Mese: novembre 2015

Periferie, bubboni e passato

Ritorna complice l’inverno la rubrica Saturday Soul Surge che per l’occasione torna anche musicalmente alle origini con un pezzo di Nat Adderley di stampo soul-gospel “Sermonette”.

Questo per via anche di uno dei temi che affronto. Se vuoi ascoltare oltre che leggere …

 

PARTE 1 – PERIFERIA FISICA E PERIFERIA ESISTENZIALE – Nei giorni successivi alla strage del Bataclan, i giornali sono tornati a parlare delle periferie, queste banlieues disfunzionali originate da idee lecorbusieriane che forniscono, pare, materiale umano per il terrorismo di matrice islamica. Questo modello di città assurdo e solo giustificato da impetuose crescite urbane novecentesche nelle città industriali, che la Città di Torino ha avuto l’idea geniale d’importare, con tanto di architetto francese, ormai nel nuovo secolo, a Spina 3 e 4.

E come da dieci anni a questa parte (la rivolta nelle banlieues, i meno giovani forse ricorderanno), i giornali chiedono “il parere dell’architetto”. E chi meglio di Renzo Piano, con tutto il suo innegabile charme e la sua nuova iniziativa G124?  Mentre, su questo tema, cercavo del materiale per arricchire qualche riflessione da postare in PresS/Tletter del buon Prestinenza (articolo uscito qui), mi sono imbattuto in una riflessione sul concetto di “periferia” che mi ha molto colpito, di Papa Bergoglio.

Ne riporto alcuni pezzi : “Quando parlo di periferia parlo di confini. Normalmente noi ci muoviamo in spazi che in un modo o nell’altro controlliamo. Questo è il centro. Nella misura in cui usciamo dal centro e ci allontaniamo da esso scopriamo più cose, e quando guardiamo al centro da queste nuove cose che abbiamo scoperto, da nuovi posti, da queste periferie, vediamo che la realtà è diversa. …. La realtà si vede meglio dalla periferia che dal centro. Compresa la realtà di una persona, la periferia esistenziale, o la realtà del suo pensiero.”

Questo mi sta dando da pensare. Perchè da un lato, relativizzando il concetto di “periferia” fa sì che tutto possa essere periferia di qualcos’altro; e dall’altro, legando il concetto di periferia unicamente al concetto di limite, afferma che è da quella posizione liminare, agli stati limite, che la realtà si vede meglio. Il pensiero dominante che non mi piace invece tende semplicemente ad espandere il proprio centro eliminando tutto il resto o rendendolo residuale, periferico.

(l’intervista completa di Papa Francesco è qui 

PARTE 2 -IL GRANDE BUBBONE

Abbastanza divertente la questione del bubbone Sony Uefa a Piazza Vittorio a Torino. (per chi non ne sa nulla, metto un link ad un articolo generale, un po’ “filogovernativo” , qui)

Personalmente non mi scandalizzo. Se una installazione è provvisoria e reversibile, entro certi limiti e  paga abbastanza, perchè no? Ecco però in questo caso i limiti si sono passati. A parte il fatto che voci di corridoio (che non ho verificato) mi dicono che si è fatta una delibera IN DEROGA e che quindi il discorso della falla nel regolamento non è vera, l’altezza è davvero esagerata. Cambia la figura della piazza. Non è più la grande piazza Vittorio a contenere uno stand. E’ lo stand, il grande bubbone, che diventa il protagonista. E comunque, meno di 5000 euri per una settimana di orrendo bubbone ai ricconi sony e uefa mi pare un po’ pochino, se a me levano la pelle quando casco nelle trappole di ztl a macchia leopardo o autovelox impossibili; o anche solo per campare, con tasse esiziali. Il solito atteggiamento di debolezza coi forti e inflessibile durezza e cattiveria nei confronti dei deboli. Insomma, “è il capitalismo, bellezza”.

Non mi stupisce nemmeno l’atteggiamento di chi fa il moderno “embè? e a me piace, e che, sei bacchettone? è come una installazione d’arte contemporanea!” Ecco, appunto.

epperfinire:

PARTE 3 – LA FRASE DELLA SETTIMANA

Stamattina, il mio amico Massimo Camasso su facebuk :

“Il passato è roba per ricchi”.

(in fondo vale non solo per le persone, ma anche per le città)

E mi pare che, casualmente ma non in modo insignificante, le tre parti siano collegate.

ciao

 

 

Breton, grand con

Passando davanti ad una bancarella di libri oggi sono rimasto attratto da un libro di Abscondita di André Breton, Il surrealismo e la pittura. I libri di Abscondita su bancarella hanno su di me un potere d’attrazione forte. Sono belle edizioni, sicuro. André Breton invece non lo sfioro da anni e anni. Da ragazzo, per un certo periodo, l’ho letto parecchio. E ho concluso che fosse un enorme cialtrone, vanesio, pieno di sè,  intrigante (in senso italiano, negativo), pettegolo, settario. In una sola parola, uno scrittore da evitare. Velenoso, peraltro. Ci impiegai un po’ prima di liberarmi del suo veleno.

Eppure oggi sono rimasto attratto da quel libro, sebbene il testo lo avessi già certamente (in una edizione di opere scelte Oscar Mondadori). Non ne ricordavo il contenuto. Certamente l’avevo letto, al tempo. E così, complice il modesto prezzo (3 euri), l’ho comprato. Mi fido sempre del mio istinto bibliofilo. Tanto più che dovevo andare ad una visita medica. Me lo leggiucchierò in sala d’attesa, ho pure pensato pregustando la lettura.

manrayandrebredton1932

Breton solarizzato da Man Ray, 1930

Apro, con la migliore disposizione d’animo di rivalutarlo, e già poco dopo l’incipit leggo: “A questi livelli di sensazione corrispondono realizzazioni spirituali abbastanza precise e distinte da autorizzarmi ad attribuire all’espressione plastica un valore che insisterò invece nel rifiutare all’espressione musicale, la più profondamente confusionaria di tutte. Le immagini auditive sono infatti inferiori a quelle visive non soltanto per nitore, ma anche per rigore, e, checché ne dicano i melomani, non servono a rafforzare l’idea della grandezza umana“. (grassetti miei).

Non sono andato oltre, se non sfogliando alla rinfusa il resto cogliendo ad ogni passo di lettura veloci enormi cretinerie ricche solo di prosopea. Alla mia età, posso leggere qualcosa di un enorme stronzo quale pensavo che fosse, ma non di un enorme idiota quale Breton era. Breton, un grand con, fa pure rima. Non perdete tempo a leggerlo, mai.