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Scuola Holden Storytelling, la Vegetariana e Calasso

 

Un “saturday soul surge” letterario e un po’ orientalista. Scritto ascoltando questa ambient music. Se vuoi quindi leggi ascoltando.

1- Storytelling e Scuola Holden, Baricco . Un amico di Facebook ha proposto la lettura di un articolo sulla didattica della Scuola Holden presieduta da Alessandro Baricco, a questo link. Articolo che mi pare interessante anche perchè scritto dopo aver fatto inchiesta, toccando davvero con mano e annusando.

Direi che la questione storytelling (che poi in fin dei conti è pur sempre la vecchia retorica insegnata dai sofisti, naturalmente riportata all’oggi, alla nostra società enormemente più complessa che quella della Polis ateniese), si lega abbastanza alla critica che facevo ad un certo modo di raccontare “per mitologie” di Baricco (vedi qui).

Baricco dello storytelling fa tutta una sua teoria affascinante, per cui non sarebbe proprio riducibile a retorica, ma a mio avviso lui in fin dei conti fa uno storytelling dello storytelling. (ascolta sua conferenza sul tema qui)

50cc046aa1b961c1440ed82a0ae1fc77_w600_h_mw_mh_cs_cx_cy2 – La Vegetariana e le copertine Adelphi. Sto leggendo, per puro caso, La Vegetariana di Han Kang, una scrittrice Sud Coreana pubblicata da Adelphi (vedi qui ). Mi sta prendendo, mi piace, sono a metà e sono curioso di vedere come finirà. Ad un certo punto cominci a capire perchè in copertina c’è quell’immagine del fiore con una strana macchia, opera del fotografo Nuboyoshi Araki (qui un articolo che mi pare migliore della voce Wiki; io non lo conoscevo, lo ammetto).

Come Roberto Calasso spiega autobiograficamente ne “L’impronta dell’editore”, la scelta dell’immagine di copertina nei libri Adelphi è molto importante, genera una sorta di contrappunto e dialettica fra il testo e l’immagine.

3 – Le copertine, Galasso e Kevin Kelly. Avevo accennato a Kevin Kelly di recente, come autore di riferimento di Franco Bolelli e da lui consigliato a Lorenzo Jovanotti nel loro carteggio “viva Tutto”, qui.  Sempre nel primo e più importante scritto della succitata raccolta L’impronta dell’editore, intitolato “I libri unici”, Calasso parla, in modo a mio avviso giustamente ostile, di un lungo articolo di Kelly dal titolo “Cosa succederà ai libri”. Non ho voglia e forse la capacità di riassumere in poche righe la questione, se non dicendo che la previsione (ma in realtà il desiderio futurologico) di Kelly di pervenire ad una sorta di “Libro Unico” in rete, viene individuato da Calasso come diametralmente opposto al suo lavoro di editore, che aspira a pubblicare “Libri Unici”. E’ proprio la copertina ciò che individua i singoli libri, e che in realtà viene a cadere nel mostruoso libro unico di Kelly. (e capisco perchè leggendo “Viva Tutto” non ero affatto convinto di quanto diceva Bolelli).

K.Kelly è esperto orientalista, e cofondatore di Wired, di cui è stato direttore. Se pensiamo che molti scritti della raccolta di Baricco Il nuovo Barnum di cui si diceva furono scritti per Wired (edizione italiana), il cerchio di questo post, un cerchio forse po’ magico, si chiude.

Ok, per oggi basta. Detto fra noi, questa ambient orientale è una palla pazzesca!

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L’alluvione delle conoscenze

(pensato per PresS/TLetter ma anticipato qui)

Credo che non si rifletta abbastanza sul fatto che la formazione universitaria degli architetti, almeno fino a qualche anno fa, si basasse su Storie della Architettura in cui le immagini erano poche e generalmente d’epoca in bianco e nero. La fotografia dell’edificio esemplare, isolato e a se stante, diveniva una sorta di “icona”, e ciò contribuiva a rendere un’aura mitica degli edifici stessi. Questo effetto era forse rafforzato dagli intendimenti degli autori stessi (Pevsner, Giedion, e poi Hitchcock, Zevi, ecc) nel costruire una “mitologia della architettura moderna”.

Chi può negare che, specie in edifici un po’ fuorimano, alcune fotografie, con determinate prospettive, siano divenute quasi “l’edificio stesso”, in una sorta di sineddoche della conoscenza?

Tutto questo era facile, dava certezze. Spesso in giro si parla dell’opera di questo e di quello, avendo in realtà spesso una concezione estremamente superficiale, ed in mente soprattutto le immagini “iconiche”. E questo forse capitava in parte pure ai grandi storici. Te ne accorgi quando essi scrivono di sfuggita di oggetti che conosci e hai studiato bene.

L’altro giorno, forse perché avevo preso in mano “La Città vivente” di F.L.Wright, nella nuova edizione Einaudi, che non riesco mai a leggere veramente a parte le figure, vedendo la solita vecchia foto della Price Tower ho pensato: ma come sarà adesso? E Bartlesville in Oklahoma, che città è? Come è situata la torre in quella città? Ecc.

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Ovviamente è facile oggi avere una risposta a quesiti del genere con semplici azioni sul web, e so che molti amici lo fanno: si va con Google Earth, o eventuali altri sistemi analoghi, eventualmente divagando anche sul paesaggio rarefatto dei sobborghi, dei collegamenti fra le cittadine, a volte rimembrando titoli di canzoni a cui non avevi mai dato immagini precise (Last trip to Tulsa ad es.), che potrebbero funzionare come colonna sonora. Ma, ancora meglio sintonizzarsi in streaming su qualche stazione radio locale utilizzando Radio.garden) Per informazioni e dati, su Wikipedia, in genere sono affidabili. Per belle foto, si va su Instagram o simili.

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Certo, si sa. Ma tutto questo, che è ovvio, e presto anche superato, dà qualche sgomento.

Questa enorme discrepanza fra l’aumento delle possibilità di conoscenza e lo scarso tempo a disposizione in una vita. Questo mutare, fra un sistema di conoscenza precedente fondato su racconti forti, paragonabili al solco di grandi fiumi e poco discutibili, ad una pluralità pressocché illimitata e imprevedibile di percorsi e tagli in qualsiasi direzione, che tuttavia è sempre più difficile fare confluire nel vecchio percorso. Quasi noi si fosse parte di una alluvione della conoscenza individuale su scala collettiva.

Noto infine di sfuggita che la angolazione della foto classica della Price tower è sempre la più bella. Era una gran bella fotografia.

Le Goff, la televisione e gli storici

Il sito Rai mette in ricordo di Jacques Le Goff recentemente scomparso un’intervista (fine anni ’90) in cui il grande storico francese tratta del ruolo che gli storici possono avere per aiutare le persone ad avere un uso critico di mezzi di comunicazione come la televisione (discorso attinente a quello del “post” precedente)

http://www.raiscuola.rai.it/embed/in-ricordo-di-jacques-le-goff/4892/default.aspx

 

Il vero e il falso iconico nella fotografia

no-tav-foto-bacioNei giorni scorsi ha fatto un certo clamore (ma forse dobbiamo dire glamore, neologismo influenzato non da Aldo Biscardi ma da glamour)  la foto della manifestante No Tav che bacia il poliziotto sulla visiera del casco.

La cosa mi stimola ad estendere un po’ le considerazioni fatte tempo fa qui, che pure furono originate da una foto scattata durante una manifestazione No Tav.

L’estensione è questa: esiste un falso iconico, che è un iconico ricercato, ma superficiale, appunto glamour. Ha lo stesso spirito delle azioni delle Femen, del fervorino delle “primavere arabe” generate dai “tweet” come ce li restituiscono i nostri giornali. Un odore da ufficio propaganda Cia o da agenzia pubblicitaria rampante,  che è inconfondibile. La patacca mediatica. Quello di cui parlerà nei suoi articoli impegnati Vanity Fair al prossimo numero.

Questo spirito è anche analogo a quello che anima alcune amministrazioni locali nella promozione delle proprie iniziative urbanistiche o di rigenerazione urbana, ecc.

Non so bene come mai, ma non è molto difficile distiguerlo. Certo, è sempre più invadente, questo spirito. Tanto che ci influenza (influenza dà davvero l’idea del virus … e non a caso costoro parlano anche di “comunicazione virale” come fatto positivo).  Probabilmente chi ha scattato quella foto non aveva secondi fini in sè (non era della CIA a pompare su una improbabile primavera italiana). Semplicemente era all’interno della logica che anima questo spirito fasullo.

Distingui il falso dal fatto che l’immagine iconica è in disaccordo con il vero ordine delle cose, il vero senso. Quel bacio non ha un vero senso. Non è d’amore, e neppure di tradimento. Falsa sia l’amore che la lotta, e i due falsi non si elidono in verità. E’ equivoco. Come tutto ciò che aspira ad essere iconico e non è davvero reale. (forse questa frase può essere riformulata senza la congiunzione e il come iniziale: tutto ciò che aspira ad essere iconico non è davvero reale, e quindi nemmeno potrà essere davvero iconico, perchè l’iconicità è conseguenza di un collegamento reale fra realtà senza collegamenti visibili)

E ancora: quella immagine, per quanto equivoca, è priva di apertura, di ambiguità, di possibili sensi ulteriori. Si chiude in sè.

E poi, digiamolo, non è nemmeno scattata troppo bene.

Perciò, lo scommetto, non sarà mai davvero iconica.

(un blog wordpres sulle foto iconiche, qui)

Errori (la furbizia del fotografo)

Andy Warhol: Penso che l’architettura e la fotografia siano le forme d’arte più notevoli dei nostri tempi. Quando parlo con i giovani, vogliono tutti fare gli architetti o i fotografi. O i modelli. Perchè non sei diventato architetto, Reinhart? O modello?

Reinhart Wolf: Perché sto meglio dall’altra parte della macchina fotografica, Andy. Mi dà una sensazione di controllo. E riguardo all’architettura ti dirò che non mi piacerebbe sopportare i miei errori vita natural durante. Se una foto non mi piace, la straccio; con una casa, che cosa potrei fare?

(tratto da una intervista di Andy Warhol a Reinhart Wolf, 30 aprile 1980; in New York)

Fotografia di Reinhart Wolf. Fuller Building (1928-29), 42 piani, 150 metri. Nello sfondo torre uffici della General Motors. Questa riproduzione è soprattutto insoddisfacente per i colori. Nel libro una luce mattutina fa splendere le dorature a coronamento dell’edificio, con un contrasto perfetto con l’azzurro freddo delle striscie di marmo della torre GM

Gli ignoranti vadano col Caval di Francisco

Lo scooter rotto, la posizione del nuovo studio e le mie attuali condizioni fisiche hanno rilanciato fortemente i piedi e le gambe come mezzo di locomozione urbana da parte mia. Il Caval di San Francesco. Evviva.Il Caval di San Francesco fa si che tu ti possa fermare anche sulle belle bancarelle di libri messe nei portici di via Cernaia, se ti capita. E di essere attratto dai libri Abscondita; e in particolare, da questo libro che ti porti a casa per la modica cifra di sei euri.

Il primo scritto si intitola “Introduzione a una piccola metafisica della fotografia.” e mette dentro pure Baudelaire. E allora scuso i miei pochissimi, ma potenzialmente infiniti lettori di non esserne stato a conoscenza quando scrivevo questa serie di appunti intitolati “Note per una metafisica della fotografia“.  Non so se è meglio essere ignoranti o imbroglioni. So solo che per un ignorante, è meglio andare a piedi piuttosto che in Vespa o in auto.

E ancora sulla fotografia e i luoghi

Via Pietro Giuria, Torino.

Ecco di nuovo il “minareto” dell’istituto di anatomia, qui curiosamente interloquente con la Mole antonelliana, che si vede sullo sfondo. (chi sarà il muezzin che va sul balconcino, il preside che chiama in raccolta gli studenti?).

La fotografia non è sufficiente. L’occhio è sempre insuperabile. Che focalizza velocemente tanti particolari, mantenendo viva una “sottovista” di contesto; per tacer degli altri sensi che pure agiscono: odorato, soprattutto, ma anche udito e tatto. Quando, in giornate belle come ieri, passo da qui, vi assicuro che la Mole la vedo molto più grande di quel che non appare in questa foto. In inverno è ancora meglio (il massimo di Torino è nelle giornate invernali di sole, fredde e con poco smog a causa del vento del giorno prima; un po’ di odore di neve).

p.s. è forse per lo stesso motivo, di prevalenza del particolare, che Escher provò a disegnare questo (peraltro non soddisfacente, se il motivo era di rendere la vista discriminata umana)