Mese: settembre 2014

Pasolini ecc. II. Lucciole non ancora scomparse, e lanterne

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Perché, per tentare di decomporre il mito di Pasolini, cominciare dall’articolo delle lucciole? Perché, proprio il fatto oggettivo falso (la scomparsa delle lucciole), mette in chiara evidenza quanto il mondo rappresentato da Pasolini fosse più mitico che effettivamente reale. Con tutta la complessità e ricchezza che contraddistinguono quel suo mondo (e dunque pur con le sue tante diverse sfumature e consapevolezza di Pasolini di questo essere non più presente).

Pasolini tendenzialmente rifiutava la realtà se essa non veniva in qualche modo a corrispondere ad un’idea di realtà ideale, mitica, che egli poeticamente si era fatto. Pertanto, le lucciole, nell’inferno del capitalismo, irreale, non dovevano esserci, dovevano scomparire. In realtà, chiunque lo può oggettivamente constatare andando nelle nostre campagne, le lucciole non sono affatto scomparse. E nemmeno dunque lo erano al momento in cui P. scrisse questo celebre pezzo, uno dei suoi ultimi, per il Corriere della Sera e poi in Scritti Corsari. (1 febbraio 1975, il 40ennale s’avvicina).
L’articolo, è noto, non parla davvero delle lucciole, ma dei cambiamenti della società e politica italiana in relazione al fascismo (fascismo “aggettivo” o “sostantivo”), traendo spunto da un articolo di Franco Fortini su tale tema.
La “scomparsa delle lucciole” è un dispositivo, certamente affascinante e poetico, oltre che emblematico, di periodizzazione storica di fasi di trasformazione della società italiana (prima, durante e dopo la scomparsa delle lucciole). Ma questa brillante scorciatoia è, sul piano scientifico, molto discutibile. Soprattutto se le lucciole in realtà non erano scomparse. Ma questa licenza poetica gliela possiamo perdonare.
Dunque, prima della scomparsa delle lucciole, secondo Pasolini, esiste una totale continuità fra fascismo vero e proprio e potere democristiano (“continuità … completa e assoluta).

Ma quest’altra iperbole già è più difficile da digerire: forse esiste una continuità sottotraccia, di valori di fondo, ma non certo una continuità completa e assoluta! E’ oggettivo. Pasolini nel seguito dell’argomentazione tratta dunque della sostanza possibile del suo discorso: la continuità dei valori: ” ... gli stessi che per il fascismo: la Chiesa, la patria, la famiglia, l’obbedienza, la disciplina, l’ordine, il risparmio, la moralità. Tali “valori” … erano anche “reali”: appartenevano cioè alle culture particolari e concrete che costituivano l’Italia arcaicamente agricola e paleoindustriale. Ma nel momento in cui venivano assunti a “valori” nazionali non potevano che perdere ogni realtà, e divenire atroce, stupido, repressivo conformismo di Stato: il conformismo del potere fascista e democristiano.
Al di là del fatto che questa lettura di continuità, dati storici alla mano, risulta quantomeno molto forzata (e per alcuni aspetti avallabile solo in funzione politica spicciola di propaganda contro la DC allora “balena bianca” al potere), qui viene fuori inevitabilmente una contraddizione interna a Pasolini, contraddizione che credo mai risolse. Perché, se continuità vi fu, non fu certamente sul piano politico istituzionale (indimostrabile oggettivamente, alla stregua della scomparsa delle lucciole), ma sul piano dei valori (con o senza virgolette) di “enormi strati di ceti medi e di enormi masse contadine, gestiti dal Vaticano .. fondata su un registro totalmente repressivo.”  Ora però, questa continuità che egli condanna, è pure la continuità di una entità precapitalistica e perciò per lui buona e “reale” (lui mette le virgolette), quella dell’Italia “arcaicamente agricola e paleoindustriale”. Per sanare la contraddizione, Pasolini deve introdurre questo concetto di assunzione a valori nazionali (e politici). Tuttavia, capite bene che è un discorso che razionalmente fa acqua da tutte le parti: abbiamo una continuità “assoluta” che invece tale non è, ma semmai fondata su una continuità di valori sostanzialmente precapitalistici (anche su questo ci sarebbe da ridire) che, in quanto “arcaicamente agricola e paleoindustriale” sarebbe per lui buona cosa, ma in realtà è cattiva in quanto si assume come “valore nazionale” (e in che modo avviene questo passaggio? Pasolini non lo spiega, è un poeta, d’altronde), in una sostanziale identità fra partito fascista e DC (che è per la democrazia, ma solo formalmente però) garantita dal Vaticano. Per una storia a fumetti va abbastanza bene, per il grosso del pubblico “midcult” che votava PCI o PSI negli anni 70 pure, ma forse a noi oggi proprio non basta. Pur rispettando e trovando anche ricca quella contraddizione irrisolta nel pensiero di Pasolini
sabaudia003jpgTroviamo in fase d’elaborazione di questo concetto di doppio registro (sociale e istituzionale) dell’ideologia solo un anno prima, in una apparizione per una trasmissione della RAI: “il fascismo, il regime fascista non è stato altro, in conclusione, che un gruppo di criminali al potere” che “non ha potuto fare niente, non è riuscito ad incidere, nemmeno a scalfire lontanamente la realtà dell’Italia. Sicché Sabaudia, benché ordinata dal regime secondo certi criteri di carattere razionalistico-estetizzante-accademico, non trova le sue radici nel regime che l’ha ordinata ma […] in quella realtà che il fascismo ha dominato tirannicamente ma che non è riuscito a scalfire, cioè è la realtà dell’Italia provinciale, rustica, paleoindustriale, che ha prodotto Sabaudia e non il fascismo” (in Pasolini e la forma della città, documentario Rai trasmesso il 7 febbraio 1974)
Anche qui, al posto dello sguardo storico razionale, di una possibile analisi effettiva, troviamo una lettura sentimentale, irrazionalistica, ricca di contraddizioni, avente di nuovo come protagonista questa entità mitica, questa età dell’oro, la realtà dell’Italia provinciale, rustica, paleoindustriale.

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Pasolini rovina degli intellettuali italiani (I)

E’ da qualche mese che mi frulla in testa questo concetto: Pasolini – pur nella sua statura di intellettuale poliedrico, anzi, proprio a causa della sua statura – è stato controproducente per la cultura italiana successiva.

Cioè ha avuto un effetto generale di chiusura, di pessimismo della volontà (per citar Gramsci), che ha favorito, indirettamente, pure atteggiamenti peggiori di opportunismo, di scarso aggiornamento, di scarso rigore (tipico il caso di questi narratori-saggisti, che coprono le loro carenze narrative o poetiche dietro la necessità di essere attuali e realisti, e viceversa coprono le loro carenze scientifiche e analitiche dietro la licenza poetica o narrativa), di radical-schicchismo facile ecc. ecc.

Ragion per cui oggi, dato che Pasolini è ormai divenuto un santino intoccabile, un profeta, quale lui purtroppo nei momenti di tentazione mi pare volesse pur essere, è necessario smontare un po’ alcuni suoi aspetti che hanno determinato gli effetti negativi successivi.

Vorrei cominciare dal fatto che le lucciole non erano affatto scomparse. E oggi ci sono ancora. (alla prossima puntata, qui)

Nota su origine del Museo

Pensando alla “modernità” si pensa generalmente alla rivoluzione scientifica e tecnica, a quella industriale, ecc. ecc.

Ma ci sono cose che, anche se non vengono generalmente associate alla modernità, sono totalmente moderne. Una di esse è il MUSEO.  Solo dopo il medioevo si è concepita la collezione di manufatti artistici (e magari non artistici). Ma la collezione non è ancora il museo, anche se prepara ad esso. La collezione è ancora un fatto privato, fa parte dell’arredamento della casa (palazzo, castello), non è ancora qualcosa di eminentemente moderno. Non riflettevo abbastanza sulla differenza fra “collezione” e “museo” quando pensavo che il museo fosse sostanzialmente qualcosa di simile ad uno zoo, un serraglio, in cui le bestie feroci delle espressioni artistiche venivano messe in gabbia. Questo in effetti è un elemento peculiare. Solo a partire dall’età moderna – e solo con il museo, del tutto – l’opera d’arte è stata strappata dal contesto in cui svolgeva funzione attiva ed è stata isolata in quanto “oggetto d’arte”, qualcosa da valutare sul piano meramente estetico.

E tuttavia, questa idea del museo come serraglio non è completa. Esiste almeno un altro aspetto, decisivo, determinante, che ha posto in essere il Museo, ed è un aspetto che non è poi tanto noto. Ne scrisse diffusamente Francis Haskell nel suo scritto “La dispersione e la conservazione del patrimonio artistico”, che apre il 10° volume della Storia dell’arte italiana  Einaudi, Conservazione Falso Restauro (1981). Ne riporto un pezzo il più possibile succinto relativo alla questione, rimandando alla lettura integrale (quanto piacevole) le articolazioni complessive dell’argomentazione storica dell’autore:

… i papi successivi intrapresero una serie di misure per conservare l’eredità del passato che si dimostrarono infinitamente più efficaci che non i proclami roboanti, ma in ultima analisi impotenti, che avevano caratterizzato i passati provvedimenti (nota: Haskell si riferisce alla legislazione, prima nel mondo, che venne promulgata al fine di ridurre al massimo il trasferimento d’opere d’arte, specie sculture antiche, dal territorio vaticano in altri paesi, soprattutto Francia, Inghilterra e Germania).

A Clemente XII (1730-40), a Clemente XIV (1764-74) e a Pio VI (1775-99) va gran parte del merito d’avere individuato la soluzione principale del problema nell’istituzione di pubblici musei, il primo dei quali fu il Capitolino, …. Sono molti i motivi per cui queste straordinarie istituzioni vanno annoverate tra le pietre miliari nella storia della cultura europea – e anzi mondiale; uno solo di essi però riveste particolare interesse nel contesto di questo articolo. L’istituzione di questi musei significò, o quantomeno sottointese, che le opere in essi conservate erano inalienabili, e non potevano essere cedute. Sino a quel momento la cosa non era mai stata del tutto chiarita. …. Questo diritto fu esercitato spesso, sicché – seppure in effetti una grande quantità di sculture lasciò Roma – senza dubbio la città non fu denudata dei suoi massimi capolavori, come si sarebbe potuto temere agli inizi del secolo XVIII, e come sarebbe certamente accaduto se allla pressione del mercato si fosse risposto solo con leggi inapplicabili” …

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Atrio e cortile del Museo Capitolino (Charles-Joseph Natoire, 1700-1777)

Sto cercando di riorganizzare il mio pensiero sul Museo riguardo a questa nozione d’origine, che curiosamente mi era sfuggita (possedevo il libro in cui questo scritto di Haskell era contenuto, ma non l’avevo mai letto finora; e, chissà perchè , a scuola non si dicono tanto queste cose: i libri scolastici stessi di storia dell’arte sono generalmente concepiti come “musei” e dunque difficilmente contengono nozioni autoriferite. Tranne forse la banale celebrazione del Museo come isituzione “sacra”. )

Però non posso che rammentarmi, qui, di quante volte ho sentito la canzoncina sciocca – forse massonica, forse di origine straniera,  ma anche solo sciocca – che la rovina dell’Italia è la presenza del Vaticano.