Autore: Biz

Faccio l'architetto, ho quattro figli una moglie e un gatto.

Una noterella su “Architettura e Democrazia” di Salvatore Settis

C’è una cosa che particolarmente mi colpisce, leggendo questa raccolta di lezioni tenute da Settis all’Università della Svizzera italiana, Accademia di architettura, recentemente pubblicate nelle “vele” di Einaudi, sotto il titolo “Architettura e Democrazia – Paesaggio, Città, Diritti Civili”.

Mi colpisce soprattutto il costante riferimento al piano legislativo, quasi un’ossessione. Leggendo il testo, ci si potrebbe convincere che le questioni che riguardano il paesaggio (sulla nozione di paesaggio i testi sono particolarmente incentrati) siano in gran parte di tipo legislativo: il progresso è il contrastato percorso di norme e vincoli sempre più stringenti, sempre più onnicomprensive.

Anche solo sotto quest’aspetto, sarebbe bello che l’autore si ponesse quanto meno una domanda: com’è possibile che il paesaggio di città e campagna che si intende salvaguardare sia stato prodotto quando la legislazione a riguardo era assente, e invece negli ultimi anni, sia pure in presenza di legislazioni sicuramente corpose, il paesaggio si sia comunque degradato, senza peraltro che le nuove modificazioni abbiano prodotto spazi e paesaggi di qualità? (ammesso che quest’ultima osservazione sia vera, come parrebbe dalla lettura del testo).

Anche il solo porsi questa domanda porterebbe ad una minore sopravvalutazione degli aspetti legislativi e vincolistici, e ad una maggiore attenzione verso i fenomeni di effettiva produzione del paesaggio (usiamo pure questo termine ambiguo e complesso), che poi sono quelli che contano.

(pubblicato su PresS/Tletter qui)

Raffa-Allegoria sogno cavaliere

Raffaello, Allegoria. (il sogno del Cavaliere).  National Gallery London

La cultura del semaforo

Non so se voi, negli svariati minuti, giornate, in cui siete stati fermi ad un semaforo insieme a tante altre persone, abbiate mai pensato se cosa succederebbe se il semaforo non ci fosse.

Io l’ho fatto. E in quelle settimane o mesi di attesa, ho infine concluso che, salvo per particolari incroci e per certe ore, il traffico sarebbe stato migliore. Più fluido, più sicuro (ci si accosterebbe all’incrocio a minor velocità), con minori scarichi inutili. Migliore, appunto.

Non sono stato il solo a pensarlo, peraltro. Napoletani a parte, sembra che questa idea sia stata già applicata con successo in alcuni centri urbani, che alcuni studi stiano avvalorando questa tesi che può apparire, di primo acchito, balzana. Per non parlare delle ricerche più avanzate sugli incroci “smart” (che tuttavia sono una versione tecnologicamente avanzata del semaforo).

Il fatto è che nel nostro cervello è sempre più radicata la cultura del semaforo.

Questa strana concezione che l’individuo, nella collettività, determinerebbe danni essendo irresponsabile e incapace di regolarsi da sé in modo opportuno, e che dunque sia sempre necessario che venga limitato da regole decise a monte, e attuate tramite macchine, o zelanti burocrati.

Queste regole di fatto sostituiscono Dio, sono a priori, con la differenza che non ammettono né il libero arbitrio né eccezioni, in nessun caso. L’uomo è al suo servizio, non viceversa. E siccome i casi sono tantissimi, e le eccezioni ragionevoli pure, queste regole assumono proliferazioni a spirale, sempre più mostruose, volte a definire minuziosamente il lecito e l’illecito per quanto possibile, fino ad arrivare all’intimo del comportamento nella vita delle persone.

E’ senz’altro collegata a questa mentalità quella che ha portato probi cittadini a fermare una ambulanza, colpevole di andare contromano. Così come quella che porta ad avere incroci affollati con tutti i veicoli fermi per molti secondi, perché inspiegabilmente tutti hanno il rosso e nessuno si può muovere.

Siamo talmente immersi in questa “cultura del semaforo” da non rendercene conto.Dobbiamo cercare di avere meno semafori: sia nelle strade, che nelle leggi. Ma prima, soprattutto, anche nella nostra testa di uomini e progettisti.

(pubblicato in PresS/Tletter, qui)

Sotto la stella del Chuck

Chuck Berry ha avuto un destino particolare. Tutti in fondo volevano che non cambiasse mai, che fosse sempre quello che ha tracciato il primo solco principale del rock n roll. Lui peraltro sembrava divertirsi molto a fare sempre le stesse cose che aveva inventato da ragazzo. E come stupirsene? I comuni mortali oggi devono cambiare abitudini e modi di lavorare in continuazione, non possono dar nulla per scontato, devono lottare e rinnovarsi sempre. Ma a pensarci bene, è un destino che accomuna molti artisti, anche se lui l’ha vissuto in modo particolare. In un mondo che cambia velocemente, i Chuck Berry devono rimanere sempre gli stessi. E’ forse il senso profondo dell’appellativo “star”, senso che trascende la popolarità stessa.

Comunque, addio Chuck, riposa in pace. E tutto invecchia e muore, anche il rock n roll.


<p><a href=”https://vimeo.com/18623223″>Chuck Berry &amp; Keith Richards – Oh Carol</a> from <a href=”https://vimeo.com/user4386260″>Music Management USA</a> on <a href=”https://vimeo.com”>Vimeo</a&gt;.</p>

 

Nell’epoca della riproducibilità tecnica matura

Il pezzo del post precedente è ora su PresS/Tletter, ma con una sovrapposizione che ha implicato anche una modifica del titolo, che non mi convinceva. La sovrapposizione riguarda il pensare la questione dal punto di vista della tesi di Walter Benjamin riguardo alla “distruzione dell’aura” dell’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica.

(in realtà secondo me c’è una possibile sovrapposizione del discorso anche a riguardo della “fine della storia”, ma era questione un po’ difficile per me).

Per leggerlo clicca qui

E siccome è sabato, è anche un saturday soul surge.

Peter Gabriel , Shaking the Tree. E vale anche per l’otto marzo.

L’alluvione delle conoscenze

(pensato per PresS/TLetter ma anticipato qui)

Credo che non si rifletta abbastanza sul fatto che la formazione universitaria degli architetti, almeno fino a qualche anno fa, si basasse su Storie della Architettura in cui le immagini erano poche e generalmente d’epoca in bianco e nero. La fotografia dell’edificio esemplare, isolato e a se stante, diveniva una sorta di “icona”, e ciò contribuiva a rendere un’aura mitica degli edifici stessi. Questo effetto era forse rafforzato dagli intendimenti degli autori stessi (Pevsner, Giedion, e poi Hitchcock, Zevi, ecc) nel costruire una “mitologia della architettura moderna”.

Chi può negare che, specie in edifici un po’ fuorimano, alcune fotografie, con determinate prospettive, siano divenute quasi “l’edificio stesso”, in una sorta di sineddoche della conoscenza?

Tutto questo era facile, dava certezze. Spesso in giro si parla dell’opera di questo e di quello, avendo in realtà spesso una concezione estremamente superficiale, ed in mente soprattutto le immagini “iconiche”. E questo forse capitava in parte pure ai grandi storici. Te ne accorgi quando essi scrivono di sfuggita di oggetti che conosci e hai studiato bene.

L’altro giorno, forse perché avevo preso in mano “La Città vivente” di F.L.Wright, nella nuova edizione Einaudi, che non riesco mai a leggere veramente a parte le figure, vedendo la solita vecchia foto della Price Tower ho pensato: ma come sarà adesso? E Bartlesville in Oklahoma, che città è? Come è situata la torre in quella città? Ecc.

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Ovviamente è facile oggi avere una risposta a quesiti del genere con semplici azioni sul web, e so che molti amici lo fanno: si va con Google Earth, o eventuali altri sistemi analoghi, eventualmente divagando anche sul paesaggio rarefatto dei sobborghi, dei collegamenti fra le cittadine, a volte rimembrando titoli di canzoni a cui non avevi mai dato immagini precise (Last trip to Tulsa ad es.), che potrebbero funzionare come colonna sonora. Ma, ancora meglio sintonizzarsi in streaming su qualche stazione radio locale utilizzando Radio.garden) Per informazioni e dati, su Wikipedia, in genere sono affidabili. Per belle foto, si va su Instagram o simili.

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Certo, si sa. Ma tutto questo, che è ovvio, e presto anche superato, dà qualche sgomento.

Questa enorme discrepanza fra l’aumento delle possibilità di conoscenza e lo scarso tempo a disposizione in una vita. Questo mutare, fra un sistema di conoscenza precedente fondato su racconti forti, paragonabili al solco di grandi fiumi e poco discutibili, ad una pluralità pressocché illimitata e imprevedibile di percorsi e tagli in qualsiasi direzione, che tuttavia è sempre più difficile fare confluire nel vecchio percorso. Quasi noi si fosse parte di una alluvione della conoscenza individuale su scala collettiva.

Noto infine di sfuggita che la angolazione della foto classica della Price tower è sempre la più bella. Era una gran bella fotografia.

De Mauro, i dialetti, Pasolini

La Repubblica ripubblica (ahaha), in onore al recentemente deceduto Tullio de Mauro, un bel libro-conversazione fra Andrea Camilleri e lo stesso De Mauro, La lingua batte dove il dente duole, già edito da Laterza nel 2013. Ho letto le prime pagine, è godibilissimo e interessante, con questi due anziani dalla bella testa che fa scintille e con tanti interessanti ricordi, relazionati al tema della conversazione: la lingua e i dialetti italiani.

Annoto qui una frase di De Mauro che mi serve per l’argomento che avevo affrontato tempo fa in quella serie di post su Pasolini, in cui sostenevo che PPP abbia avuto, specie dopo la morte, un effetto controproducente sugli intellettuali italiani. (qui il primo della sequenza).

De Mauro: “Le classi colte di città, di Roma, di Milano, pensano che i dialetti siano cosa morta, che non si parlino più. Ma è una palese sciocchezza. Usiamo ancora i dialetti e li parliamo con forme ancora molto autonome rispetto all’italiano. Probabilmente gli intellettuali subiscono ancora l’influenza di Pasolini, che nel 1964 – prendendo una bella cantonata – sosteneva che era nato l’italiano e che il dialetto stava morendo, e che averemmo parlato un italiano tecnologico.

Il negozio di Pasquale Misuraca

Non sono un critico cinematografico, pertanto non so se esiste già una definizione del “genere” a cui l’ultima opera cinematografica di Pasquale Misuraca – il Negozio – appartiene. Io lo definisco, da profano, come genere “camera”, intendendo per genere non il genere contenutistico, ma, all’antica, come struttura narrativa (commedia, tragedia, fiaba ecc.). Il genere “camera” è quel genere in cui la telecamera viene esplicitamente, sia pure come finzione, posta a protagonista impersonale. Credo che ad esempio appartenga a questo genere, simile anche per ambiente (lì una tabaccheria, qui un negozio di occhiali), la bilogia Smoke – Blue in the face; ma anche, ad estremità diverse, Nodo alla gola (Rope) di Hitchock e gli sketch seriali di Camera Caffè. Il genere “camera” rafforza l’unità di luogo in modo esplicito, caratterizzante, frammentando e rendendo secondarie le altre unità aristoteliche, rendendo così la narrazione un qualcosa di aperto, indefinitamente non concluso.

Il film gioca su questo effetto di finzione realistica, a partire dalla introduzione dell’autore, che intende volutamente depistare lo spettatore, dandogli da intendere che di episodi ritratti oggettivamente si tratti. In effetti, tutti gli episodi che le telecamere fisse ci propongono sarebbero anche possibili. Ma certo emerge in essi qualcosa che esplicita la loro natura di finzione poetica. In particolare a poco a poco ciascun episodio tende a comporre un mosaico anche su un piano allegorico. Episodi spesso umoristici o onirici, e talvolta anche amari, come quello dell’anziano che rifiuta i nuovi occhiali, perché con essi vede troppo. Nel negozio, tramite le telecamere, ci sentiamo partecipi delle attitudini dei personaggi, così simili a come immaginiamo gli uomini della Magna Grecia trasportati ai giorni nostri, con la loro marcata propensione alla discussione filosofica, all’arte e alla vitalità della danza e dell’amore.

Di rilievo sul piano della recitazione la performance di Gabriele Parrillo, nell’ultimo episodio del film.

http://www.fulminiesaette.it/modules/news/article.php?storyid=4138

buona visione