Mese: marzo 2018

Nichelino, intorno alla chiesa di San Damiano, la mattina del venerdì santo.

Premessa: un venerdì santo di esattamente dieci anni fa, o forse era il giorno dopo, scrissi questo pezzo, che tratta della zona accanto alla “cavallerizza/bounce” dell’articoletto precedente. Mi è tornato in mente e lo riporto in vita (aggiungendo link musicali, oggi è ancor più facile di allora). 

:::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::

Di ritorno da un luogo dove devo fare un lavoro, posso scegliere se tornare passando da Stupinigi o Nichelino. La vista della Palazzina di Caccia di Juvarra, sia pure nel retro, è sempre confortante; ma se sono distratto non svolto, e finisco sul bordo di Nichelino, praticamente il culo di Mirafiori. Nichelino fa parte della “prima cintura”, divisa da Torino dal solo Sangone, fiumiciattolo da decenni in stato comatoso. Gipo Farassino, prima delle sue esperienze leghiste, fece del Sangone l’emblematico sfondo delle avventure di un operaio, nel gustoso “Sangon Blues”, con testo in piemontese.

(Sangon Blues di Farassino accompagnato da Johnson Righeira) 

Nichelino è un posto che ho sempre trovato acefalo, orrendo. Oggi è Venerdì Santo, tarda mattinata … magari per oggi non lavoro più, e così mi ricordo che lì da quelle parti c’è la Cavallerizza di Gabetti e Isola, allora (1960) costruita in aperta campagna. Potrebbe essere interessante rivederla.

Mentre giro per trovare un accesso, mi appare una chiesetta che mi sembra allucinante, con una croce messa ad accrocchio fatta con putrelle in acciaio. E così, scendo a fotografarla, con l’empio intento di documentare un orrore.

1

Ma la chiesa emette dagli altoparlanti una musica per organo, bellissima: è un pezzo dal Clavicembalo ben temperato di Bach, mi pare.

Qualcosa è già cambiato. Mi rendo conto che sono entrato nello spleen del flaneur nella periferia urbana, come a volte mi capita, spesso nelle periferie urbane, in momenti particolari in cui è come se si fermasse, misteriosamente, il tempo.

E così, mi giro, e muoio di tenerezza a vedere i giochi di plastica di un bambino, sul retro abitato di un capannone, con un piccolo orto a ridosso della recinzione di alluminio zincato.

2

Foto aerea, ora.

foto aerea

Il freccione indica la chiesetta, a pianta quadrata ma con asse principale sulla diagonale.

Pianta della carta napoleonica ora.

torino 17 B I

Campagna, con gli assi principali, e Stupinigi; il disegno sabaudo forte della Corona di Delitie. Confrontare le due viste. L’ansa del Sangone sembra si sia mossa, tra l’altro.

Foto aerea, ingrandita ora

aerea 2

Piccola analisi: nella zona est della foto abbiamo una zona residenziale, a prolungamento dell’abitato di Nichelino. Guardando questa foto aerea, si possono immaginare gli elaborati dei piani particolareggiati, Peep (Piano di Edilizia Economico Popolare) Pip (Piano Insediamenti Produttivi), Pec (Piano Edilizia Convenzionata) ed altre ed eventuali sigle degli espletamenti della urbanistica quantitativa e burocratica, basata sullo zoning e sugli standard, e il kulto dei dogmi Gropiuslecorbusieriani tradotti in italiano dai tecnici delle commissioni urbanistiche dei vecchi Partiti.

Come on, Peep show.

3 copia45.jpg

Qualche osservazione, ma le sappiamo. Nel centro delle città, la presenza di persone è qualcosa di percepibile. Qui no. Il protagonista sono le strade, i parcheggi, le automobili, mentre la presenza umana è rarefatta. Le case non sono case, sono contenitori scatolari per proletari. Non è questione di come fai la scatola. Il male non è la scatola, è l’atto istituzionale di inscatolare la gente, per giunta con giustificazioni progressiste. Qui: abitazioni; lì servizi: lo sport, la chiesa, la scuola; là, i luoghi di lavoro; accanto: il centro commerciale. Tutto attorno, i parcheggi, e le strade, per veicolare il flusso funzionale delle merci, uomini compresi.

Allora, il dolce spleen nasce da questo: nel constatare come l’umanità si costruisca, nonostante tutta questa violenza che l’ha inscatolata, fuori dalle istituzioni e dai progetti, ambiti vitali: la musica di Bach, il bimbo che gioca nell’orto dietro il capannone; la grotta della madonnina, coi fiori;6i bambini allegri, che vanno in chiesa con le mamme (accanto, fuori dalla foto, il parroco prostrato in preghiera);8l’insegna rustica intagliata sul legno, e le lettere adesive sul vetro, che forse non sarebbero approvate dall’architetto che aveva fatto una cosa tutta spigoli e metallo (magari adducendo di celebrare, da buon schiavista mascherato, il lavoro sfruttato in fabbrica);7

la scorciatoia pedonale, non prevista dagli archiburocrati, verso il centro commerciale.

9

Anche gli alberi che forse mimano l’accrocchio in profili metallici con la croce.

10

Questa resistenza vitale tende a cessare nella mostruosa spianata di asfalto con benzinaio antistante il centro commerciale e la cavallerizza di Gabetti ed Isola, dalla nobile copertura. Anche la musica, ora è diversa: ora sono canzoni che chiudono e non aprono, fra il vuoto e il disperso, diffuse da una radio commerciale attraverso invisibili grandi altoparlanti. Qui, mi manca il fiato, e chissà ad luglio, questo spazio, cos’è.

11

Mi ficco dentro la cavallerizza: ecco la copertura, da dentro. Disegno fine. Piacevole puzza di stallatico.

12

E’ tempo di tornare: fotografo una cavallerizza in carne ed ossa col suo cavallo, poi ancora il piazzale verso le scatole d’abitazione e la chiesa, che non si vede.

P1030942.JPG

Ritorno alla base. La musica per organo è cessata. Al suo posto, una cieca e brutale music machine proveniente da un’autoradio chiude in amaro una tarda mattinata a Nichelino, intorno alla chiesa di San Damiano, il giorno del Venerdì Santo.

14

Annunci

Intervista alla Cavallerizza / Bounce presso “I Viali”, Nichelino

La rivedo in un sabato di pioggia di fine inverno.
“Ma è Lei, signora Cavallerizza di Gabetti e Isola? Da quant’è che non la vedo? Saranno quasi 10 anni!”

il resto qui su PresS/Letter

oppure qui su Fulmini e Saette

 

Apollinaire-De Chirico III (e ancora)

Nella “bio” di De Chirico nel sito della sua fondazione, si dice che Apollinaire recensì sull’Intransigeant la mostra del pittore italiano presso il proprio atelier, nell’ottobre 1913. Questo articolo non fu incluso nella raccolta Chroniques d’art, il libro di Apollinaire di cui ho parlato nei precedenti post. Sono andato a pescarlo allora sul sito fantastico della Biblioteca centrale di Francia, Gallica, qui.

Ecco l’articolo, che ho ritagliato per leggerlo meglio. Un sito fantastico, GALLICA!

apollinaire de chirico intrans 9-3-14

DUE NOTE A COMMENTO

1) La traduzione nella biografia del sito della Fondazione non è giusta: “ Il poeta lo definisce: “il pittore più sorprendente della giovane generazione”.  In realtà Apollinaire scrive una notazione più specifica e articolata, certo meno facilmente estraibile. Traduco io col mio francese imparato a scuola: ‘L’arte di questo giovane pittore è un’arte interiore e cerebrale, che non ha alcun rapporto con quella dei pittori che si sono affermati negli scorsi anni. Non deriva né da Matisse, né da Picasso; non deriva dagli impressionisti. Questa originalità è abbastanza nuova da meritare d’essere segnalata”.

2) Sarebbe interessante vedere se, dopo quest’articolo (9 ottobre 2013) De Chirico abbia seguito il consiglio di Apollinaire e schiarito la tavolozza. A memoria direi di si: i De Chirico anni 12-13 hanno colori meno squillanti di quelli del 14, ad esempio quelli esposti agli Indépendants 1914 di cui si è parlato nel post precedente. Verificare questo spunto.

 

 

Apollinaire De Chirico II (errata corrige)

Se vuoi ascoltare quello che ascolto mentre scrivo è qui (una composizione di Savinio, il fratello di De Chirico, del 1914)

Allora, questa cosa che Apollinaire non avesse mai citato nelle cronache dei Salon des indépendants De Chirico mi sembrava davvero strana. Enigmatica, aggettivo adatto a proposito di De Chirico. Cerco lumi leggendo le lettere di De Chirico a Apollinaire, leggibili nel sito della Fondazione De Chirico a quest’indirizzo .

giorgio-de-chirico-the-nostalgia-of-the-infinite-1419456363_b

Da cui risulta che l’ Indépendants a cui il pittore partecipò fu quello del 1914. “Spero, caro amico, che voi userete la vostra influenza presso la commissione di allestimento affinché i miei dipinti non siano troppo sacrificati, riuniti insieme per quanto possibile e sistemati in una compagnia non troppo ridicola. Si trovano per il momento nella sala IX, ma non so se saranno appesi in questa sala. Avete intenzione di scrivere qualche parola su l’Intransigeant, a proposito dei quadri che avete visto nel mio atelier?” (Lettera V del 21/02/2014).

Uno dei quadri esposti agli Independants è questo “Nostalgia dell’infinito” 135 x 65 cm.

Ricontrollo le Chroniques d’art di Apollinaire sugli Indépendants 1914, e si, l’indice analitico dell’edizione Gallimard Folio Essais non era completa. De Chirico è menzionato.

G. de Chirico construit dans le calme et la méditation des compositions hamonieuses et mistérieuses. Conception plastique de la politique du temps. Ces études purement désinteressées et dont l’expression estétique est très impressionante méritent d’attirer l’attention“.

Non si era troppo sprecato, né era stato particolarmente chiaro a proposito de la politique du temps.

Il curatore della raccolta riporta in nota i titoli dei tre quadri esposti (oltre a quello qui rappresentato, c’era “gioie ed enigmi di un’ora strana” e “L’enigma di una giornata”), e il testo di un articolo non firmato, apparso in Paris Journal nel maggio 2014, probabilmente scritto da Apollinaire, che non mi pare notevole e che ora non ho voglia di trascrivere.

Niente, tutto questo ad errata corrige del precedente post. Direi che comunque, in buona sostanza, Apollinaire non fu un grande estimatore di De Chirico.

AGGIORNAMENTO: ho poi “pescato” un articolo di Apollinaire su De Chirico, che non era stato incluso nella raccolta di Chroniques d’art, lo mostro e lo commento qui

Gillo Dorfles (1910-2018)

P_20180302_200652C’è un libro di Gillo Dorfles nella mia biblioteca fondamentale, (quel centinaio di libri che cercherei di salvare da un cataclisma), ed è questo. Fu per me una bussola formidabile (questa edizione è 1985, ma dal ’60 fino credo a pochi anni fa egli aggiornò quest’opera).

Grandissima precisione, chiarezza e concisione nello spiegare quella cosa non banale che è l’arte di innovazione della seconda metà del ‘900. RIP vecchio Gillo.