Il rock e la vecchiaia, III

Può essere interessante astrarre un poco la questione, e compararla con il tema più generale della conservazione, quale ad esempio si presenta nel restauro architettonico.

Chiunque l’abbia un minimo praticato, sa che il restauro architettonico pone costantemente dilemmi e conflitti fra la necessità di ripristino della qualità del corpo (architettonico) in molti casi eminentemente estetica, oltre che funzionale, e la necessità di conservazione della sua integrità originaria, proprio dei materiali costituenti. I restauri disinvolti, che concedono troppo all’effetto di splendore ed alla efficacia dei funzionamenti, finiscono col mortificare, rendendolo inautentico, il vecchio corpo architettonico. D’altro canto, restauri troppo filologici, senza alcuna indulgenza verso istanze che non siano storiche, tendono ugualmente a mortificare il corpo architettonico come organismo vivo ed estetico, tendendo infine alla accettazione della rovina, massima autenticità. Il restauro architettonico è dunque, come aveva lucidamente indicato Cesare Brandi, una questione di conflitto ed equilibrio fra istanze storiche e istanze estetiche.

Il restauro del corpo umano in genere e della sua superficie è compito di medici, allenatori atletici, dietologi, chiurughi estetici. Presenta di fatto problemi differenti, per alcuni aspetti meno curabili essendo il corpo umano soggetto all’invecchiamento in modo più inesorabile e rapido, più complessi riguardando la psiche umana nei rapporti interpersonali, pubblici, e non un corpo inerte, sia pure pubblico e dunque oggetto di proiezioni psichiche come quello architettonico.

Tornando al tema, possiamo allora individuare due tipi di errori nel restauro dell’uomo di spettacolo e in particolare dell’artista di musica rock: il primo è l’eccesso di intervento (spesso con invasivi interventi di chiurgia plastica) al fine di mantenere giovanile il corpo (magro, scattante, senza rughe), che però è tentativo vano e  che rischia, se non equilibrato, di mettere in ridicolo chi lo pratica. Il secondo è quello della eccessiva ostentazione del corpo invecchiato a parità delle altre condizioni, quasi una estetica del brutto autentico, che tuttavia, poco concedendo al senso estetico comune, risulta infine repellente.

In realtà sono due facce di una stessa medaglia: la non serena accettazione della vecchiaia con dignità (e quindi non priva di una sua particolare bellezza, di differente genere, che tuttavia richiede un cambiamento, una rinuncia al continuare a fare quel che si poteva fare da giovani nello stesso modo). Non a caso questa strategia viene compiuta da artisti che non riescono a rinnovare il loro modo di essere musicisti e performers, perpetrando il loro modo giovanile.

Steven-TylerCome esempio del primo tipo potremmo dire dei capelli di Lucio Dalla, o alcune fasi del “restauro” di Steven Tyler (cl. 1948) in cui era diventuo repellente e inguardabile, gonfio di botox. Negli ultimi tempi ha tuttavia attuato alcuni correttivi (baffi e pizzetto, tavolta occhiali che sono un segno di anzianità e saggezza) che, uniti al fatto che comunque non ha ancora nemmeno 70 anni e mantiene una qualità di cantante e animale da palcoscenico notevolissima, rendono il suo tentativo infine azzeccato, come testimonia questo video girato pochi giorni fa.

 

L’altro esempio che vorrei proporre è Iggy Pop (c. 1947). Per chi lo conosce non è il caso di dire altro. Per chi non lo conoscesse si può dire che Iggy, più di ogni altro cantante rock, ha usato e ostentato il proprio corpo, ne ha fatto la materia stessa del suo spettacolo. Una bandiera del rock underground più duro e senza compromessi, ma con l’approvazione del milieu colto, per via dei contatti con l’ambiente Factory di Warhol, le produzioni di David Bowie berlinese che lo rilanciarono presso un più vasto pubblico sull’onda del punk di cui con gli Stooges fu precursore, le apparizioni cinematografiche anche con registi d’essai come Jim Jarmush.

Il video che metto qui smentisce in un certo senso il mio giudizio negativo. Girato nel 2015 da un videoamatore, ma con buona qualità. Iggy, 68 anni, esegue il suo brano più noto, tratto dal suo primo album fatto con gli Stooges del 1969. Lo esegue come ha sempre fatto, forse nell’unico modo in cui si può fare quel brano. Io lo vidi dal vivo nei primi anni 80 e faceva più o meno le stesse cose, certo più tonico, e con la pelle giovane.

Credo che pochissimi possano adottare con successo la sua strategia d’invecchiamento.  I Red Hot Chili Peppers temo ci stiano provando. Sono ancora in tempo a percorrere nuove strade (Kiedis e Balzary cl. 1962)

 

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