Mese: marzo 2013

Superficialità del vecchio trombone pardon giullare. Del populismo

L’altro giorno su Facebook un amico simpatizzante del Movimento 5 stelle ha messo un video di Dario Fo che parla della nuova situazione politica. Devo ammettere di avere interrotto senza troppi rimpianti o dubbi la visione di quello sproloquio dopo i primi minuti. Ed è quanto vi consiglio di fare.
In quei primi minuti, Dario Fo ci offre una disamina del termine “populista” per dire che esso è di fatto un termine positivo, da non confondere con “demagogo”.

Non che io usi mai questo termine per denigrare qualcuno. Anzi, non sopporto certi papaveri del giornalismo italiano che utilizzano il termine ad ogni piè sospinto.  Però, si dà il caso che io abbia avuto, da giovane, una formazione piuttosto marxiana, comunista. E mi pare di ricordare che tale termine, da sempre e soprattutto dai comunisti e marxisti avesse da sempre una accezione negativa. Sicchè seguo l’invito del vecchio “rivoluzionario” da teatro, cerco d’approfondire il significato della parola, e metto in gugol le parole “populismo gramsci” (figurati se Gramsci non ne ha scritto, almeno in carcere … testa assai più ricca e feconda del buon vecchio giullare catodico e teatrale sessantottino, buono tuttalpiù per manipolare in modo strumentale e grossolano elementi nozionistici da lui acquisiti in una buona scuola presessantottesca, ma appunto forse un po’ troppo nozionistica. Per non dire fascista; anfatti).

Primo risultato: voce “Populismo” ne Enciclopedia delle scienze sociali della Treccani (scritta da Bruno Bongiovanni). Qui.

Di cui riporto solo una parte del capitolo IV,  in cui l’autore parla della introduzione del termine in Italia nei primi anni del novecento. Da cui possiamo concludere definitivamente che il vecchio giullare in fin dei conti non è altro che un vecchio trombone divenuto naturalmente grillino (grassetti miei) :

“In Italia il termine populismo, a quanto sembra, penetrò dopo la prima guerra mondiale e in modo particolare all’inizio degli anni venti. Il 3 dicembre 1921, con in calce la firma Baretti Giuseppe (in realtà Piero Gobetti), comparve su “L’Ordine Nuovo” un articolo sul tema in questione. Avrebbe fatto da tramite, seguendo alcuni dizionari, la lingua inglese, dove il termine, adottato tra l’altro per fornire di significato un fenomeno autoctono e non straniero, si era effettivamente sedimentato da un maggior numero di anni; ma è possibile che anche il francese sia stato determinante: si pensi, a questo proposito, a quanta letteratura russa, prima dell’attività delle edizioni torinesi Slavia, curate, tra gli altri, da Alfredo Polledro e da Leone Ginzburg, fosse arrivata in Italia, sino appunto agli anni venti, tradotta dal francese.
È un fatto, però, che Piero Gobetti, eccellente conoscitore e traduttore della lingua russa, nel Paradosso dello spirito russo, uscito postumo nel 1926 (ma scritto nel 1925 e comprendente anche articoli del quinquennio precedente), scrivesse, a proposito ovviamente del movimento russo, ‘popolismo’ invece che ‘populismo’. La grafia non ancora consolidata, e così evidentemente e volutamente ‘italiana’ del termine (senza cioè anglicismi, o francesismi, o anche latinismi), conferma che il termine stesso era di conio abbastanza recente e di non frequentatissimo utilizzo. Per Gobetti i populisti realmente esistiti, la polemica contro i quali si affiancava a quella contro l’intelligencija, erano stati sognatori e agitatori illusi e sentimentali. Ma la sua argomentazione, invero originale e anche francamente paradossale, non si fermava qui. Le idee populistiche, infatti, soprattutto sul terreno economico, intrise com’erano di “grossolano progettismo” e di declamazione rousseauiane, affondavano le loro radici in un mondo rurale arcaico.
Di questo mondo i populisti, i veri egualitari, i veri collettivisti-comunisti della storia russa, avevano voluto preservare i caratteri fondamentali. Per questo si erano proposti come portatori di un’ideologia sentimentale, primitiva, teocratica e reazionaria quanto e più di quella slavocentrica e imperial-zarista. Il bolscevismo, invece, nelle peculiari e non esportabili condizioni russe, era un movimento ‘realisticamente’ liberalrivoluzionario e intimamente, in virtù del primato accordato all’azione, anticollettivista e anticomunista. Era insomma, in antitesi con il nullismo socialistico dei populisti, e soprattutto grazie ai soviet, l’espressione della modernità dispiegata e della formazione, in terra d’Asia, contro ogni comunitarismo livellatore e oscurantistico, del libero individuo autoconsapevole. Il bolscevismo, in rebus ipsis, volente o no, si sarebbe piegato alla propria stessa energia e avrebbe favorito in Russia l’inevitabile sviluppo del capitalismo, formazione sociale che, tra libertà politica e liberismo economico, rappresentava per Gobetti il capolinea della storia economica del mondo moderno e contemporaneo. Il populismo, invece, complice di fatto dello zarismo ‘asiatico’, aveva fornito sino all’irrompere del bolscevismo, insieme alle altre forze del passato, un contributo decisivo all’azzeramento della possibilità stessa di una rivoluzione liberale in Russia.
Sul terreno letterario, tuttavia, il termine ebbe, quantomeno in Francia, qualche risonanza positiva. Nel 1929 venne infatti steso, da André Thérive e Léon Lemonnier, il Manifeste du roman populiste, che intendeva aprire la letteratura, e la forma-romanzo in modo particolare, all’universo popolare, alle condizioni di vita e di lavoro del popolo delle città e dei paesi, ai sentimenti degli operai, degli artigiani e dei piccoli commercianti, abbandonando nel contempo da una parte lo sterile cerebralismo delle iperintellettualistiche avanguardie letterarie e dall’altra l’esasperato psicologismo del romanzo ‘borghese’. C’era chi, come per esempio Henry Poulaille, o anche il pacifista anarchico Marcel Martinet, avrebbe preferito l’aggettivo ‘proletario’ piuttosto che ‘populista’, ma il Manifeste, e ancor più la letteratura che a esso in qualche modo si ispirò, erano assai lontani, con la loro attenzione per il mondo degli umili e con il loro realismo ‘magico’ impregnato di forte e insieme malinconico lirismo, dalla poetica staliniano-zdanovistica che sarà poi nota, nell’URSS e fuori, come ‘realismo socialista’. Il romanzo ‘populista’ più famoso, e destinato a maggior successo, fu Hôtel du Nord (1929) di Eugène Dabit, la cui versione cinematografica, ad opera nel 1938 di Marcel Carné, contribuì in modo decisivo ad ampliarne la fama.
E fu proprio il cinema francese della seconda metà degli anni trenta, con le sceneggiature di Prévert, a incarnare al meglio l’indirizzo artistico che non aveva temuto di autoproclamarsi ‘populistico’. Antonio Gramsci, nei Quaderni del carcere, in una nota del 1931, intervenne su questi movimenti letterari francesi “verso il popolo”, definendoli tendenze appunto populiste, oltre che idealizzanti, e interpretandoli ruvidamente come “ripresa del pensiero borghese che non vuole perdere la sua egemonia sulle classi popolari e che, per esercitare meglio questa egemonia, accoglie una parte dell’ideologia proletaria”. Quest’interpretazione esprimeva bene, a sua volta, l’ostilità della teoria comunista – mirante a difendere il primato della ‘classe’ – nei confronti del concetto stesso di populismo, interclassista e sentimentalmente idealistico, cui veniva contrapposta, per citare ancora Gramsci, “la potenza politica e sociale del proletariato e della sua ideologia” (Quaderno 6, § 168). In modo più descrittivo, e assai meno ideologico, Gramsci, su questo tema, e partendo sempre dall’ambito letterario, intervenne ancora nel 1934, ricordando che Francesco De Sanctis nell’ultima fase della sua vita rivolse la sua attenzione al romanzo ‘naturalista’ o ‘verista’. Questo romanzo (Gramsci pensava probabilmente a Zola) era stato l’espressione intellettuale del più generale movimento di chi si proponeva di “andare al popolo”, e cioè del populismo professato da alcuni gruppi intellettuali nell’ultimo scorcio del secolo, allorquando la democrazia quarantottesca era tramontata e le città avevano accolto, per lo sviluppo della grande industria, grandi masse destinate a infoltire i ranghi della classe operaia (Quaderno 23, § 1).
Il populismo, in questo caso, sarebbe l’atteggiamento, oggettivistico e sociologizzante (e quindi non sentimentale), assunto dalla “classe dei colti”, nell’età del positivismo maturo, davanti al fenomeno dell’irruzione delle masse popolari – e della classe operaia in particolare – sulla scena della città moderna.

Quanto al regime fascista italiano, pur ponendo esso al centro delle proprie sistematizzazioni teorico-politiche la nozione e la realtà del ‘popolo’, vale a dire del protagonista della mobilitazione totalitaria, ovviamente non si definì mai ‘populista’. Saranno la storiografia e la pubblicistica politica della seconda metà del secolo a definire in qualche occasione ‘populistici’ alcuni aspetti dei fascismi – non solo di quello italiano – e taluni corposi aspetti della destra ‘rivoluzionaria’ novecentesca, così diversa da quella ‘controrivoluzionaria’ del primo Ottocento e da quella ‘conservatrice’ del secondo Ottocento. L’aura negativa addensatasi sulla parola, soprattutto per quel che riguarda il lessico politico, ne sconsiglierà d’ora in poi l’utilizzo autodefinitorio.
Il popolo, per i fascisti italiani, costituiva comunque, dovendo sintetizzare le diverse e anche difformi prese di posizione, un’unità genetica che consentiva a ogni appartenente di uscire dalla sua singolarità per ritrovarsi in una realtà che lo includeva: ciò si verificava tuttavia solo in presenza di una forte e carismatica spinta politica atta a indirizzare e a far sviluppare la volontà del popolo di esistere come tale.

Emergeva così, in una esperienza storica che era diventata un regime politico, un carattere che poi la scienza politica contemporanea e la stessa storiografia ravviseranno come tipico dei populismi del XX secolo, presenti in America Latina e in varie aree con problemi di sviluppo: il plebiscitarismo permanente e il rapporto diretto tra le masse e il capo, rapporto che impone la mediazione politica molecolare, la pressione ideologica e la pratica clientelare da parte del partito politico al potere e dei suoi apparati. Il concetto di fascismo, peraltro a sua volta assai variegato e polimorfo, e il concetto di populismo, fornito, come si è visto, di più radici storiche e di più diramazioni, in nessun modo s’identificano. Possono però, rispettando l’irriducibile autonomia semantica di ciascuno, e senza eccedere nelle comparazioni, illuminarsi reciprocamente.”

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Un solo commentino finale. Non escludo che al momento potrebbe anche essere proficuo un recupero positivo del termine “populismo”, sebbene esso sia affardellato non poco da ideologie del secolo scorso.Quello che non si può fare è bersi il trattamento a-logico e a-storico che ne fa il vecchio attore, “imbesuito” dalla vittoria del nobel (imbesuito è termine da latinorum che Fo ama usare a proposito di altri).

Fo ci dice che il termine è positivo (andate a vedere il dizionario…. quale? questo rimando acritico a fonti non precisate e per di più banali con pretesa oggettivistica è inaccettabile). E lo contrappone al termine “demagogo”. Peccato che l’origine dei due termini sia lontanissima. “populista” è di origine ottocentesca, diffusa in Italia dopo la seconda guerra mondiale. “demagogo” è termine classico (filosofia greca). Giocarli come termini antitetici rivela una totale incapacità di utilizzare le parole in senso critico e filologico. Altro che premio Nobel. Faccia il giullare, che è meglio. Di un giullare vanesio che sale sul pulpito imbesuito dal premio Nobel non sappiamo che farcene.

anyway, quizas, quizas, quizas

Futuro remoto IV (ma attuale)

Rendere di dominio pubblico la base di informazione sulla quale riposa il processo decisionale, porterebbe un grosso colpo a quanti, durante la loro vita politica, non han fatto altro che studiare elaboratissime strategie capaci di manternerli al potere, dando contemporaneamente al pubblico un’immagine di sè estremamente favorevole (…) molti politici non sarebbero in grado di fare ciò, e di conseguenza si batterebbero contro questo tipo di nuovo sistema (accesso alla informazione sulle decisioni pianificatorie tramite terminali informatici, nota mia) con tutte le loro forze e con l’impegno della disperazione.

Sembra perciò di poter concludere, che il sistema qui proposto, non avrebbe la benchè minima probabilità di divenire operativo prima del 1976, in nessuna area urbana. Oltre ai costi politici, ci sono poi quelli monetari, e occorre infine tener conto delle difficoltà tecniche legate all’installazione di una grande quantità di terminali accessibili a tutti i cittadini (…) Per finire, non è nemmeno sicuro che un sistema del tipo descritto realizzarebbe l’obiettivo di una maggiore e più consapevole partecipazione da parte di una sia pur piccola percentuale di popolazione. I cittadini infatti che partecipano e si interessano al processo politico nella stessa misura di coloro che sono delegati a gestire il potere, possono rivelarsi altrettanto dannosi per una democrazia efficiente, di coloro che non partecipano, o non in modo significativo.

(Donald N. Michael, articolo originale On Coping With Complexity: Planning and Politics”, Daedalus, Journal of the American Academy of Arts and Sciences, Boston, “The Conscience of the City”, Fall 1968, 97, 4,  e qui tratto da : Pier Luigi Crosta (a cura di) L’urbanista di parte. Ruolo sociale del tecnico e partecipazione popolare nei processi di pianificazione urbana. Milano Angeli 1983 seconda edizione)