Mese: settembre 2012

Prassi e poiesi (tre)

Questa faccenda di nominare diversamente il fare (e fare arte è solo il fare poietico, non quello pragmatico) può sembrare, come suol dirsi volgarmente, una pippa mentale.  Ma non è così. Svariati filoni dell’arte novecentesca hanno proposto operazioni pragmatiche, anzichè opere poietiche. La discussione sul cosa sia l’arte era oziosa e male impostata, perchè sembrava un fatto qualitativo. Un pittore è bravo ed è arte, uno è un cane e allora non è arte. Nasceva tutto dalla vanità (o dal tentativo di ascesa sociale) dell’artista che voleva distinguersi dall’artigiano … lui faceva arte e l’artigiano no. In realtà, la vera distinzione concettuale è fra prassi (non arte, ma azione) e poiesi (arte). Poi ci saranno azioni belle e buone e brutte e cattive, arte bella e buona e brutta e cattiva. In quel senso, la discussione se una cosa sia arte o no non è oziosa o “superata”, è essenziale.

Cominciare a dire che le 7000 querce di Beuys, come tante altre sue “actionen” (se non sai vedi qui) non sono – per definizione, per costituzione – arte, non vuol dire arroccarsi tristemente in una difesa conservatrice del passato, significa solo difendere una legittima volontà di interpretare correttamente il mondo. Piantare alberi è bello, ci piace, magari è qualcosa di per sè più meritevole che dipingere un quadro ecc. ecc. ma non è arte, non è una “disposizione accompagnata da ragionamento vero che dirige il produrre (poiesis) ” (1)  E’ una prassi, una azione.

Forse, ad esempio, anche certi meccanismi compositivi proposti da Rodari – mi viene in mente perchè l’altro giorno Luigi Codemo ne ha scritto qui  – sono pragmatici più che poietici.

Mi pare invece che da questo punto di vista sia invece da esaminare concettualmente come si pone la produzione a macchina rispetto alla produzione a mano. La produzione a macchina è ancora una poiesi in senso stretto?

(1) Definizione di arte (teckne) contenuta in Aristotele Etica Nicomachea VI, 4 , in cui si parla della distinzione praxis poiesis da cui eravamo partiti.  Vedo in rete che ne parlò pure Guido Nardi, vedi qui. Stramente però Nardi non dice che Aristotele, laddove è da noi tradotto “architettura”, usa il termine Oikodomikè (comunemente tradotto nei vocabolari appunto con “architettura”) Sotto questo profilo, sarebbe anche utile una pulitina concettuale anche sull’uso del termine stesso “architettura” (il mio insegnante e amico Pio Brusasco lo fece per gli studenti in questo libro)

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Prassi e poiesi (due)

Mi pare che, bassamente, sia già idonea la definizione di Wikipedia (Federico? mi cerci “poiesis” su wikipidia?) . Distinzione del “fare”, aristotelica ma direi intrinseca alla lingua greca antica (Guido? Mi controlli stasera in Etica Nicomachea libro VI?).

Dunque, allora: premiando l’occupazione della Torre David di Caracas si premia una prassi, non una poiesi. Non viene dato il premio perché il prodotto del fare degli occupanti di Caracas è esemplare in quanto prodotto ottenuto.  Ma viene premiata la azione di ricavare direttamente, da un colosso edilizio abbandonato, abitazioni e servizi di cui si aveva carenza e bisogno. Una prassi, appunto.  Ma l’architettura in quanto arte di ben costruire è nel campo della poiesi, non della prassi.
Poniamo che un architetto progetti, con l’intento principale di diventare famoso, di essere pubblicato su una rivista, o di guadagnare più soldi possibile, ecc. Si può dire che il suo fare è una prassi, che ci riesca o no. Se invece come intento primario ha quello di progettare e far realizzare l’oggetto migliore date le sue possibilità, allora il suo agire è una poiesi, indipendentemente dal fatto che ci riesca o no. Se ci riesce merita il Leone d’oro, se no sta nel mucchio.

A la prochaine

Prassi e Poiesi (uno) – con premessa

In questo periodo ci sono tanti temi da attualità su cui sarebbe bello dire anche la mia (che è sempre diversa dalla lettura dominante dei media …). Stare dietro agli errori o omissioni dei  media è però impossibile, a meno che uno lo faccia per lavoro. E io non lo faccio per lavoro. Mi piacerebbe essere al posto di Michele Serra, uno che da tanti anni campa (credo anche bene) scrivendo non di rado con grande prosopea autentiche stronzate. Perchè lo attacco con questa acredine? Perchè io nasco di sinistra, ho il cuore a sinistra, e vedere un simile mollusco – con idee che avrebbero fatto arrossire i peggiori reazionari di qualche anno fa per quanto sono stupidamente reazionarie – essere considerato voice of the left mi fa veramente incazzare, moltissimo. Mi riferisco a questa amaca, ennesimo manifesto antidemocratico di razzismo sociale, altro che sinistra. Un idiota, molto dannoso e che meriterebbe di lavorare in miniera per i prossimi 20 anni. Almeno una volta faceva ridere, ora è (la redazione omette gli epiteti che si meriterebbe)

Ma lasciamo stare. Posso solo stare in nicchia. Mi occupo di cose tangenti alla architettura, dai.
Vorrei spiegare – nella prossima puntata – perchè la scelta di dare il Leone d’oro agli interventi di occupazione della Torre David di Caracas mi pare demagogica, ma soprattutto stonata e impropria (benchè questo intervento di occupazione, di per sè, mi fa molta simpatia e lo trovi anche assai interessante sul piano “scientifico” urbanistico.

Spiegare perchè la decisione della Biennale mi appaia stonata mi serve come pretesto per esporre una vecchia teoria sull’operare e sul prodotto dell’operare. (nella prossima puntata)

Naintin sicstinain

Dedicato a Neil Armstrong (Wapakoneta, 5 agosto 1930 – Cincinnati, 25 agosto 2012), Sergio Toppi (Milano, 11 ottobre 1932 – Milano, 21 agosto 2012), Italo Insolera (Torino, 1929 – Roma, 27 agosto 2012), Gore Vidal (West Point, 3 ottobre 1925 – Los Angeles, 31 luglio 2012), Renato Nicolini (Roma, 1º marzo 1942 – Roma, 4 agosto 2012), Carlo Maria Martini (Torino, 15 febbraio 1927 – Gallarate, 31 agosto 2012), e naturalmente anche a Ruggero Orlando (Verona, 5 luglio 1907 – Roma, 18 aprile 1994)

Di quel giorno ricordo, più che altro, una casa grande piena di gente che parlava, a tarda ora, di fronte alla luce spettrale di enormi televisori in bianco e nero, e mio cugino Paolo, di qualche anno più grande, che mi diceva “ma ti rendi conto?! L’uomo è andato sulla Luna!“.

A dire il vero, mica me ne rendevo conto. Non rendersene conto era anche giusto, a pensarci bene. Se uno ha appena compiuto 6 anni, esiste solo (appena, da poco) il reale attuale. Ed è il reale e basta. Nulla di straordinario. Non avrei percepito alcuna differenza se mi avessero detto “ti rendi conto? il primo uomo ospitato dagli extraterrestri ad Antares” ma anche ” ti rendi conto? d’ora in poi basta portare i carichi con le slitte di pietra, ci sono i carretti”.E’ solo invecchiando che si scopre che tutto – e soprattutto le cose più normali, come quotidiano sorgere del sole, o come il nostro cuore che batte da solo – è meritevole di stupore.

Paolo, figlio di un docente a Medicina che poi era mio zio, era molto permeato d’esaltazione per la scienza e la tecnica. Ma del resto, chi non lo era, allora? Avere piena fiducia in un progresso tecnico a 360° era un fatto comune, tutti l’avevano, così come tutti fumavano ed era del tutto normale. Paolo se ne andava sempre in giro con una valigetta 45h di cui lui soltanto sapeva la combinazione, che a suo dire e a mio immaginare conteneva importanti strumenti scientifici per le sue ricerche. Invidiavo molto la sua valigetta.

Mi sentivo molto di fantascienza. Ad esempio, leggendo il Corriere dei Piccoli il fumetto che mi affascinava di più era “Luc Orient”. Mi piacevano soprattutto i veicoli spaziali, i vestiti, i colori (effettivamente, immagino che guardassi soprattutto le figure). Se volete dare una occhiata ad una avventura che ricordo di aver letto allora, è qui  (Sergio Toppi si dava da fare invece sul fronte storico, vedi qui … gli anni ’60 italiani avevano una affascinante combinazione di proiezione ottimistica verso il futuro, il progresso, ma dentro la storia, dentro la coscienza storica, alla ricerca di uno specifico culturale di un paese).

Così. Sapevo già tutto allora, solo che non ne ero cosciente. Anche se non ne ero cosciente, sapevo che Ruggero Orlando – che piaceva un sacco ai bambini perchè era facile da imitare … “quì niu yook, vi pargla ruggerorlando!”, e ci si contraeva mentre si imitava quel simpaticissimo anziano – sapevo che Orlando aveva ragione e Tito Stagno torto. Non poteva che essere così. Sapevo inoltre che in fondo  tutto è vanità

(le storie del Corriere dei Piccoli sono tratte da questo sito )