La solitudine dei decostruttivisti

A margine della scomparsa della Hadid è scaturito da discussioni in rete un interrogativo a cui cerco di dare risposta in questo scritto, su Amate l’architettura che è un blog di giovani architetti. (cosa che ahimè io non sono più; dico giovane).

ad.jpgIn questo scritto sostengo che :

a) il “decostruttivismo” in architettura è, come fenomeno generale, perlopiù una etichetta alla stregua di quelle discografiche promozionali di gruppi di musica pop; in essa pertanto vengono sussunti architetti che davvero decostruzionisti non sono (ad esempio, Zaha Hadid non lo era).

b) questo perchè la decostruzione in architettura, nel suo nocciolo autentico, è tentativo, più che altro teorico, compiuto da Eisenman con Derrida complice Tschumi, a metà anni ’80. Cerebrale, astruso, tutto novecentesco ed accademico, sostanzialmente una fine (del postmoderno) più che qualcosa di nuovo.

c) al di là di questa ambiguità di fondo, il decostruzionismo non diviene movimento culturale e artistico coeso perchè oggi le condizioni non consentono di farne. E soprattutto non lo consentono a chi ha finalità decostruzioniste.

L’articulett è qui, il titolo è loro.

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