Mese: gennaio 2017

De Mauro, i dialetti, Pasolini

La Repubblica ripubblica (ahaha), in onore al recentemente deceduto Tullio de Mauro, un bel libro-conversazione fra Andrea Camilleri e lo stesso De Mauro, La lingua batte dove il dente duole, già edito da Laterza nel 2013. Ho letto le prime pagine, è godibilissimo e interessante, con questi due anziani dalla bella testa che fa scintille e con tanti interessanti ricordi, relazionati al tema della conversazione: la lingua e i dialetti italiani.

Annoto qui una frase di De Mauro che mi serve per l’argomento che avevo affrontato tempo fa in quella serie di post su Pasolini, in cui sostenevo che PPP abbia avuto, specie dopo la morte, un effetto controproducente sugli intellettuali italiani. (qui il primo della sequenza).

De Mauro: “Le classi colte di città, di Roma, di Milano, pensano che i dialetti siano cosa morta, che non si parlino più. Ma è una palese sciocchezza. Usiamo ancora i dialetti e li parliamo con forme ancora molto autonome rispetto all’italiano. Probabilmente gli intellettuali subiscono ancora l’influenza di Pasolini, che nel 1964 – prendendo una bella cantonata – sosteneva che era nato l’italiano e che il dialetto stava morendo, e che averemmo parlato un italiano tecnologico.

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Il negozio di Pasquale Misuraca

Non sono un critico cinematografico, pertanto non so se esiste già una definizione del “genere” a cui l’ultima opera cinematografica di Pasquale Misuraca – il Negozio – appartiene. Io lo definisco, da profano, come genere “camera”, intendendo per genere non il genere contenutistico, ma, all’antica, come struttura narrativa (commedia, tragedia, fiaba ecc.). Il genere “camera” è quel genere in cui la telecamera viene esplicitamente, sia pure come finzione, posta a protagonista impersonale. Credo che ad esempio appartenga a questo genere, simile anche per ambiente (lì una tabaccheria, qui un negozio di occhiali), la bilogia Smoke – Blue in the face; ma anche, ad estremità diverse, Nodo alla gola (Rope) di Hitchock e gli sketch seriali di Camera Caffè. Il genere “camera” rafforza l’unità di luogo in modo esplicito, caratterizzante, frammentando e rendendo secondarie le altre unità aristoteliche, rendendo così la narrazione un qualcosa di aperto, indefinitamente non concluso.

Il film gioca su questo effetto di finzione realistica, a partire dalla introduzione dell’autore, che intende volutamente depistare lo spettatore, dandogli da intendere che di episodi ritratti oggettivamente si tratti. In effetti, tutti gli episodi che le telecamere fisse ci propongono sarebbero anche possibili. Ma certo emerge in essi qualcosa che esplicita la loro natura di finzione poetica. In particolare a poco a poco ciascun episodio tende a comporre un mosaico anche su un piano allegorico. Episodi spesso umoristici o onirici, e talvolta anche amari, come quello dell’anziano che rifiuta i nuovi occhiali, perché con essi vede troppo. Nel negozio, tramite le telecamere, ci sentiamo partecipi delle attitudini dei personaggi, così simili a come immaginiamo gli uomini della Magna Grecia trasportati ai giorni nostri, con la loro marcata propensione alla discussione filosofica, all’arte e alla vitalità della danza e dell’amore.

Di rilievo sul piano della recitazione la performance di Gabriele Parrillo, nell’ultimo episodio del film.

http://www.fulminiesaette.it/modules/news/article.php?storyid=4138

buona visione