qui . (e anche il giorno dopo sulla allucinante amaca di Michele Serra a riguardo, lo vedete nel suo profilo). Comunque alla tele ieri Crozza ha ribadito che la manifestazione delle sentinelle era contro i diritti dei gay. E se lo dice pure la televisione e Crozza allora non c’è dubbio, è vero.

Queste intimidazioni sono pesanti perchè agiscono sulle appartenenze sociali, sono in un certo senso razziste. Prendete me. Non ho nulla a che spartire politicamente e come gruppo sociale con i politici e i gruppo che hanno proposto “le sentinelle”. Ma oggi sono con loro: e non solo perchè ritengo che il diritto di manifestare sia fondamentale e inalienabile, in ogni caso. Ma perchè, grattata la scorza delle falsità con cui i media hanno rivestito la cosa, trovo che la loro battaglia contro la legge Scalfarotto si degna quantomeno di essere presa in considerazione civilmente e dialetticamente. Si discuta di questo. Eppure queste intimidazioni pesanti alla loro libertà di manifestare sono fatte anche per indurmi, nel mio gruppo sociale, a odiarli, a discriminarli. A non vederli come esseri umani, ma come nemici da eliminare, denigrare, odiare. Potrei avere conseguenze serie in termini di emarginazione, nella vita di tutti i giorni, a schierarmi pubblicamente con le sentinelle. E questo forse è ancora peggio che il “metodo Boffo”; ha conseguenze più devastanti per le persone, per la società.