Prassi e poiesi (tre)

Questa faccenda di nominare diversamente il fare (e fare arte è solo il fare poietico, non quello pragmatico) può sembrare, come suol dirsi volgarmente, una pippa mentale.  Ma non è così. Svariati filoni dell’arte novecentesca hanno proposto operazioni pragmatiche, anzichè opere poietiche. La discussione sul cosa sia l’arte era oziosa e male impostata, perchè sembrava un fatto qualitativo. Un pittore è bravo ed è arte, uno è un cane e allora non è arte. Nasceva tutto dalla vanità (o dal tentativo di ascesa sociale) dell’artista che voleva distinguersi dall’artigiano … lui faceva arte e l’artigiano no. In realtà, la vera distinzione concettuale è fra prassi (non arte, ma azione) e poiesi (arte). Poi ci saranno azioni belle e buone e brutte e cattive, arte bella e buona e brutta e cattiva. In quel senso, la discussione se una cosa sia arte o no non è oziosa o “superata”, è essenziale.

Cominciare a dire che le 7000 querce di Beuys, come tante altre sue “actionen” (se non sai vedi qui) non sono – per definizione, per costituzione – arte, non vuol dire arroccarsi tristemente in una difesa conservatrice del passato, significa solo difendere una legittima volontà di interpretare correttamente il mondo. Piantare alberi è bello, ci piace, magari è qualcosa di per sè più meritevole che dipingere un quadro ecc. ecc. ma non è arte, non è una “disposizione accompagnata da ragionamento vero che dirige il produrre (poiesis) ” (1)  E’ una prassi, una azione.

Forse, ad esempio, anche certi meccanismi compositivi proposti da Rodari – mi viene in mente perchè l’altro giorno Luigi Codemo ne ha scritto qui  – sono pragmatici più che poietici.

Mi pare invece che da questo punto di vista sia invece da esaminare concettualmente come si pone la produzione a macchina rispetto alla produzione a mano. La produzione a macchina è ancora una poiesi in senso stretto?

(1) Definizione di arte (teckne) contenuta in Aristotele Etica Nicomachea VI, 4 , in cui si parla della distinzione praxis poiesis da cui eravamo partiti.  Vedo in rete che ne parlò pure Guido Nardi, vedi qui. Stramente però Nardi non dice che Aristotele, laddove è da noi tradotto “architettura”, usa il termine Oikodomikè (comunemente tradotto nei vocabolari appunto con “architettura”) Sotto questo profilo, sarebbe anche utile una pulitina concettuale anche sull’uso del termine stesso “architettura” (il mio insegnante e amico Pio Brusasco lo fece per gli studenti in questo libro)

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3 comments

  1. Be’, finiti di leggere i 3 “capitoli”.
    Il problema è il seguente: da decenni l’arte – e in parte l’architettura – sta sovrapponendo le nozioni di Prassi e Poiesis. Prendiamo ad esempio gli utopisti degli anni ’70: chi non proponeva un discorso normativo, ma faceva delle proposte di ampio respiro (come ad esempio Constant o Cedric Price) non proponevano un insieme di procedure per costruire la propria città, ma una “via” ed un “obiettivo” a cui giungere. Constant sognava una città continuamente modellata dai suoi abitanti, come creta, per far sì che l’intera crosta terrestre fosse la cartina tornasole delle pulsioni interne dell’intera massa umana. Cedric Price vedeva la nuova città come un organismo nel quale iniettare le più diverse ed assurde protesi atte a far sì che il tempo libero sia “liberato”, e non “consumabile”. Entrambi non davano norme prescrittive, ma entrambi hanno fatto una loro proposta prescrittiva. Ci troviamo di fronte a Prassi o Poiesis?
    Forse l’ultimo quarantennio ci ha messo di fronte alla deliberata confusione tra le due categorie. Nel caso della Torre di David, considerando che la Biennale di Venezia, quindi una manifestazione italiana, trovo assai pericoloso premiare quel progetto, che, proposto in Italia, sembra quasi voler giustificare alcune tendenze che hanno distrutto, demolito, sgretolato, il paesaggio della penisola…

    1. Emmanuele, mi par giusto quanto dici. Effettivamente Cedric Price è un esempio lampante di un architetto che preferisce passare a fare prassi. E infatti propose di fatto una architettura labile, temporanea, provvisoria. Una non architettura, proprio perchè propose un passare dalla poiesi alla prassi.
      Può darsi che la nostra epoca lo richieda; che non possa più fare oggetti duraturi, in cui una comunità si rappresenti, e che non valga più nemmeno la pena di provarci, ammesso che se ne sia ancora capaci. Bisognerebbe però a quel punto eliminare il riferimento a questo “simulacro” che è l’architettura. Non è più architettura.

      1. Se è il suo simulacro, è ovvio che non è più l’oggetto di cui la simulacrazione è avvenuta 🙂
        Comunque sia, forse è solo una fase che con il nostro punto di vista non riusciamo a comprendere: siamo troppo vicini, ne siamo avvolti…

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