Mese: febbraio 2018

Apollinaire, De Chirico, nazionalismi

 

Premessa. Uno dei vantaggi di abitare in un condominio ove risiedono benestanti, è che ti possa capitare di trovare, nella zona raccolta carta in cortile, scatoloni pieni di bei libri. Passando in cortile, al volo, ho così sottratto al macero (o alla eventuale rivendita degli addetti a qualche bancarella) un bel po’ di libri interessanti. In particolare ho salvato parecchi libri in lingua francese, fra cui alcuni di Guillame Apollinaire, di cui, a ripensarci, ho sempre sentito parlare ma di cui non ho nulla in casa, se non in libri antologici. Uno di questi è Chroniques d’art 1902-1918, una raccolta di articoli di Apollinaire in tema di arte. L’edizione è di Gallimard nella collana economica folio, 1960, di circa 550 pagine. Sono articoli scritti soprattutto per il quotidiano parigino L’intransigeant, in cui il poeta e critico commenta le mostre in corso a Parigi, i vari Salon d’automne ecc.  Il libro ha in copertina il celebre ritratto di Apollinaire di Giorgio De Chirico, del 1914, ora custodito al Centre Pompidou.

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Le raccolte di articoli è un genere letterario particolare. Il saggio d’occasione, già pensato per un pubblico non particolarmente scelto, è in genere piuttosto rivelatore degli orientamenti dell’autore, in misura maggiore rispetto al saggio vero e proprio, o alla pubblicazione organica e unitaria. Questi ultimi sono destinati ad un pubblico selezionato, e ai posteri; e quindi privi di elementi contingenti, depurati da interessi e tic, che invece sono proprio gli elementi maggiormente rivelatori. La raccolta di articoli è il classico genere di libro che non si legge dall’inizio alla fine, ma si pilucca come un panettone, leggendo pezzi di argomenti che interessano e si conoscono meglio. E così ho fatto, cominciando, naturalmente, a leggere quanto Apollinaire scriveva dei Futuristi italiani.

La cosa che mi ha maggiormente colpito è l’approccio molto nazionalista all’arte di Apollinaire, cosa che non immaginavo. I discrimini, i filtri base nelle sue letture, sono quelli relativi alle nazioni. Parla molto di arte francese, celebrandola in massimo grado; e ogni artista di provenienza straniera viene soppesato in relazione all’arte francese, pietra di paragone. Picasso, massimamente celebrato, è tuttavia sostanzialmente interno all’arte parigina. In ogni caso questo aspetto nazionalistico è molto presente, quasi ossessivo. La cosa, a ripensarci, potrebbe essere abbastanza normale per l’epoca: siamo negli anni della grande guerra o poco precedenti, oltre cento anni fa; anni in cui il Nazionalismo, devastante come l’influenza spagnola, imperava. Apollinaire fu gravemente ferito alla testa in guerra, ma di “spagnola” morì, due soli giorni prima che finisse la guerra. Per di più L’Intransigeant, leggo, era un quotidiano politicamente nazionalista.

Scorrevo il libro, con “serendipity” scoprendo articoli su Gaudì, sulla Goncarova e Larionov, Rousseau il doganiere, sull’architettura inglese e tante altre cose. E riguardando la copertina, pensi: e De Chirico? Scorrendo l’indice analitico, De Chirico non figura. Perché?

Decido di controllare Memorie della mia vita di De Chirico, che ho in una bellissima edizione e di cui mi ricordo di aver letto i suoi ricordi di Parigi di quegli anni. Curiosamente, la copertina presenta lo stesso dipinto, il ritratto di Apollinaire

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Nelle Memorie leggiamo che, tramite l’interessamento di Laprade, il giovane De Chirico venne ammesso al Salon d’Automne (credo del 1911) con tre opere, con buon successo. E poi

… sempre dietro consiglio di persone che conoscevano l'”ambiente”, andrai a trovare Guillame Apollinaire. Questi abitava un piccolo appartamento all’ultimo piano di una vecchia casa borghese del Boulevard Saint Germain; il sabato, dalle cinque alle otto, riceveva gli amici. Venivano pittori, poeti, letterati, quelli cosiddetti “giovani” e “intelligenti” e che propugnavano le cosiddette “idee nuove”.  (…) Apollinaire pontificava seduto al suo tavolo di lavoro; individui taciturni e volutamente pensosi sedevano sulle poltrone e sui divani; la maggior parte di essi fumava, secondo la moda di quel tempo e di quegli ambienti, pipe di gesso (…) Sui muri stavano attaccati quadri di Marie Laurencin, di Picasso e di alcuni oscuri cubisti di cui ho dimenticato il nome. Più tardi furono attaccati anche due o tre quadri metafisici miei, tra i quali c’era anche un ritratto di Apollinaire, raffigurato come una sagoma di tiro a segno che, a quanto pare, profetizzò la ferita che Apollinaire ricevé alla testa nella guerra del 1915-18Io andavo quasi sempre (…) però sin d’allora non nutrivo grande stima e simpatia per quell’ambiente e mi ci annoiavo parecchio; probabilmente questi sentimenti mi si leggevano in faccia perché osservai che, tanto Apollinaire quanto gli altri componenti il cenacolo, benché mi dimostrassero un certo interesse e una certa cordialità, nutrivano per me della diffidenza e fiutavano in me un individuo assai diverso da loro

Apollinaire consigliò a De Chirico di esporre agli Indépendants, ove espose l’anno dopo (1912 ?). Negli articoli di A. su quel salone del 1912 troviamo menzioni per tanti artisti oggi sconosciuti, ma non una sul giovane De Chirico, che pure supponiamo esponesse le sue opere di maggior quotazione oggi. (l’autore della prefazione al volume di Apollinaire scrisse di ” … quantité de peintre oubliés sont ressuscités dans ces pages.” Stessa cosa controllando per gli Indépendants del 1913 e 14, qualora ci fosse un problema sulle date. Del resto, se nell’indice analitico non c’è …

Arrivò la guerra. De Chirico parla ancora di Apollinaire nelle sue memorie, con una indicazione molto interessante a proposito del tema del Nazionalismo.

… amici e conoscenti sparivano l’uno dopo l’altro, inghiottiti dalla guerra. Apollinaire si era precipitato ad arruolarsi, ma egli fece questo, non tanto per amore della Francia, come molti ingenuamente credono, quanto perché aveva delle origini molto imbrogliate e oscure; … la madre sua era polacca, ma poi era nato in Italia, a Roma; pare che suo padre fosse italiano; aveva passato la fanciullezza nel principato di Monaco e la giovinezza in Germania. Egli anelava quindi ad appartenere ad un Paese, ad una razza, ad avere un passaporto in regola.”

Questo sentimento De Chirico lo deduce per analogia, essendo lui nato in Grecia. “Spinti dallo stesso impulso che indusse Apollinaire ad arruolarsi nell’esercito francese, io e mio fratello partimmo per Firenze onde presentarci a quel distretto militare ove eravamo iscritti.

Infine. Non si capisce esattamente per quale motivo Apollinaire non avesse menzionato De Chirico nelle sue cronache. Forse, banalmente, non aveva capito la pittura di quel ragazzo probabilmente antipatico e superbo, che tuttavia negli anni dell’immediato dopoguerra divenne “artista di culto” presso i surrealisti, che fecero incetta delle sue opere giovanili “metafisiche”. Ma questa è un’altra storia.

Quel che si capisce è, per l’ennesima volta, quanto sia cosa triste, abietta e letale il Nazionalismo, che pure oggi qualche brutto soggetto vuole resuscitare. Se da vivo, il Nazionalismo fu orrore, figuriamoci come sarebbe da Zombie!

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