architettura urbanistica

Ancora sulle biblioteche II

Nel precedente scritto riprendevo la questione “biblioteca oggi”, già accennata a proposito della nuova biblioteca di Tianjin, raccontando del nuovo concorso per la biblioteca di Milano Lorenteggio, di come le sue linee guida siano alla ricerca di un nuovo tipo di biblioteca, sulla base delle più recenti realizzazioni (ho parlato degli Idea Stores di Londra, ma altri esempi esaminati sono, tra altri, la notevole e da poco ultimata biblioteca di Aarhus e le Library Parks di Medellin). Ho poi raccontato che a Torino è ritornata in auge l’ipotesi di chiusura della biblioteca della Galleria d’Arte Moderna, questione che vorrei ora trattare più nel dettaglio, per poi tornare nuovamente al tema generale.

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Giancarlo Mazzanti – Biblioteca Parque EspanaÂ, Medellin, Colombia  (Photographer: Sergio Gomez)

Ed ero arrivato al punto: se la chiusura di una biblioteca esistente viene effettuata secondo un piano di riorganizzazione più efficiente, va bene. Se invece è solo un taglio, no. Nota: si parla della interruzione o riduzione del servizio di questa biblioteca dal 2013, quando ancora era sindaco Fassino, per cui questa decisione, e questa polemica locale, non è una questione “partitica”, almeno per quanto mi riguarda. (per una cronistoria scritta in linguaggio colorito, nel blog di Gabriele Ferraris, si può partire da questo articolo seguendo a ritroso i link in calce ad esso) (nota 1)

L’assessora Leon ha dichiarato che i volumi della GAM (molti, circa 140.000) verranno trasferiti alla Biblioteca Nazionale, e tutto questo nell’ambito di un piano volto alla realizzazione di un “polo unificato delle biblioteche di storia dell’arte” (che comprende in realtà anche biblioteche di altre istituzioni, ad esempio la Accademia Albertina e l’Università).

La secca smentita del direttore della Biblioteca Nazionale dimostra che questa pianificazione in realtà non esiste. Tutte balle.

Ora, non mi interessa qui la questione di cronaca, nè la polemica sulla eventuale incompetenza e/o cialtroneria degli amministratori pentastellati.

Quel che mi interessa ora è rilevare due questioni

  1. Una biblioteca è una collezione che si forma con l’istituzione che la genera. E’ possibile riorganizzarle senza deprivare l’istituzione che le originava, il tessuto culturale, ancora vivo? Questa operazione di unificazione-concentrazione è veramente utile? E se si, “i trapianti” si possono fare tranquillamente o la cosa è a rischio di devitalizzazione?
  2. Per contro: questa molteplicità di istituzioni (in questo caso Ministero, Città di Torino, Università, Accademia, Politecnico se si considera anche la biblioteca di Architettura) non genera un eccesso di particolarismi, di veti incrociati, tali da essere da freno a qualsiasi innovazione e nuova visione riorganizzativa?

Sicuramente in questa faccenda vedo due specie di biblioteche/centri di produzione e riproduzione culturale, che vanno chiarite in ogni caso nei piani riorganizzativi (ammesso che in Italia si possa ancora fare qualcosa, oltre che starnazzare): le biblioteche di punta (concentrazioni di alto livello, collegate alla ricerca), e le biblioteche generali (diffuse nel territorio, centri socioculturali, presidi diffusi, del tipo della biblioteca di Lorenteggio di cui abbiamo parlato).

(nota 1. Con l’autore Gabriele Ferraris, su facebook, ho avuto uno scambio polemico: gli chiedevo i dati sulla biblioteca: il numero dei visitatori, i reali costi complessivi del suo mantenimento ecc.  Lui in pratica mi ha mandato a catafottere. Non aveva del tutto torto, credo, perchè il problema è che forse, questi dati, proprio non esistono! Comunque non sono disponibili al pubblico della rete)

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Ancora sulle biblioteche, I

La frase di Michel Serres che qui ho riportato, in cui si dichiara l’inutilità dell’ammassare milioni di libri in una biblioteca dice solo una parte della verità.

L’altra parte è che le biblioteche oggi sono importanti nelle nostre città, non solo, non tanto, per la loro attività base (custodire libri e fornire il servizio della loro lettura), quanto per costituire un concentrato luogo pubblico di studio e di socializzazione. Un argine, un presidio contro la disgregazione culturale e sociale, che l’imperio del cosiddetto “libero mercato” (“libere volpi fra libere galline” come pare dicesse Guevara) genera nelle nostre città.

Questo fa sì che i servizi delle varie municipalità diano giustamente attenzione a questo tipo di servizio e a come esso possa essere potenziato con le dovute innovazioni.

E’ in questa chiave che a Milano il servizio biblioteche intende condurre il concorso di progettazione (non “concorso di idee”, fanno sul serio) per la nuova biblioteca di Lorenteggio, oggi in una struttura sottodimensionata. Nelle “Linee guida alla progettazione”, un documento ben fatto e di sostanza, emerge un modello di biblioteca che è sostanzialmente il modello di un centro culturale e di aggregazione sociale, sulla scorta di esempi internazionali, non solo europei, di nuove biblioteche in situazioni di quartieri disagiati, come disagiato è Lorenteggio-Giambellino. Emerge in particolare l’influenza del caso degli “Idea Store” che, nell’East End di Londra dal 1999 al 2008 hanno sostituito le biblioteche di vecchia concezione inserite in edifici vittoriani, scarsamente visitate ed amichevoli. (Una trattazione approfondita degli Idea Store si può trovare qui). Sette Idea Store hanno sostituito dieci vecchie biblioteche.

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La Biblioteca della GAM come appena realizzata (1959)

Se la si vedesse sotto quest’aspetto, potrebbe non essere uno scandalo l’idea di chiudere, a Torino, la Biblioteca della GAM (Galleria d’Arte Moderna), conglobandola nella Biblioteca Nazionale nel quadro di una riorganizzazione in cui le risorse vengano allocate in maniera più razionale.

Potrebbe andar bene, se solo ci fosse – io non l’ho visto – un piano razionale e condiviso di riorganizzazione, e non solo, come parrebbe, un taglio ai servizi.  Nel quadro, certo ineludibile in sè, di riduzione della spesa pubblica. Ma, se la riduzione di spesa viene vista in quanto tale, come taglio, è ben diverso, e ben peggiore, che un ripensamento dell’uso delle risorse affinchè siano più efficaci.  (qui si apre un’altro discorso, che farò in un altro post)

(appunti pubblici per un successivo intervento, che non so se farò, o come “lettera aperta” alla assessorA Leon, o per uno scritto per architetti sulla PresS/Tletter … tanto il mio blogghino lo leggono 4 gatti :).

 

 

Simulacri

Una rielaborazione dei pensieri scritti sulla Biblioteca di Tjianjin qui, ma moderati sul giudizio negativo dello specifico architettonico e ripensato invece in termini più generali, per “addetti ai lavori”, è pubblicata su PresS/Tletter, a questo link

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Il breve scritto è stato ripreso pure da FULMINIESAETTE a questo link

Mettendo sulla mia pagina Facebook il link allo scritto ha fatto un ricco commento  Gaetano di Gesu, tralaltro frequentatore e conoscitore della Cina, e che riporto qui:

Totalmente d’accordo. E’ un simulacro il libro e lo è anche il tema della biblioteca. A cosa serve una biblioteca cosi in un mondo dove da uno smartphone raggiungi qualsiasi testo? Serve a testimoniare la rincorsa cinese di dotare ogni città di un “foro” di attività pubbliche che sono più o meno mutuate dal mondo occidentale. Disegnati da architetti occidentali che in Cina sono sollecitati ad osare perchè i numeri e le dimensioni sono l’unico dato interessante. Questa hall non è uno spazio funzionale, e’ pura messa in scena, una rappresentazione che qui si mostra con lo straniamento di Magritte quando scrive ” Ceci n’est pas une pipe”. Non c’è più niente da conservare nelle biblioteche perchè tutto è disponibile. Allora rimane lo spazio come evento e incontro che è più che sufficiente a garantire la funzione pubblica. Infatti qui ci si incontra forse per presentare libri, fare il prossimo shooting fotografico di moda e si cade dalle scale perchè si fanno i “selfie” non per raggiungere l’ultima copia disponibile del Paradiso Perduto. Questo spazio è un frammento di un foro transitorio voluto dalla municipalità di Tianjin per animare Binhai, un’immensa area di servizio del porto più grande del paese più grande del mondo. Per fare questo hanno chiesto allo studio tedesco Von Gerkan di disegnare il masterplan che prevede oltre a questa biblioteca anche un edificio di Tschumi e altri affidati ad architetti occidentali. Potrebbero essere queste delle occasioni per la cultura occidentale di un contributo autentico ad uno dei più grandi processi di urbanizzazione dell’umanità e invece rimangono operazioni dove anche o più talentuosi cantano l’eccentrico e mettono in scena una raccolta di citazioni che esibiscono il pensiero architettonico europeo come una raccolta di simulacri, appunto. L’architettura è al servizio del marketing urbano e si mostra come una rappresentazione melodrammatica con personaggi che non esistono più. Rimane l’invenzione del marchingegno architettonico. Se non funziona come biblioteca una mano di vernice farà scomparire le immagini dei libri e lo spazio sarà pronto per un’altra rappresentazione. Nessun archeologo del futuro avrà emozione quando riscoprirà questo edificio. Le vere biblioteche cinesi di questi anni sono gli immensi depositi dei big data che si stanno costruendo nelle zone più sperdute del paese. Inaccessibili come la parte più segreta della biblioteca di Adriano .

La distribuzione uccide la concentrazione

Per anni ho camminato lungo la Senna davanti al cantiere dove la Grande Biblioteca progettava di ammassare milioni di libri in quattro torri gigantesche; mi veniva da ridere: i decisori, gli architetti, i progettisti avevano mai sentito parlare del computer? Questi libri, li consultiamo già da casa!” (da Michel Serres, Il mancino zoppo, Bollati Boringhieri 2016, pag. 255)

BNF

Ho pensato a questo passo di Michel Serres quando ho visto nei giornali i commenti entusiastici della biblioteca di Tianjin, opera di MVDRV. Un progetto che io invece trovo quasi abominevole.

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Se questa biblioteca vuole rappresentare l’inutilità attuale delle biblioteche, data la possibilità di consultare da casa i libri, e se vuole per questo svilire l’importanza del libro come oggetto (quanti libri finti, lì dentro?) e il valore del raccoglimento della lettura, allora è un progetto azzeccato. A parte il fatto che lo trovo veramente grossolano e impoetico, oltre che poco funzionale. In una parola, pacchiano. Se Trimalcione fosse vivo si farebbe fare da questo studio olandese (secondo me il più sopravvalutato della storia) un bel villozzo con la Jacuzzi dentro la palla al centro della casa.

C’è una questione di fondo, che è quella di cui parla la citazione di Serres. Nel momento in cui tu puoi, ad esempio, disporre della biblioteca di Francia on line, cosa diventa la biblioteca come edificio, come fatto fisico? Chiaramente la lettura diretta del libro cartaceo diventa un’attività direi quasi secondaria, forse è un retaggio. Quindi, è più un fatto di pura rappresentazione, che di utilità; è una cosa più che altro simbolica, al di là della conservazione pura. Se c’è una effettiva utilità legata al libro in quanto cartaceo, è nella visione/consultazione – riservata, delicata – di originali. A me pare che questo tema sia stato sviluppato quasi all’opposto di quel che si sarebbe dovuto, in questa biblioteca. Questa biblioteca nasce già morta, è un retaggio del passato. Altro che “la più futuristica del mondo”, come dice un ridicolo video su Repubblica. Secondo me è un esempio di come non andrebbe fatta, di come non andrebbe rappresentata oggi una biblioteca. E di come non saranno più le biblioteche.

Giornalisti più competenti e meno lecchini rilevano intanto la questione dei libri finti e i primi feriti fra i visitatori, leggi qui https://archpaper.com/2017/11/mvrdv-library-fake-bookshelves/#gallery-0-slide-0

 

 

 

Lettera aperta a G.Montanari (parte I)

Lettera aperta a Guido Montanari sulla Delibera di Revisione del PRG di Torino (parte I)

Premessa per non torinesi. Guido Montanari è assessore all’Urbanistica e Vicesindaco della Città di Torino, di giunta pentastellata. Professore associato di Storia dell’architettura contemporanea alla facoltà di Architettura del Politecnico di Torino. Con una delibera ha avviato il processo di revisione del PRG vigente.

(scritta per PresS/Tletter qui )

 

Le conchiglie di Ceppi (II)

A questo punto, per capirci qualcosa, bisogna fare un po’ di iconologia sulla conchiglia come elemento architettonico decorativo. Quando parlo di iconologia mi riferisco precisamente al senso dato a questa parola da Erwin Panofsky. (la prima parte, qui)

Naturalmente studiare esattamente e con un minimo di completezza l’iconologia della conchiglia architettonica sarebbe un lungo approfondimento, a livello almeno di tesi di laurea. Io qui più modestamente metto insieme alcune cose che mi vengono in mente dai miei studi e dalla riconsultazione rapida di libri o cose in rete. Quindi queste osservazioni non vanno prese come oro colato ma come una base, eventualmente integrabile e modificabile. Come diceva il buon Chesterton, se una cosa val la pena di farla, tanto vale farla male. (diceva così perchè evidentemente per farla bene ci vuole molto tempo, e quindi c’è il rischio di non farla: e io ad es. non posso farla meglio di così, al momento).

Bene, andiamo al dunque. Non mi risulta che la conchiglia fosse un elemento presente nella architettura classica. L’elemento naturalistico principe della decorazione architettonica classica è il fogliame. Mi risulta dunque che sia a partire dal Rinascimento che la conchiglia appare in apparati architettonici. Al momento, non avrei figura più antica di questa, celeberrima

pieri solo absideche tutti voi avrete riconosciuto come la parte superiore della cosiddetta “Pala di Brera; o Montefeltro”  di Piero della Francesca, originariamente realizzata per l’altare della chiesa di San Bernardino da Siena ad Urbino (olio e tempera su tavola, con datazione 1472-74). Per ora non dico niente (rimandando alla sterminata letteratura sull’argomento per chi volesse saperne di più), e continuo con una carrellata di esempi fra i più illustri.

Procedendo in ordine cronologico, altro esempio molto conosciuto – e non pittorico ma effettivamente architettonico, è la Loggia di Villa Madama, opera di Raffaello con i contributi, specificamente in quella parte, di Giulio Romano e Giovanni da Udine. Due immagini, trovate su internet, la seconda d’epoca, Alinari:

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Ricordo che gli anni di realizzazione di Villa Madama, incompiuto di Raffaello completato da Giulio Romano, è datato comunemente 1518-1526.

Tutto questo dà l’avvio, in epoca Barocca, all’uso del conchigliame, soprattutto in ambito costruzioni nei giardini, fontane, ecc. La cosa prende piede soprattutto in Francia nel suo “grand siecle” e il termine per definire tutto ciò è “Rocaille”, termine che con sineddoche finirà col definire tutto il gusto decorativo tardo Barocco (rococò).

Un altro precedente preclaro, e non “grottesco” è nello scalone d’onore della Reggia di Caserta, opera di Vanvitelli e realizzata circa dal 1750 al 1770. In particolare evidenza la conchiglia sopra la Statua della Maestà Regia (qui in un dettaglio di foto di Vincenzo Lerro presa da instagram; ma metto prima l’insieme della facciata sul primo “pianerottolo” per così dire). Ma altri elementi a conchiglia sono presenti nell’apparato decorativo.

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parte caserta

Il sogno di un blogger è a questo punto fermarsi, e ricevere una serie di commenti che integrano o mettono in discussione il tutto. E quindi fermo qui la seconda puntata.

Gradite le osservazioni circa il riferimento naturalistico sui tipi di conchiglie.