Com’era, dov’era. Perchè si, perchè no?

Luigi Prestinenza Puglisi, critico d’architettura di cui non condido orizzonti e approcci, ma che mi è simpatico e che ammiro per la sua capacità di essere vivo e attivo nelle questioni che pone (in un contesto italiano dall’establishment incartapecorito), ha lanciato subito la sua provocazione, direi in anticipo: “I centro storici distrutti dai terremoti? Rifacciamoli moderni alla faccia di italia nostra.Qui il video commento.

Pietro Pagliardini, (che mi è altrettanto simpatico e con cui ho maggiore condivisione di vedute) fa da contraltare con un post: “Niente esercizio di capacità critica, niente seghe mentali, niente intellettualismi: com’era e dov’era, senza se e senza ma.” (qui)

Mi paiono entrambe approcci sbagliati. Mi pare che sia del tutto inutile porsi la questione a priori. Nel senso che è naturale e scontato che gli edifici che costituivano, nella loro figura propria, l’identità collettiva di un insediamento, sia opportuno che siano ricostruiti esattamente com’erano e dov’erano, mentre gli altri possano essere sostituiti (mantenendo in genere, certo, l’assetto, la trama urbana, la forma urbis … che essa stessa è un elemento fondante l’identità fondamentale di un insediamento). Questo per i centri storici. Per il resto, sia una occasione per migliorare gli insediamenti esistenti anche con soluzioni innovative (pensiamo alle squallide aree produttive dei capannoni crollati; devono proprio essere così, al di là del fatto meramente costruttivo?).

Perchè “Nessuna pensata, nessuna idea, nessuna sperimentazione.“? Mai! Certo, Pietro pensa ai centri storici. Ma questo movimento mentale “nessuna idea” è proprio sbagliato, e ti chiude comunque: anche nel ricostruire “com’era dov’era” bisogna avere pensate, avere idee, e anche sperimentare.

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9 comments

  1. nei centri storici la questione è complessa. non esiste il “com’era dov’era”, soprattutto il “com’era”: come si ricostruisce, con le stesse tecnologie? ma noi le conosciamo davvero? e sono utilizzabili ancor oggi, e se sì a quale prezzo? i materiali che si usavano nel 500 oggi non sono proponibili, se non ad un elevato costo anche ambientale. e poi, con gli stessi colori, quelli “originari”? e quali sono i colori “originari”, li conosciamo? e chi ci dice che il “com’era” non fosse stato frutto di n manipolazioni avvenute nel corso della storia di quell’edificio? e dunque quale idea di edificio ricostruiamo?
    un terremoto, come una guerra, come l’abbandono e la dismissione, costituiscono memoria, frammenti della vita di un edificio o di un centro storico che lasciano un segno, a volte pesante altre volte leggero. io sono dell’opinione che tutti i segni abbiano pari dignità, e dunque vadano presi e utilizzati per un ricostruire l’organismo urbano o architettonico, e non nascosti dietro un’operazione filologica di ricostruzione.
    se in olanda avessero ricostruito rotterdam com’era dov’era prima dei bombardamenti avremmo una disneyland, non una capitale. mentre ora abbiamo capolavori dell’architettura moderna e contemporanea.
    è come se finito un amore se ne cercasse uno identico, da reiterare.
    le occasioni vanno prese e affrontate, non sprecate

  2. Silvia, per certe cose sono d’accordo con te, ma occorre fare un paio di distinguo.
    1) Su certe cose, eccezioni, certo (ad esempio, il campanile della chiesa principale) si può fare “com’era e dov’era” e a mio avviso è pure auspicabile farlo. Si può fare anche abbastanza facilmente. Suppongo che questi edifici siano ben rilevati e studiati, per cui dire che “chi ci dice che” mi pare una scusa.
    2) io sono anche per ricostituire la forma urbana generale, con sostituzioni edilizie di edifici danneggiati. Se non altro, perchè l’urbanistica moderna di stampo lecorbusieriano è evidentemente un disastro, e non vedo poi tante altre alternative in giro.
    3) sul caso Rotterdam non so bene. So che alla gente comune piace Amsterdam mentre Rotterdam gli fa schifo. No?
    grazie per il commento

    1. è naturale che il caso per caso prevale, e il dibattito è doveroso.
      il restauro filologico parte proprio dai rilievi e dalle foto, dai documenti ecc., ma quell’edificio che ora non c’è più, una volta ricostruito, diventa un “veramente falso” e questo rimane per me un’occasione sprecata, l’occasione di riflettere.

      la gente ama amsterdam come rotterdam, dipende dalla gente. den hague, no, quella è proprio brutta, ma c’è chi la ama lo stesso. la gente non ama neanche l’architettura, e preferisce l’edilizia.

      oggi non esistono teorie urbanistiche assolute, l’urbanistica forse non è più disciplina valida per questo nostro complesso mondo. certo però che se rifacciamo quello che c’era dov’era e com’era non è che si contribuisce ad una nuova teoria

      1. Bisognerebbe appunto essere al di là dello storicismo (sia vincolista che modernista). Nel senso che le cose dovrebbero essere cose, e non subordinate ad un disegno ideologico. In questo senso: non mi interessa “contribuire ad una nuova teoria”. A me interessa che i luoghi dove la gente vive siano belli, che favoriscano amore, piacere, benevolenza, e se possibile elevazione dello spirito, e non ansia, aggressività, istinto di competizione, solitudine e insieme massificazione dell’individuo. L’architettura, sia pure di alto livello estetico e intellettuale, che favorisce appunto questi ultimi sentimenti nelle persone, non va bene. E in genere non piace alle persone, ma solo agli “addetti ai lavori”. Bisogna fare una riflessione profonda, perchè spesso l’architettura del secolo scorso in questo ha fallito. E continuare a testa bassa a fare gli stessi errori, solo perchè bisogna “contribuire ad una nuova teoria”, “bisogna andare avanti”, “usare le nuove tecnologie”, non mi pare giusto.

  3. In altri termini: vale il caso per caso. Usando la tua similitudine “è come se finito un amore se ne cercasse uno identico, da reiterare.” direi: è come se la tua persona amata ha avuto un incidente: se basta una plastica, preferisci averla simile alla precedente (magari con qualche ritocchino migliorativo 🙂 piuttosto che completamente differente in base ad un modello astratto (minghia mmoderno!).

  4. Caro biz, sono certo che tu hai capito lo spirito con cui ho scritto quel post. Premesso che c’è dietro anche un mio aspetto fortemente caratteriale, per cui se un giorno sono particolarmente incazzato, mi sfogo scrivendo e rilasciando giudizi tranchant. E poi la fomra retorica della polemica mi si addice particolarmente. Poichè non sono un giornalista mi posso permettere il lusso di farlo. Il blog, in fondo, è anche un diario personale. Premesso questo, tuttavia lo scopo di questa mia perentorietà è la provocazione e un ideale stop agli avvoltoi che si aggirano sulle macerie degli edifici e soprattutto su quelle degli uomini con le loro trovate, le loro pensate, i loro prodotti da vendere. Rappresentanti di commercio, in fondo
    Poichè, comunque vada, e speriamo che vada bene e che ricostruiscano alla svelta e riprenda la vita individuale, sociale e produttiva, non andrà nè come dice LPP nè come dico, e neppure come diranno altri, ma andrà e basta, mi sembrava giusto mettere un paletto, un punto fermo che non avrà alcuna incidenza sulla realtà, come quello di LPP d’altronde, ma solo una modestissima valenza nemmeno culturale ma etica (parola che uso con un contagocce…intasato).
    I commenti dei talebani dell’architettura su facebook, da una parte mi divertono, dall’altra mi scoraggiano e quel post è dedicato proprio a loro, non come persone, che non li conosco, ma per le idee, chiamiamole così, che esprimono. A sessantuno anni si mandano a quel paese le convenzioni e si va al sodo delle cose. E, dovendo scegliere tra il chiacchiericcio stupido e ignorante, non supportato da nessuna cultura nè argomentazione ragionevole ma dai soliti stereotipi sulla modernità (architettonica) e il rifiuto netto, io sto con il rifiuto netto e mi prendo con soddisfazione e piacere del retrogrado, dato che il giudizio di costoro mi scivola addosso senza nemmeno bagnarmi.
    Io non mi sono messo a contestare LPP, perchè so che è inutile e perchè so che lui, in fondo, sta svolgendo il suo lavoro.
    Avevo visto il tuo commento su FB e non ho risposto perchè è inutile che risponda a cose che sono ovvie e che tu sai che nemmeno io penso. Era una battuta spiritosa e come tale l’ho presa.

    1. Capisco gli aspetti umani e anche giornalistici delle polemiche radicali. Se non si estremizza, se non si provoca, non si “buca” l’attenzione pubblica. Eppure è necessario, dopo anni di contrapposizioni aprioristiche o accettazioni supine, mettere in discussione, nel vivo, le scelte, cercare l’equilibrio, il giusto mezzo. Ancora una volta la cultura architettonica si dimostra impreparata, superficiale ed a rimorchio del cattivo giornalismo e della cattiva politica, agitata dalle scosse degli avvenimenti.
      Hai ragione, spesso “avvoltoi che si aggirano sulle macerie degli edifici e soprattutto su quelle degli uomini con le loro trovate, le loro pensate, i loro prodotti da vendere.”
      Stranamente, questo mira sempre a distruggere i centri storici, traccia e impronta di popoli, per vendere paccottiglia senza valore. Un tempo, con la scusa dell’automobile (quanti “sventramenti”?), ora con quella del risparmio energetico o cose di questo genere. Incolti lavoratori, spesso inconsapevoli, del male.

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