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Sotto la stella del Chuck

Chuck Berry ha avuto un destino particolare. Tutti in fondo volevano che non cambiasse mai, che fosse sempre quello che ha tracciato il primo solco principale del rock n roll. Lui peraltro sembrava divertirsi molto a fare sempre le stesse cose che aveva inventato da ragazzo. E come stupirsene? I comuni mortali oggi devono cambiare abitudini e modi di lavorare in continuazione, non possono dar nulla per scontato, devono lottare e rinnovarsi sempre. Ma a pensarci bene, è un destino che accomuna molti artisti, anche se lui l’ha vissuto in modo particolare. In un mondo che cambia velocemente, i Chuck Berry devono rimanere sempre gli stessi. E’ forse il senso profondo dell’appellativo “star”, senso che trascende la popolarità stessa.

Comunque, addio Chuck, riposa in pace. E tutto invecchia e muore, anche il rock n roll.


<p><a href=”https://vimeo.com/18623223″>Chuck Berry &amp; Keith Richards – Oh Carol</a> from <a href=”https://vimeo.com/user4386260″>Music Management USA</a> on <a href=”https://vimeo.com”>Vimeo</a&gt;.</p>

 

L’alluvione delle conoscenze

(pensato per PresS/TLetter ma anticipato qui)

Credo che non si rifletta abbastanza sul fatto che la formazione universitaria degli architetti, almeno fino a qualche anno fa, si basasse su Storie della Architettura in cui le immagini erano poche e generalmente d’epoca in bianco e nero. La fotografia dell’edificio esemplare, isolato e a se stante, diveniva una sorta di “icona”, e ciò contribuiva a rendere un’aura mitica degli edifici stessi. Questo effetto era forse rafforzato dagli intendimenti degli autori stessi (Pevsner, Giedion, e poi Hitchcock, Zevi, ecc) nel costruire una “mitologia della architettura moderna”.

Chi può negare che, specie in edifici un po’ fuorimano, alcune fotografie, con determinate prospettive, siano divenute quasi “l’edificio stesso”, in una sorta di sineddoche della conoscenza?

Tutto questo era facile, dava certezze. Spesso in giro si parla dell’opera di questo e di quello, avendo in realtà spesso una concezione estremamente superficiale, ed in mente soprattutto le immagini “iconiche”. E questo forse capitava in parte pure ai grandi storici. Te ne accorgi quando essi scrivono di sfuggita di oggetti che conosci e hai studiato bene.

L’altro giorno, forse perché avevo preso in mano “La Città vivente” di F.L.Wright, nella nuova edizione Einaudi, che non riesco mai a leggere veramente a parte le figure, vedendo la solita vecchia foto della Price Tower ho pensato: ma come sarà adesso? E Bartlesville in Oklahoma, che città è? Come è situata la torre in quella città? Ecc.

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Ovviamente è facile oggi avere una risposta a quesiti del genere con semplici azioni sul web, e so che molti amici lo fanno: si va con Google Earth, o eventuali altri sistemi analoghi, eventualmente divagando anche sul paesaggio rarefatto dei sobborghi, dei collegamenti fra le cittadine, a volte rimembrando titoli di canzoni a cui non avevi mai dato immagini precise (Last trip to Tulsa ad es.), che potrebbero funzionare come colonna sonora. Ma, ancora meglio sintonizzarsi in streaming su qualche stazione radio locale utilizzando Radio.garden) Per informazioni e dati, su Wikipedia, in genere sono affidabili. Per belle foto, si va su Instagram o simili.

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Certo, si sa. Ma tutto questo, che è ovvio, e presto anche superato, dà qualche sgomento.

Questa enorme discrepanza fra l’aumento delle possibilità di conoscenza e lo scarso tempo a disposizione in una vita. Questo mutare, fra un sistema di conoscenza precedente fondato su racconti forti, paragonabili al solco di grandi fiumi e poco discutibili, ad una pluralità pressocché illimitata e imprevedibile di percorsi e tagli in qualsiasi direzione, che tuttavia è sempre più difficile fare confluire nel vecchio percorso. Quasi noi si fosse parte di una alluvione della conoscenza individuale su scala collettiva.

Noto infine di sfuggita che la angolazione della foto classica della Price tower è sempre la più bella. Era una gran bella fotografia.

De Mauro, i dialetti, Pasolini

La Repubblica ripubblica (ahaha), in onore al recentemente deceduto Tullio de Mauro, un bel libro-conversazione fra Andrea Camilleri e lo stesso De Mauro, La lingua batte dove il dente duole, già edito da Laterza nel 2013. Ho letto le prime pagine, è godibilissimo e interessante, con questi due anziani dalla bella testa che fa scintille e con tanti interessanti ricordi, relazionati al tema della conversazione: la lingua e i dialetti italiani.

Annoto qui una frase di De Mauro che mi serve per l’argomento che avevo affrontato tempo fa in quella serie di post su Pasolini, in cui sostenevo che PPP abbia avuto, specie dopo la morte, un effetto controproducente sugli intellettuali italiani. (qui il primo della sequenza).

De Mauro: “Le classi colte di città, di Roma, di Milano, pensano che i dialetti siano cosa morta, che non si parlino più. Ma è una palese sciocchezza. Usiamo ancora i dialetti e li parliamo con forme ancora molto autonome rispetto all’italiano. Probabilmente gli intellettuali subiscono ancora l’influenza di Pasolini, che nel 1964 – prendendo una bella cantonata – sosteneva che era nato l’italiano e che il dialetto stava morendo, e che averemmo parlato un italiano tecnologico.

The Responsive Eye

neutron-by-guido-crepax2Nel precedente post i personaggi della vignetta di Crepax, del 1965 e pubblicata nel primo numero in assoluto di Linus, parlano della mostra newyorkese della novità d’allora, la OP art, dal titolo The Responsive Eye.

Di questa mostra esiste un documentario realizzato con la regia di Brian De Palma, che poi divenne, come è noto, un importante regista (tra i suoi film ricordo “Il fantasma del palcoscenico”, “Carrie” “Vestito per Uccidere” “Gli intoccabili”)

Ecccolo (tra l’altro, con ampi commenti di Rudolf Arnheim e una breve apparizione di David Hockney. Il vecchio Albers, già insegnante al Bauhaus, contento di essere capito a 50 anni di distanza.

Il disegno rivelatore

Una mia noterella a margine della mostra su Gae Aulenti alla Pinacoteca Agnelli del Lingotto di Torino, su PresS/Tletter

Il disegno rivelatore – di Guido Aragona

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Il rock e la vecchiaia, III

Può essere interessante astrarre un poco la questione, e compararla con il tema più generale della conservazione, quale ad esempio si presenta nel restauro architettonico.

Chiunque l’abbia un minimo praticato, sa che il restauro architettonico pone costantemente dilemmi e conflitti fra la necessità di ripristino della qualità del corpo (architettonico) in molti casi eminentemente estetica, oltre che funzionale, e la necessità di conservazione della sua integrità originaria, proprio dei materiali costituenti. I restauri disinvolti, che concedono troppo all’effetto di splendore ed alla efficacia dei funzionamenti, finiscono col mortificare, rendendolo inautentico, il vecchio corpo architettonico. D’altro canto, restauri troppo filologici, senza alcuna indulgenza verso istanze che non siano storiche, tendono ugualmente a mortificare il corpo architettonico come organismo vivo ed estetico, tendendo infine alla accettazione della rovina, massima autenticità. Il restauro architettonico è dunque, come aveva lucidamente indicato Cesare Brandi, una questione di conflitto ed equilibrio fra istanze storiche e istanze estetiche.

Il restauro del corpo umano in genere e della sua superficie è compito di medici, allenatori atletici, dietologi, chiurughi estetici. Presenta di fatto problemi differenti, per alcuni aspetti meno curabili essendo il corpo umano soggetto all’invecchiamento in modo più inesorabile e rapido, più complessi riguardando la psiche umana nei rapporti interpersonali, pubblici, e non un corpo inerte, sia pure pubblico e dunque oggetto di proiezioni psichiche come quello architettonico.

Tornando al tema, possiamo allora individuare due tipi di errori nel restauro dell’uomo di spettacolo e in particolare dell’artista di musica rock: il primo è l’eccesso di intervento (spesso con invasivi interventi di chiurgia plastica) al fine di mantenere giovanile il corpo (magro, scattante, senza rughe), che però è tentativo vano e  che rischia, se non equilibrato, di mettere in ridicolo chi lo pratica. Il secondo è quello della eccessiva ostentazione del corpo invecchiato a parità delle altre condizioni, quasi una estetica del brutto autentico, che tuttavia, poco concedendo al senso estetico comune, risulta infine repellente.

In realtà sono due facce di una stessa medaglia: la non serena accettazione della vecchiaia con dignità (e quindi non priva di una sua particolare bellezza, di differente genere, che tuttavia richiede un cambiamento, una rinuncia al continuare a fare quel che si poteva fare da giovani nello stesso modo). Non a caso questa strategia viene compiuta da artisti che non riescono a rinnovare il loro modo di essere musicisti e performers, perpetrando il loro modo giovanile.

Steven-TylerCome esempio del primo tipo potremmo dire dei capelli di Lucio Dalla, o alcune fasi del “restauro” di Steven Tyler (cl. 1948) in cui era diventuo repellente e inguardabile, gonfio di botox. Negli ultimi tempi ha tuttavia attuato alcuni correttivi (baffi e pizzetto, tavolta occhiali che sono un segno di anzianità e saggezza) che, uniti al fatto che comunque non ha ancora nemmeno 70 anni e mantiene una qualità di cantante e animale da palcoscenico notevolissima, rendono il suo tentativo infine azzeccato, come testimonia questo video girato pochi giorni fa.

 

L’altro esempio che vorrei proporre è Iggy Pop (c. 1947). Per chi lo conosce non è il caso di dire altro. Per chi non lo conoscesse si può dire che Iggy, più di ogni altro cantante rock, ha usato e ostentato il proprio corpo, ne ha fatto la materia stessa del suo spettacolo. Una bandiera del rock underground più duro e senza compromessi, ma con l’approvazione del milieu colto, per via dei contatti con l’ambiente Factory di Warhol, le produzioni di David Bowie berlinese che lo rilanciarono presso un più vasto pubblico sull’onda del punk di cui con gli Stooges fu precursore, le apparizioni cinematografiche anche con registi d’essai come Jim Jarmush.

Il video che metto qui smentisce in un certo senso il mio giudizio negativo. Girato nel 2015 da un videoamatore, ma con buona qualità. Iggy, 68 anni, esegue il suo brano più noto, tratto dal suo primo album fatto con gli Stooges del 1969. Lo esegue come ha sempre fatto, forse nell’unico modo in cui si può fare quel brano. Io lo vidi dal vivo nei primi anni 80 e faceva più o meno le stesse cose, certo più tonico, e con la pelle giovane.

Credo che pochissimi possano adottare con successo la sua strategia d’invecchiamento.  I Red Hot Chili Peppers temo ci stiano provando. Sono ancora in tempo a percorrere nuove strade (Kiedis e Balzary cl. 1962)

 

Il rock e la vecchiaia, II

Continua da qui

Del resto, è passato quasi un decennio da quando the Zimmers incisero il My generation cantato da vecchi. Trovo sempre meraviglioso l’effetto d’inversione che ottiene il testo nella operazione Zimmers. Il fastidio della gente comune “people try to put us down … just because we get around” riferito non ai giovani, amati, invidiati, coccolati, ma invece ai vecchi, una categoria che la società contemporanea mal tollera, è significativo ed esatto.

Roger Daltrey, (cl.1944) che per primo cantò questo pezzo, è forse uno degli artisti rock più interessanti da analizzare nell’ambito di questo discorso. Per tanti anni ha incarnato, come front man degli Who, un ruolo eminentemente giovanile, che è stato portato sugli schermi da Ken Russel in Tommy, con i suoi capelloni riccioli biondi e il torso nudo.

Daltrey ebbe qualche difficoltà durante la mezza età. Problemi soprattutto di voce, a partire dagli anni 80 (si diceva avesse i polipi), e anche di immagine. Io ricordo che da addaltrey punkolescente lo percepivo come un personaggio del passato, ormai superato, eppure non aveva neanche 40 anni. E lui stesso doveva sentirsi così, fin da quando, con l’esplosione del punk, si fece ritrarre, sia pure un po’ per scherzo, con quel “look“. Too old to rock’n roll, too young to die, titolava proprio in quegli anni un lp dei Jethro Tull, e così lui doveva sentirsi.

E’ bello quindi vederlo riprendere, negli ultimi anni, la via del palco con dignità e senza forzature, con il bagaglio della vecchia gloria ma senza il ridicolo che potrebbe accompagnare simili operazioni. La migliore di queste mi pare quella che ha compiuto in compagnia di Wilko Johnson. Wilko Johnson (cl. 1947) è fantastico, forse quello che è invecchiato meglio di tutti. Nel senso che non è invecchiato, ha solo qualche anno sul groppone in più e i capelli in meno rispetto a quando calcava le scene nei Dr Feelgood con Lee Brilleaux (uno che non ce l’ha fatta ad invecchiare). Stesso modo schizzato di muoversi, stessi sguardi allucinati, solo un po’ più sorridente. Ma è sempre lui non perchè fa il verso a sè stesso, ma perchè quello è il suo modo di stare sul palco, il suo modo di vivere. Forse, favorito in questo dall’avere una non grande ma costante notorietà, presso un pubblico di nicchia e non di massa.

La scelta del bianco e nero nel video facilita la “digestione” della vecchiaia. Sa di vintage, e i colori accentuerebbero sgradevolmente gli effetti fisici della età avanzata o costringerebbero a trucchi.

In questo prossimo video le immagini della gioventù si sovrappongono a quelle attuali (del 2014). La nostalgia è temperata appunto da un senso virile di essere ancora in grado di calcare le scene con vigore e senza trucchi.