Da Epcot a Tomorrowland (parte I)

Ho ancora un figlio di età tale da essere accompagnato a vedere al cinema anche l’ultimo della Disney. In questo caso, Tomorrowland.

Ecco un trailer

Sembra che gli sceneggiatori siano partiti, nell’immaginare la cittadella di Tomorrowland, dalla concezione di quel progetto urbanistico che fu uno degli ultimi progetti di Walt Disney in persona, EPCOT, acronimo di Esperimental Prototype Community Of Tomorrow.

Devo dire che non lo conoscevo. Le storie della architettura del 900 sono ancora troppo centrate sugli “architetti” per accennare all’urbanistica di un non architetto, per quanto famoso come Disney. Sebbene spesso le cose maggiormente innovative della storia dell’architettura dal XIX ad oggi siano state generate da non architetti (peraltro, nemmeno F.L.Wright poteva, sul piano dei titoli di studio, vantare d’esserlo).

Girando su internet, anzi, al secondo colpo – Umberto Eco permettendo, in modo assai più semplice che consultare la sua mega enciclopedia a pagamento su cd rom, troviamo un sito che sul progetto EPCOT ci dice praticamente quasi tutto, ed è corredato da molte illustrazioni e delle varie versioni dei film originali. Qui.

La faccenda si ricollega in modo preciso a quella che avevo già trattato qui, a proposito delle visioni del futuro della General Motors.

Il concetto di EPCOT, parte di un più grande progetto territoriale era, come Disney stesso dichiara nel film: “E.P.C.O.T will take its cue from the new ideas and new technologies that are now emerging from the creative centers of American industry. It will be a community of tomorrow that will never be completed, but will always be introducing, and testing, and demonstrating new materials and new systems. And EPCOT will always be a showcase to the world of the ingenuity and imagination of American free enterprise.

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Questo concetto sembra senz’altro più “avanzato” degli esiti progettuali del masterplan, che invece appaiono, sul piano urbanistico, l’ennesima versione della Garden City di Howard, e architettonici, improntati a risoluzioni formali tipiche dell’international style dell’epoca. Il tutto in ambiente climatizzato entro cupola (alla Buckminster Fuller i suppose) come non di rado si ipotizzava negli scenari futorologici dell’epoca.

Ecco la versione ridotta del film. Il resto delle considerazioni, con ritorno all’oggi di TOMORROWLAND (2015), alla prossima puntata (qui)

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