Mese: agosto 2012

Italo Insolera sulla distruzione delle ville romane a fine ottocento

L’estate 2012  ci ha portato via, oltre a Renato Nicolini di cui in questo stesso blog riportammo recentemente una nota, Sergio Toppi e Italo Insolera (ma anche Gore Vidal e Neil Armstrong) . A Sergio Toppi, di cui ho amato i fumetti anche quando ero non cosciente e molto piccolo, sul Corriere dei Piccoli appunto, magari dedicherò un post a parte. Magari, anche insieme a Neil Armstrong.

Stamane invece ho preso in mano dopo tanto tempo Roma Moderna di Italo Insolera (sesta edizione riveduta, 1976).
Aperto a caso. Pezzo che mi pare molto stimolante, e trascrivo

Quando la villa Ludovisi era ancora intatta così la descriveva Henry James [1]:

“Certamente non c’è nulla di meglio a Roma, e forse nulla di così bello. I prati e i giardini sono immensi e il grande arrugginito muro della città si stende dietro ad essi e fa che Roma appaia vasta senza ch’essi sembrino piccoli. La dentro v’è tutto: viali oscuri sagomati da secoli con le forbici, vallette, radure, boschetti, pascoli, fontane riboccanti di calami, grandi prati fioriti, punteggiati qua e là  da enormi pini obliqui. Il luogo è una rivelazione di quel che l’Italia e il maggiorasco possono fare uniti.”

G.B. Piranesi, veduta di villa Ludovisi (1748)

Pochi anni dopo invece, mentre la villa veniva distrutta per essere trasformata in suolo edificatorio, così ne parla Herman Grimm[2]:

“Bellissimi viali ombrosi di querce e di allori, qua e là frammezzati da alti e grossi pini, tranquillità e aria balsamica facevano della villa Ludovisi uno di quei luoghi di Roma ch’erano nominati per primi quando si discorreva degli incanti della Città Eterna. Si, io credo che se si fosse domandato quel era il più bel giardino del mondo, coloro che conoscevano Roma avrebbero risposto senza esitare: villa Ludovisi.

Fra le cose che, divenendo Roma capitale d’Italia, venivan prima in mente a quanti conoscevano ed amavano Roma, c’era la speranza che quei giardini, con le belle fabbriche e con le stanze e i quadri in esse contenuti, diventassero di dominio pubblico e fossero facilmente accessibili. Predire che sotto il nuovo Governo la villa dovesse andare distrutta, come oggi accade, e gli allori, le querce, i pini abbattuti, come oggi li vedi abbattere, sarebbe stata una offesa che neanche il più acerbo nemico della nuova Italia avrebbe osato recarle, perché sarebbe sembrata un’enorme follia.”

Il piano di intervento urbano per il nuovo quartiere Ludovisi, presentato alle autorità cittadine dalla piemontese Sociétà Generale Immobiliare di lavori di utilità pubblica ed agricola nel marzo 1886.

La follia fu realizzata, e non fu la sola. Scomparvero la villa Massimo agli Orti di Sallustio, la Spithover ….

(segue elenco di mezza pagina che qui si omette … si riporta invece un commento di Insolera sul fatto; che coglie come Roma abbia perso una occasione di migliore crescita, che avrebbe anticipato di mezzo secolo il concetto di Green Belt proposto da Abercrombie nel piano della Grande Londra.)

… Questa eccezionale fascia verde sarebbe servita ottimamente  a collegare il centro vecchio di Roma con una nuova città residenziale al di là delle ville, tenendo separate le differenti funzioni urbane e le diverse scale edilizie.  (….) Si poteva evitare la demolizione di tanta incomparabile bellezza accumulata da papi e principi in più di quattro secoli? Se si fossero seguite le disposizioni del piano regolatore dell’83 tutte le ville tra Castro Pretorio e Porta Pinciana sarebbero state risparmiate e tra loro anche la più bella di tutte, villa Ludovisi (..) Ma i piani regolatori a Roma sembrano essere sempre esistiti solo per dividere le opere in due categorie: quelle dentro al piano e quelle fuori. Realizzabili poi tutte quante indifferentemente e quasi sempre prima e più facilmente quelle fuori.


[1] Henry James, Portrait of Places, London 1883

[2] Herman Grimm, La distruzione di Roma, trad. it. Di C.V. Giusti, Firenze 1886. Il Grimm (1828-1902) era professore di storia dell’arte all’università di Berlino.

Addio (via) Monti

Ecco, ho avuto appena il tempo di spostare l’ufficio insieme al lavoro. Mentre Addio Monti è lo struggente addio alla patria natia, Addio (via) Monti è un allegro canticchiare di abbandono di una sistemazione che dal primo momento sapevo d’essere provvisoria. Non mi sono mai sentito a casa.

Ebbene, ora vado un po’ a stare in Sicilia, antica patria e luogo natio, a ricaricare le batterie. Risentine l’odore. L’anno scorso non ci sono andato, quest’anno sentivo ogni tanto allucinazioni olfattive con gli odori della Sicilia. Tipo Richiamo della Foresta.

In qualche modo, gente come me non ha davvero proprio una patria. Se non parli un dialetto, non hai veramente una patria. Potrò dunque sempre canticchiare Addio via Monti, ma mai Addio Monti

(tutti i battutusti stanno preparando da mesi l’uscita di Mario Monti col doppio senso addio Monti? Lo temo. Ciao)