cinema

Il negozio di Pasquale Misuraca

Non sono un critico cinematografico, pertanto non so se esiste già una definizione del “genere” a cui l’ultima opera cinematografica di Pasquale Misuraca – il Negozio – appartiene. Io lo definisco, da profano, come genere “camera”, intendendo per genere non il genere contenutistico, ma, all’antica, come struttura narrativa (commedia, tragedia, fiaba ecc.). Il genere “camera” è quel genere in cui la telecamera viene esplicitamente, sia pure come finzione, posta a protagonista impersonale. Credo che ad esempio appartenga a questo genere, simile anche per ambiente (lì una tabaccheria, qui un negozio di occhiali), la bilogia Smoke – Blue in the face; ma anche, ad estremità diverse, Nodo alla gola (Rope) di Hitchock e gli sketch seriali di Camera Caffè. Il genere “camera” rafforza l’unità di luogo in modo esplicito, caratterizzante, frammentando e rendendo secondarie le altre unità aristoteliche, rendendo così la narrazione un qualcosa di aperto, indefinitamente non concluso.

Il film gioca su questo effetto di finzione realistica, a partire dalla introduzione dell’autore, che intende volutamente depistare lo spettatore, dandogli da intendere che di episodi ritratti oggettivamente si tratti. In effetti, tutti gli episodi che le telecamere fisse ci propongono sarebbero anche possibili. Ma certo emerge in essi qualcosa che esplicita la loro natura di finzione poetica. In particolare a poco a poco ciascun episodio tende a comporre un mosaico anche su un piano allegorico. Episodi spesso umoristici o onirici, e talvolta anche amari, come quello dell’anziano che rifiuta i nuovi occhiali, perché con essi vede troppo. Nel negozio, tramite le telecamere, ci sentiamo partecipi delle attitudini dei personaggi, così simili a come immaginiamo gli uomini della Magna Grecia trasportati ai giorni nostri, con la loro marcata propensione alla discussione filosofica, all’arte e alla vitalità della danza e dell’amore.

Di rilievo sul piano della recitazione la performance di Gabriele Parrillo, nell’ultimo episodio del film.

http://www.fulminiesaette.it/modules/news/article.php?storyid=4138

buona visione

The Responsive Eye

neutron-by-guido-crepax2Nel precedente post i personaggi della vignetta di Crepax, del 1965 e pubblicata nel primo numero in assoluto di Linus, parlano della mostra newyorkese della novità d’allora, la OP art, dal titolo The Responsive Eye.

Di questa mostra esiste un documentario realizzato con la regia di Brian De Palma, che poi divenne, come è noto, un importante regista (tra i suoi film ricordo “Il fantasma del palcoscenico”, “Carrie” “Vestito per Uccidere” “Gli intoccabili”)

Ecccolo (tra l’altro, con ampi commenti di Rudolf Arnheim e una breve apparizione di David Hockney. Il vecchio Albers, già insegnante al Bauhaus, contento di essere capito a 50 anni di distanza.

Le case del Piccolo Principe (film)

Il film d’animazione Il Piccolo Principe, attualmente secondo fra i film più visti nei cinema italiani, costituisce un nuovo capitolo di come gli autori dei film percepiscono l’architettura contemporanea.

Il resto del articoletto, qui

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fotogramma da Il Piccolo Principe attualmente nei cinema.

 

Da Epcot a Tomorrowland, parte II

prosegue da qui, dove ho messo le premesse informative. Da Epcot a Tomorrowland, sono passati quasi 50 anni, in cui la Disney è andata avanti senza il suo fondatore. Sono convinto che ciò sia stato possibile grazie al genio organizzativo di Walt (che molti studi d’architettura nei periodi di vacche grasse avrebbero dovuto studiare e imitare per molti aspetti), ma questa è un’altra faccenda, non divaghiamo. Qui dirò due note veloci, tralasciando molti discorsi che potrebbe essere interessante approfondire sia su Epcot che su Tomorrowland. Sul piano del disegno, non cambia, anzi forse si accentua, una certa figura “totemica”, “piramidale”, radiocentrica della cittadella, che in qualche modo ritorna pure nel logo Disney col castello, non a caso riadattato a forma di Tomorrowland in questo caso. Ecco un’immagine dal poster del film. Questa centralità, con il vertice al centro era fortemente presente pure nei masterplan di Epcot. Una caratteristica che rendeva di fatto Epcot non del tutto collegabile con il pensiero architettonico “megastrutturale” degli stessi anni, basandosi quest’ultimo sulla ripetibilità, serialità e apertura delle strutture proposte. tomorrowland-trailer-poster-2015-movie-george-clooney L’architettura naturalmente è cambiata, aggiornandosi sulle tendenze che direi di definire di parametricismo organico, che è tipico dell’attuale stile internazionale (Asia, paesi arabi, ecc.), arrivando persino in prossimità alle forme inquietanti di un Hernan Diaz Alonso, pur mantenendo il baricentro entro l’ottimismo “mainstream”. Tomorrowland_(film)_05 Alcune scene sono state girate usando come set la Ciudad de las Artes y las Ciencias di Valencia, forse la grande opera meglio riuscita di Santiago Calatrava, che pure temporalmente (ormai ha quasi 20 anni) si pone quasi a metà fra Epcot e Tomorrowland, una scelta che ci pare appropriata. E’ anche da notare una parentesi “steampunk” nell’episodio della navicella entro la Tour Eiffel. Questo sul piano delle forme.

Sul piano del “messaggio”, farei il seguente pensierino. Tomorrowland tenta, esplicitamente, di rinnovare i fasti della futurologia ottimistica tipica degli anni 60. SOvviamentotto questo profilo, segna un passaggio importante. Nel decennio scorso le favole filmate futuribili erano percorse da una certa sfiducia nella tecnica, sia su un piano sociale (es. Robots, 2005) sia sul piano ecologico (Wall-e 2008). Il lieto fine ovviamente c’era sempre, ma nasceva da un impulso extra tecnologico. La tecnica doveva fare i conti con altre cose. In Tomorrowland c’è invece una ripresa decisissima dell’ottimismo tecnologico. Ovviamente questa ripresa non può essere fatta come se niente fosse. Come se in questo mezzo secolo non ci fosse stata la crisi energetica, il problema dell’inquinamento e della non sostenibilità di molte tecniche e modi di vita macchinistici, ecc. ecc. Data questa antitesi al progressismo tecnico anni ‘60, qual è la sintesi proposta dagli sceneggiatori nel film?

Va premesso che nel film la cittadella Tomorrowland è un luogo “meta-reale”, a cui solo persone particolari hanno accesso tramite una spilletta-chiave che viene fornita da una bambina droide, una sorta di talent scout che individua tali persone nel pianeta Terra. Ora, lo stesso plot del film si basa sul fatto che il pianeta Terra e con lui Tomorrowland  muore, se l’immaginario del futuro diventa pessimista, distopico. Insomma ragazzi, bisogna (ed è sufficiente) pensare positivo, per dirla alla Jovanotti. Il film termina con il reclutamento, da parte degli eroi del film, di giovani “sognatori” in grado di portare avanti Tomorrowland e dunque indirettamente tutto il mondo. La spilletta che consente l’accesso a questa sorta di “isola che non c’è” devo ammettere che mi inquieta, perchè la vedo come una sorta di “ostia tecnologica” tanto è caricata di funzione salvifica. (perchè questi sognatori di Tomorrowland sono coloro che salvano il mondo). Certo, è un filmino. Però … (come spettacolo-film l’ho trovato carino, si fa vedere, ci sono qua e là trovate spassore, ma non mi pare, nel complesso, riuscito, e perciò non credo che diventerà un “classico”; c’è qualcosa che non ha funzionato, ma non ha importanza parlarne qui).

Da Epcot a Tomorrowland (parte I)

Ho ancora un figlio di età tale da essere accompagnato a vedere al cinema anche l’ultimo della Disney. In questo caso, Tomorrowland.

Ecco un trailer

Sembra che gli sceneggiatori siano partiti, nell’immaginare la cittadella di Tomorrowland, dalla concezione di quel progetto urbanistico che fu uno degli ultimi progetti di Walt Disney in persona, EPCOT, acronimo di Esperimental Prototype Community Of Tomorrow.

Devo dire che non lo conoscevo. Le storie della architettura del 900 sono ancora troppo centrate sugli “architetti” per accennare all’urbanistica di un non architetto, per quanto famoso come Disney. Sebbene spesso le cose maggiormente innovative della storia dell’architettura dal XIX ad oggi siano state generate da non architetti (peraltro, nemmeno F.L.Wright poteva, sul piano dei titoli di studio, vantare d’esserlo).

Girando su internet, anzi, al secondo colpo – Umberto Eco permettendo, in modo assai più semplice che consultare la sua mega enciclopedia a pagamento su cd rom, troviamo un sito che sul progetto EPCOT ci dice praticamente quasi tutto, ed è corredato da molte illustrazioni e delle varie versioni dei film originali. Qui.

La faccenda si ricollega in modo preciso a quella che avevo già trattato qui, a proposito delle visioni del futuro della General Motors.

Il concetto di EPCOT, parte di un più grande progetto territoriale era, come Disney stesso dichiara nel film: “E.P.C.O.T will take its cue from the new ideas and new technologies that are now emerging from the creative centers of American industry. It will be a community of tomorrow that will never be completed, but will always be introducing, and testing, and demonstrating new materials and new systems. And EPCOT will always be a showcase to the world of the ingenuity and imagination of American free enterprise.

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Questo concetto sembra senz’altro più “avanzato” degli esiti progettuali del masterplan, che invece appaiono, sul piano urbanistico, l’ennesima versione della Garden City di Howard, e architettonici, improntati a risoluzioni formali tipiche dell’international style dell’epoca. Il tutto in ambiente climatizzato entro cupola (alla Buckminster Fuller i suppose) come non di rado si ipotizzava negli scenari futorologici dell’epoca.

Ecco la versione ridotta del film. Il resto delle considerazioni, con ritorno all’oggi di TOMORROWLAND (2015), alla prossima puntata (qui)