Autore: Biz

Faccio l'architetto, ho quattro figli una moglie e un gatto.

Appunti per il PD – 2 – Basta col ‘900

Continuo dalla prima puntata qui, dove avevo finito

… La messa in discussione profonda e concreta del paradigma “pan capitalista” è l’unica possibilità per il PD, in genere per i raggruppamenti politici di sinistra. Tale messa in discussione però non può essere fatta guardando indietro, recuperando logiche, pratiche, retoriche e strumenti costituiti dalla sinistra nel corso del 900. Lo sguardo deve essere diretto, fresco, spregiudicato.

APPUNTO 2 – Guardare direttamente in avanti abbandonando il passato

Diretto, fresco e spregiudicato vuol dire analizzare la realtà e le sue contraddizioni senza pregiudizi, senza zavorre derivanti da idee precedenti, da simbologie e retoriche precedenti. In modo aperto.

Oggi la sinistra ha un atteggiamento totalmente diverso, dogmatico e arroccato sulle proprie retoriche identitarie. Queste retoriche mascherano la assenza di analisi dura e precisa della contemporaneità, attraverso confortanti rappresentazioni della passata grandezza, in cui la sinistra aveva una reale identità e reali nemici ben identificati. La sinistra oggi, per non voler ammettere di non essere più sinistra, si ammanta di retoriche identitarie, che escludono molta parte dei soggetti contemporanei, e addirittura li respingono. Tutto questo si accompagna ad un certo dogmatismo. L’antifascismo è, in questo senso divenuto un elemento regressivo e artificioso. Immagino che molti amici su questi non saranno d’accordo, ma vorrei rassicurarli che non è un atteggiamento “rossobruno” alla Fusaro che vorrei qui proporre.

Invece, si propone un atteggiamento “laico” e dialettico. Un partito di sinistra non è una chiesa, non ha culti retorici, è aperta al nuovo, è attenta alle novità e ai cambiamenti. Il fascismo è un fenomeno storico superato. L’iniziativa politica non si tiene in opposizione ad un nemico usato come spauracchio per consolidare l’identità e l’affezione degli elettori (ora Berlusconi, poi il “populismo”, poi casa pound (nonostante la sua irrilevanza), poi Salvini ecc.) ma offrendo soluzioni, proposte concrete, attuali, non ideologiche e non preconcette, funzionali, migliori delle non proposte, demenziali e di bassissimo livello di quelle offerte ora dalla destra xenofoba ed economicista.

Questo punto è molto importante, anche per i raggruppamenti “alla sinistra” del PD, i cui insuccessi vengono in genere additati per dire “ecco vedete, se si va a sinistra?”

La realtà è un’altra; è che la sinistra deve essere una sinistra aperta e contemporanea, mentre oggi, l’alternativa alla “non sinistra” del PD non è una sinistra contemporanea: è un rimasuglio della vecchia sinistra, che vive di vecchi sogni e nostalgie, corroborati un po’ dal movimentismo dei centri sociali ed una maggiore apertura al “pacchetto radicale” sui diritti civili. Proprio perché vecchi (fuori o dentro), sono settari e chiusi, tanto da non riuscire ad unirsi più di tanto, avere un nome e un’organizzazione che duri più di un’elezione, spezzettati in tanti rivoli, rivolti al passato, pessimisti.

Bisogna abbandonare questi rimasugli del ‘900. Non sono le identità e le retoriche della sinistra novecentesca che costituiranno la sinistra di questo secolo.

 

 

 

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Appunti per il PD – 1

Immodestamente, deposito qui un piccolo contributo personale per la ricostruzione del PD (perché è chiaro, va ricostruito o muore). Sarò veloce, volutamente un po’ incosciente, senza approfondire termini; ad esempio userò in maniera disinvolta il termine “capitalismo” ben sapendo che occorrerebbe approfondire molto la cosa, complessa. Ma la complessità in certi momenti inganna e depista, e, come diceva un inglese amante dei paradossi “se una cosa vale davvero la pena di farla, tanto vale farla male”.

APPUNTO 1 – Il ruolo generale del PD nella società.

A partire dalla metà degli anni 90 – già prima dell’origine del PD – l’idea dominante di fondo è stata che il bene del capitalismo, il suo sviluppo incontrastato, coincidesse sostanzialmente col benessere della società, con la sua evoluzione. Per far questo, occorreva un “programma di riforme” che facilitasse sostanzialmente lo sviluppo dei gruppi capitalistici nella società italiana. Il “pacchetto di riforme” era in fondo dettato dalle Banche, dalla Confindustria e dalla “Europa che lo chiedeva”; il capitale è transnazionale.

Perché il fenomeno non è affatto solo italiano. La classe dirigente dei partiti ex PCI, DC, PSI ecc. allora in in trasformazione urgente, si è adeguata ad un processo internazionale, visto come necessario, in concorrenza con i raggruppamenti “di destra”, anch’essi sostanzialmente votati a questa missione. Se ci si astrae dalle particolarità nazionali (in Italia rappresentate principalmente di sedimenti vivi del più grande partito comunista dell’occidente, da una pur sempre rilevante incidenza della Chiesa cattolica, e infine dalla presenza di un soggetto anomalo quale Silvio Berlusconi), risulta più chiaro come questo processo sia avvenuto anche in altre nazioni, non solo europee. E che lo stesso processo di costruzione Europea nasce nel medesimo segno, per facilitare l’esecuzione di questo obiettivo.

Questo paradigma è talmente forte da essere poco visibile. Permea così a tal punto la classe politica, i mezzi di informazione,  ecc. da costituire il clima generale e pertanto non essere percepibile con chiarezza.

Ora: questo paradigma è un paradigma DI DESTRA. Non è un problema. Si può benissimo pensare che sia proprio vero che il bene del Capitalismo coincida col bene della società nel suo complesso. Ma pensarlo comunque è di destra. Destra liberale magari, ma destra.(1)

Ora, si dà il caso che i fatti dimostrano che non sia così. Non è vero che le società migliorino in virtù del semplice imperio del capitalismo. I vari problemi a cui assistiamo, da quelli ecologici a quelli legati ad esempio al brutale sfruttamento di risorse di paesi poveri, con conseguenti fenomeni migratori, alla micidiale crescita del precariato dei lavoratori anche nei paesi più ricchi (inutile fare qui una disamina o un elenco esaustivo), dimostrano che la politica sia chiamata non solo a gestire tecnicamente tali fenomeni di grande impatto, ma anche a dover quantomeno correggere storture che l’assunzione semplice del “pacchetto di riforme” arreca. Tale assunzione semplice e incondizionata chiamerò qui “pan capitalismo”.

L’emersione di movimenti cosiddetti “populistici”, o “sovranisti” è la spia di un disagio, di un bisogno che la sinistra non riesce a soddisfare, avendo rinnegato sé stessa nello sposare una politica di destra pan capitalista.  Il disprezzo verso “il popolo”, che traspare da molti discorsi, conferma in modo inequivocabile la collocazione a destra, e persino antidemocratica in modo preoccupante, di ampi strati del PD.

Un partito di sinistra DEVE difendere gli interessi dei più deboli, delle classi più disagiate. DEVE essere per la giustizia sociale. Se un partito sedicente di sinistra fa una politica totalmente prona agli interessi del grande capitale, disinteressandosi delle conseguenze negative che determina nel tessuto sociale, presso le persone, nell’ambiente fisico, esso non svolge più la sua funzione. Diventa come, per usare una “metafora” evangelica, come il sale che non dà sapore, che quindi non serve a nulla e viene perciò buttato via.

I partiti di sinistra in Europa non scompaiono perché sono di sinistra, o perché la sinistra sia finita. Al contrario! Perdono e stanno scomparendo perché i partiti di sinistra non sono affatto di sinistra. Perché la sinistra non svolge più il ruolo che dovrebbe svolgere, diventa inutile, e per di più ipocrita nel definirsi tale.

Tutto questo è così chiaro e banale che mi vergogno quasi a scriverlo.

La messa in discussione profonda e concreta del paradigma “pan capitalista” è l’unica possibilità per il PD, in genere per i raggruppamenti politici di sinistra. Tale messa in discussione però non può essere fatta guardando indietro, recuperando logiche, pratiche, retoriche e strumenti costituiti dalla sinistra nel corso del 900. Lo sguardo deve essere diretto, fresco, spregiudicato.

(continua … maybe)

note:

(1) possiamo anche fregarcene di destra e sinistra: ma tutto sommato sono categorie che servono ancora, visto che continuiamo ad utilizzarle)

 

 

Nichelino, intorno alla chiesa di San Damiano, la mattina del venerdì santo.

Premessa: un venerdì santo di esattamente dieci anni fa, o forse era il giorno dopo, scrissi questo pezzo, che tratta della zona accanto alla “cavallerizza/bounce” dell’articoletto precedente. Mi è tornato in mente e lo riporto in vita (aggiungendo link musicali, oggi è ancor più facile di allora). 

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Di ritorno da un luogo dove devo fare un lavoro, posso scegliere se tornare passando da Stupinigi o Nichelino. La vista della Palazzina di Caccia di Juvarra, sia pure nel retro, è sempre confortante; ma se sono distratto non svolto, e finisco sul bordo di Nichelino, praticamente il culo di Mirafiori. Nichelino fa parte della “prima cintura”, divisa da Torino dal solo Sangone, fiumiciattolo da decenni in stato comatoso. Gipo Farassino, prima delle sue esperienze leghiste, fece del Sangone l’emblematico sfondo delle avventure di un operaio, nel gustoso “Sangon Blues”, con testo in piemontese.

(Sangon Blues di Farassino accompagnato da Johnson Righeira) 

Nichelino è un posto che ho sempre trovato acefalo, orrendo. Oggi è Venerdì Santo, tarda mattinata … magari per oggi non lavoro più, e così mi ricordo che lì da quelle parti c’è la Cavallerizza di Gabetti e Isola, allora (1960) costruita in aperta campagna. Potrebbe essere interessante rivederla.

Mentre giro per trovare un accesso, mi appare una chiesetta che mi sembra allucinante, con una croce messa ad accrocchio fatta con putrelle in acciaio. E così, scendo a fotografarla, con l’empio intento di documentare un orrore.

1

Ma la chiesa emette dagli altoparlanti una musica per organo, bellissima: è un pezzo dal Clavicembalo ben temperato di Bach, mi pare.

Qualcosa è già cambiato. Mi rendo conto che sono entrato nello spleen del flaneur nella periferia urbana, come a volte mi capita, spesso nelle periferie urbane, in momenti particolari in cui è come se si fermasse, misteriosamente, il tempo.

E così, mi giro, e muoio di tenerezza a vedere i giochi di plastica di un bambino, sul retro abitato di un capannone, con un piccolo orto a ridosso della recinzione di alluminio zincato.

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Foto aerea, ora.

foto aerea

Il freccione indica la chiesetta, a pianta quadrata ma con asse principale sulla diagonale.

Pianta della carta napoleonica ora.

torino 17 B I

Campagna, con gli assi principali, e Stupinigi; il disegno sabaudo forte della Corona di Delitie. Confrontare le due viste. L’ansa del Sangone sembra si sia mossa, tra l’altro.

Foto aerea, ingrandita ora

aerea 2

Piccola analisi: nella zona est della foto abbiamo una zona residenziale, a prolungamento dell’abitato di Nichelino. Guardando questa foto aerea, si possono immaginare gli elaborati dei piani particolareggiati, Peep (Piano di Edilizia Economico Popolare) Pip (Piano Insediamenti Produttivi), Pec (Piano Edilizia Convenzionata) ed altre ed eventuali sigle degli espletamenti della urbanistica quantitativa e burocratica, basata sullo zoning e sugli standard, e il kulto dei dogmi Gropiuslecorbusieriani tradotti in italiano dai tecnici delle commissioni urbanistiche dei vecchi Partiti.

Come on, Peep show.

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Qualche osservazione, ma le sappiamo. Nel centro delle città, la presenza di persone è qualcosa di percepibile. Qui no. Il protagonista sono le strade, i parcheggi, le automobili, mentre la presenza umana è rarefatta. Le case non sono case, sono contenitori scatolari per proletari. Non è questione di come fai la scatola. Il male non è la scatola, è l’atto istituzionale di inscatolare la gente, per giunta con giustificazioni progressiste. Qui: abitazioni; lì servizi: lo sport, la chiesa, la scuola; là, i luoghi di lavoro; accanto: il centro commerciale. Tutto attorno, i parcheggi, e le strade, per veicolare il flusso funzionale delle merci, uomini compresi.

Allora, il dolce spleen nasce da questo: nel constatare come l’umanità si costruisca, nonostante tutta questa violenza che l’ha inscatolata, fuori dalle istituzioni e dai progetti, ambiti vitali: la musica di Bach, il bimbo che gioca nell’orto dietro il capannone; la grotta della madonnina, coi fiori;6i bambini allegri, che vanno in chiesa con le mamme (accanto, fuori dalla foto, il parroco prostrato in preghiera);8l’insegna rustica intagliata sul legno, e le lettere adesive sul vetro, che forse non sarebbero approvate dall’architetto che aveva fatto una cosa tutta spigoli e metallo (magari adducendo di celebrare, da buon schiavista mascherato, il lavoro sfruttato in fabbrica);7

la scorciatoia pedonale, non prevista dagli archiburocrati, verso il centro commerciale.

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Anche gli alberi che forse mimano l’accrocchio in profili metallici con la croce.

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Questa resistenza vitale tende a cessare nella mostruosa spianata di asfalto con benzinaio antistante il centro commerciale e la cavallerizza di Gabetti ed Isola, dalla nobile copertura. Anche la musica, ora è diversa: ora sono canzoni che chiudono e non aprono, fra il vuoto e il disperso, diffuse da una radio commerciale attraverso invisibili grandi altoparlanti. Qui, mi manca il fiato, e chissà ad luglio, questo spazio, cos’è.

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Mi ficco dentro la cavallerizza: ecco la copertura, da dentro. Disegno fine. Piacevole puzza di stallatico.

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E’ tempo di tornare: fotografo una cavallerizza in carne ed ossa col suo cavallo, poi ancora il piazzale verso le scatole d’abitazione e la chiesa, che non si vede.

P1030942.JPG

Ritorno alla base. La musica per organo è cessata. Al suo posto, una cieca e brutale music machine proveniente da un’autoradio chiude in amaro una tarda mattinata a Nichelino, intorno alla chiesa di San Damiano, il giorno del Venerdì Santo.

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Intervista alla Cavallerizza / Bounce presso “I Viali”, Nichelino

La rivedo in un sabato di pioggia di fine inverno.
“Ma è Lei, signora Cavallerizza di Gabetti e Isola? Da quant’è che non la vedo? Saranno quasi 10 anni!”

il resto qui su PresS/Letter

oppure qui su Fulmini e Saette

 

Apollinaire-De Chirico III (e ancora)

Nella “bio” di De Chirico nel sito della sua fondazione, si dice che Apollinaire recensì sull’Intransigeant la mostra del pittore italiano presso il proprio atelier, nell’ottobre 1913. Questo articolo non fu incluso nella raccolta Chroniques d’art, il libro di Apollinaire di cui ho parlato nei precedenti post. Sono andato a pescarlo allora sul sito fantastico della Biblioteca centrale di Francia, Gallica, qui.

Ecco l’articolo, che ho ritagliato per leggerlo meglio. Un sito fantastico, GALLICA!

apollinaire de chirico intrans 9-3-14

DUE NOTE A COMMENTO

1) La traduzione nella biografia del sito della Fondazione non è giusta: “ Il poeta lo definisce: “il pittore più sorprendente della giovane generazione”.  In realtà Apollinaire scrive una notazione più specifica e articolata, certo meno facilmente estraibile. Traduco io col mio francese imparato a scuola: ‘L’arte di questo giovane pittore è un’arte interiore e cerebrale, che non ha alcun rapporto con quella dei pittori che si sono affermati negli scorsi anni. Non deriva né da Matisse, né da Picasso; non deriva dagli impressionisti. Questa originalità è abbastanza nuova da meritare d’essere segnalata”.

2) Sarebbe interessante vedere se, dopo quest’articolo (9 ottobre 2013) De Chirico abbia seguito il consiglio di Apollinaire e schiarito la tavolozza. A memoria direi di si: i De Chirico anni 12-13 hanno colori meno squillanti di quelli del 14, ad esempio quelli esposti agli Indépendants 1914 di cui si è parlato nel post precedente. Verificare questo spunto.

 

 

Apollinaire De Chirico II (errata corrige)

Se vuoi ascoltare quello che ascolto mentre scrivo è qui (una composizione di Savinio, il fratello di De Chirico, del 1914)

Allora, questa cosa che Apollinaire non avesse mai citato nelle cronache dei Salon des indépendants De Chirico mi sembrava davvero strana. Enigmatica, aggettivo adatto a proposito di De Chirico. Cerco lumi leggendo le lettere di De Chirico a Apollinaire, leggibili nel sito della Fondazione De Chirico a quest’indirizzo .

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Da cui risulta che l’ Indépendants a cui il pittore partecipò fu quello del 1914. “Spero, caro amico, che voi userete la vostra influenza presso la commissione di allestimento affinché i miei dipinti non siano troppo sacrificati, riuniti insieme per quanto possibile e sistemati in una compagnia non troppo ridicola. Si trovano per il momento nella sala IX, ma non so se saranno appesi in questa sala. Avete intenzione di scrivere qualche parola su l’Intransigeant, a proposito dei quadri che avete visto nel mio atelier?” (Lettera V del 21/02/2014).

Uno dei quadri esposti agli Independants è questo “Nostalgia dell’infinito” 135 x 65 cm.

Ricontrollo le Chroniques d’art di Apollinaire sugli Indépendants 1914, e si, l’indice analitico dell’edizione Gallimard Folio Essais non era completa. De Chirico è menzionato.

G. de Chirico construit dans le calme et la méditation des compositions hamonieuses et mistérieuses. Conception plastique de la politique du temps. Ces études purement désinteressées et dont l’expression estétique est très impressionante méritent d’attirer l’attention“.

Non si era troppo sprecato, né era stato particolarmente chiaro a proposito de la politique du temps.

Il curatore della raccolta riporta in nota i titoli dei tre quadri esposti (oltre a quello qui rappresentato, c’era “gioie ed enigmi di un’ora strana” e “L’enigma di una giornata”), e il testo di un articolo non firmato, apparso in Paris Journal nel maggio 2014, probabilmente scritto da Apollinaire, che non mi pare notevole e che ora non ho voglia di trascrivere.

Niente, tutto questo ad errata corrige del precedente post. Direi che comunque, in buona sostanza, Apollinaire non fu un grande estimatore di De Chirico.

AGGIORNAMENTO: ho poi “pescato” un articolo di Apollinaire su De Chirico, che non era stato incluso nella raccolta di Chroniques d’art, lo mostro e lo commento qui

Gillo Dorfles (1910-2018)

P_20180302_200652C’è un libro di Gillo Dorfles nella mia biblioteca fondamentale, (quel centinaio di libri che cercherei di salvare da un cataclisma), ed è questo. Fu per me una bussola formidabile (questa edizione è 1985, ma dal ’60 fino credo a pochi anni fa egli aggiornò quest’opera).

Grandissima precisione, chiarezza e concisione nello spiegare quella cosa non banale che è l’arte di innovazione della seconda metà del ‘900. RIP vecchio Gillo.