Mese: ottobre 2012

Futuro remoto III (Jules et Ray)

Il racconto “Parigi nel XX secolo” di Jules Verne non venne pubblicato se non nel 1994, a più di 130 anni dalla sua prima ed ultima stesura, avvenuta nel 1863.  In Italia venne pubblicato nel 1995 da Newton Compton direttamente nella collana 100 pagine 1000 lire, in edizione insomma assai modesta e priva di apparato critico.  Oltre alla voce Wikipedia che già abbiamo collegato nella puntata precedente, è da segnalare un buon riassunto di questo lavoro di Verne in questo scritto di Gianfranco de Turris (che inoltre contiene interessanti considerazioni, anche parallele con uno scritto analogo di Emilio Salgari)

Verne fotografato da Nadar (of course) 1885 circa

Mi stupisce un po’ il fatto che nessuno abbia rilevato le analogie fra il movimento mentale di Verne e quello di Ray Bradbury in Farenheit 451 nell’immaginarsi una società futura. Analogie tanto più notevoli proprio perchè Bradbury non aveva certamente letto quel racconto di Verne.
Il concetto principale del racconto di Verne, ambientato nel 1960, è infatti un futuro in cui la cultura umanistica non solo viene trascurata, ma addirittura osteggiata e bandita. Ma mentre Bradbury si immagina una società socialdemocratica in cui i mezzi di coercizione statali sono forti e si arrogano il diritto di eliminare i libri, in Verne la società è di tipo liberista, in cui l’apparato statale è burocratico ed accompagnato da grandi società private che ne determinano l’orientamento con la loro forza economica; pertanto, questo attacco alla cultura umanistica non avviene in modo autoritario ed attraverso elementi di istituzioni pubbliche, ma  attraverso gli incentivi che vengono dati alle persone, attraverso la formazione della loro mentalità. Nella Parigi del XX secolo, chi coltiva l’umanesimo, la letteratura, l’arte ha di fatto di fronte un destino – come quello del protagonista – di umiliazioni, scherno, miseria, mentre solo chi si occupa di tecnica viene premiato. Va da sè che pure in Verne, i pochi che coltivano l’umanesimo (con forte coloritura romantica, a dire il vero) tendono di fatto a farlo segretamente, come accade per i personaggi di Bradbury contrari alla distruzione dei libri. (1)

Immagine del Pantelegrafo dell’Abate Caselli

Tralasciando l’aspetto invece normalmente trattato (le tecniche che Verne aveva previsto; fra esse, il fax … nulla di straordinario, dal momento che già allora era stato immaginato dall’Abate Caselli, come dice lo stesso Verne nel racconto; reti di viadotti sopraelevati con treni tipo monorotaia, e altre cose non particolarmente notevoli), questo approccio simile a Farenheit 451 ci stupisce un poco, perchè non ce lo si attende da Verne.

La prima reazione è pensare che anch’egli, come Bradbury, questa non l’avesse azzeccata. La nostra società non esclude nulla, è onnicomprensiva, è inclusiva. Le nicchie culturali sono anche nicchie di mercato e pertanto sono tutte salvaguardate, compresa quella umanistica.

Ma a ben vedere, forse non è così. Forse in effetti, in modo lento e strisciante è in atto un movimento di egemonia culturale antiumanistica. E in modo più simile a quello immaginato da Verne nel 1860 che nel 1950 da Bradbury. Questa spinta avviene attraverso un cambio di mentalità, attraverso la predominanza dell’economico su ogni altro aspetto, a cui la tecnica, il sapere, tutta l’esistenza umana viene piegata. Sembra l’Europa di oggi, no?

Nota 1)
Nella Parigi del XX secolo di Verne –  il quale nel 1863, sebbene non più giovanissimo,  avrebbe ancora dovuto divenire uno scrittore di successo  – l’autore, sul finire del racconto, fa apparire invero una grande istituzione dedita alla produzione di testi teatrali d’ogni sorta dal nome suggestivo: il Grande Emporio Drammatico. Questa istituzione (pubblica) produceva, quasi come in una catena di montaggio, attraverso il lavoro collettivo di molti scrittori specializzati in componenti delle varie pieces, testi di vario genere da rappresentare dei teatri, di largo consumo. Sebbene Verne non avesse previsto nè il cinema nè tantomeno la TV (mezzi di spettacolo che avrebbero soppiantato il teatro come mezzo di spettacolo di massa), nonostante fosse amico di Nadar che solo due anni dopo fece un famoso autoritratto che in qualche modo preconizza il cinema (e che in seguito mettiamo qui montato in sequenza filmica), indubbiamente aveva colto nel segno immaginando che la produzione della letteratura di spettacolo sarebbe stata di largo consumo e costruita come un prodotto industriale.
Anche qui, bisogna un poco rovesciare i termini di lettura usuali: in genere si pensa a lodare la visione lungimirante dell’autore. In realtà, le previsioni sono più probabilmente indice del fatto che certe dinamiche siano già in atto all’epoca, estrapolabili.

Futuro remoto (II. Fiat voluntas Fiat)

IMG_20170527_085839Non avrei certamente ripescato il “Futurama” del post precedente, a cura della General Motors per il suo Padiglione al New York World’s Fair del 1964 (il cui “plot”si può vedere qui), se i plastici mostrati in quel video non fossero la struttura portante dell’apparato iconografico del libro di divulgazione The World of Tomorrow scritto da Kenneth K. Goldstein nel 1969 per Mc Graw Hill e lestamente pubblicato in Italia da Rizzoli nello stesso anno nella collana International Library (1) col titolo “Il mondo del futuro”.

Credo che questo libro – che sfogliai centinaia di volte da bambino, e che ho in questo momento in mano – abbia avuto ampia diffusione, a giudicare dal basso prezzo di offerta su internet (dai 2 a 10 euro circa). Ho sentito Cino Zucchi affermare che anch’egli lo lesse molto da ragazzino. Sono cose che ti segnano. Ogni generazione ha le sue: chi la guerra, chi il mondo del futuro di K.K. Goldstein.

Un immaginario molto opulento, privo di incertezze (le città del futuro saranno…), in cui si dava per scontato che la meccanizzazione avrebbe dominato totalmente ogni settore della vita.
Una idolatria per la scienza e la tecnica che si accompagnava ad una assenza totale di atteggiamento critico scientifico. Non si cita mai, ad esempio, la fonte prevalente delle immagini: appunto, il Futurama della General Motors. Non doveva mai balenare l’idea che il futuro derivasse da scelte alternative, talora conflittuali, non univoche nè scontate. Dietro questa concezione unidimensionale, deterministica, neutralistica della scienza e della tecnica, si nasconde certamente una sorta di idolatria tecnologica, che, nel mostrare la Terra promessa della tecnica, segna il passaggio dalla tecnica come fine alla tecnica come finalità in sè (per cui, sia fatta la volontà della Tecnica) (2)

Per le città, che cosa poteva pensare la General Motors? Enormi piste tipo automobiline Mattel, sopraelevate su inquietanti terre ed alberi marron cacca, omini minuscoli che si aggirano per edifici di forma banale e insignificante. Pensare che qualcuno, vedendolo, abbia potuto esclamare “che meraviglia” mi fa ricordare quel documentario inserito in “Atomic Cafe” in cui i soldati che assistono ad un test nucleare sono estasiati dalla bellezza del fungo atomico.

(ecco una immagine della seconda di copertina)

Vista generale stazione Tav a Susa, progetto vincitore di Kengo Kuma. (3)

Per inciso, la pista era quella che da bambino mi angosciava di più: l’idea di non poter andare dove avrei voluto, ma solo lungo un solco preordinato, superava ogni altro pensiero, e mi rendeva facile la certezza – inconsapevole, ma certezza – che quel mondo del futuro fosse in realtà una autentica puttanata. Che non sarebbe mai stato così, davvero.
E tuttavia, non bisogna pensare che tutto questo sia ingenuo. Che sia superato. Niente affatto. In realtà, ogni giorno, bisogna lottare per difendersi da questa irrazionale e sostanzialmente immotivata – anche sul piano economico e pratico – spinta alla meccanizzazione che ovunque deve dominare e distruggere l’altro da sè.

Nella prossima puntata vorrei accennare al fatto che anche nell’ottocento era tutto definito e chiaro, sotto questo aspetto. E che persino il maggiore cantore ottocentesco della tecnica, Jules Verne, inizialmente approcciò il tema in senso “distopico”, in un racconto che non venne pubblicato se non di recente.

Note

1) nel retro di copertina International Library veniva definita pomposamente “iniziativa senza precedenti che segna un’importantissima tappa nella storia dell’editoria. Per la prima volta cinque grandi editori di cinque grandi paesi, Italia, Stati Uniti, Francia, Inghilterra e Germania, hanno unito i loro mezzi, la loro esperienza, la loro organizzazione, per realizzare una comune iniziativa internazionale. Solo con questi presupposti si è potuto dar vita a un progetto così ambizioso: (…) opere per i giovani nelle quali l’ampio spazio riservato alla parte illustrativa sta a certificare la minuziosità della documentazione che si intende affiancare ai testi“.

2) Pur senza seguire fino in fondo i ragionamenti di Emanuele Severino in merito, ne citiamo qui un passo “Anche alla Tecnica l’uomo del nostro tempo dice “Salvami”, cioè “Sii il mezzo con cui è fatta la mia volontà”. (…) Ma anche nel rapporto con la Tecnica è inevitabile che l’uomo si renda conto che, nelle sue mani – nelle mani di un essere che ha bisogno di salvezza e che dunque è debole -, la Salvatrice stessa è debole, e che dunque la progettazione e la volontà umana non debbono intralciare l’azione e la progettazione salvifica della Tecnica. Anche qui è dunque inevitabile che dopo aver invocato la salvezza dalla Tecnica – dopo averle detto “Fa la mia volontà” l’uomo le si rivolga dicendo “Sia fatta la tua volontà”; sì che la volontà della Tecnica diviene lo scopo dell’uomo e l’uomo diventa il mezzo con cui è fatta la volontà della tecnica” In Emanuele Severino- Tecnica e Architettura, Raffaello Cortina, Milano 2003.

3) Susa: 6546 abitanti al 2010. Stazione internazionale TAV (!!!) Spesa prevista per la sola stazione 48,5 milioni di euro. Solo farci un progetto di massima è un’idiozia (se è alta velocità, che senso ha prevedere una fermata a Susa?) Ma guai a dirlo; se lo dici sei un terrorista.

Futuro remoto (I)

Vorrei le prossime volte parlare un po’ – in modo limitato, circoscritto, non esaustivo ecc. – di come si pensava il futuro, in un passato non lontano ma appartenente ormai ad un altro secolo (direi forse un’altra era; in ogni caso dalla mentalità a noi remota).

Per ora, comuncio a mettere questo video, chiedendo agli eventuali lettori se queste immagini ricordano loro qualche pubblicazione.

Gli ignoranti vadano col Caval di Francisco

Lo scooter rotto, la posizione del nuovo studio e le mie attuali condizioni fisiche hanno rilanciato fortemente i piedi e le gambe come mezzo di locomozione urbana da parte mia. Il Caval di San Francesco. Evviva.Il Caval di San Francesco fa si che tu ti possa fermare anche sulle belle bancarelle di libri messe nei portici di via Cernaia, se ti capita. E di essere attratto dai libri Abscondita; e in particolare, da questo libro che ti porti a casa per la modica cifra di sei euri.

Il primo scritto si intitola “Introduzione a una piccola metafisica della fotografia.” e mette dentro pure Baudelaire. E allora scuso i miei pochissimi, ma potenzialmente infiniti lettori di non esserne stato a conoscenza quando scrivevo questa serie di appunti intitolati “Note per una metafisica della fotografia“.  Non so se è meglio essere ignoranti o imbroglioni. So solo che per un ignorante, è meglio andare a piedi piuttosto che in Vespa o in auto.