Mese: maggio 2012

Com’era, dov’era. Perchè si, perchè no?

Luigi Prestinenza Puglisi, critico d’architettura di cui non condido orizzonti e approcci, ma che mi è simpatico e che ammiro per la sua capacità di essere vivo e attivo nelle questioni che pone (in un contesto italiano dall’establishment incartapecorito), ha lanciato subito la sua provocazione, direi in anticipo: “I centro storici distrutti dai terremoti? Rifacciamoli moderni alla faccia di italia nostra.Qui il video commento.

Pietro Pagliardini, (che mi è altrettanto simpatico e con cui ho maggiore condivisione di vedute) fa da contraltare con un post: “Niente esercizio di capacità critica, niente seghe mentali, niente intellettualismi: com’era e dov’era, senza se e senza ma.” (qui)

Mi paiono entrambe approcci sbagliati. Mi pare che sia del tutto inutile porsi la questione a priori. Nel senso che è naturale e scontato che gli edifici che costituivano, nella loro figura propria, l’identità collettiva di un insediamento, sia opportuno che siano ricostruiti esattamente com’erano e dov’erano, mentre gli altri possano essere sostituiti (mantenendo in genere, certo, l’assetto, la trama urbana, la forma urbis … che essa stessa è un elemento fondante l’identità fondamentale di un insediamento). Questo per i centri storici. Per il resto, sia una occasione per migliorare gli insediamenti esistenti anche con soluzioni innovative (pensiamo alle squallide aree produttive dei capannoni crollati; devono proprio essere così, al di là del fatto meramente costruttivo?).

Perchè “Nessuna pensata, nessuna idea, nessuna sperimentazione.“? Mai! Certo, Pietro pensa ai centri storici. Ma questo movimento mentale “nessuna idea” è proprio sbagliato, e ti chiude comunque: anche nel ricostruire “com’era dov’era” bisogna avere pensate, avere idee, e anche sperimentare.

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Torino Nizza Dante (uno)

Nei prossimi mesi sposterò nuovamente l’ufficio. In questi ultimi anni sono stato in una zona vicino alla mia casa, ma che fa parte di un’altra zona, un altro mondo quasi. Si trattava di attraversare la ferrovia. Non sembra, o forse sembra pure, ma la ferrovia taglia le città in un modo durissimo. Sei vicino, ma in un altro mondo, più che una zona più distante ma non tagliata dalla ferrovia.

Devo dire che è una zona che mi è piaciuta, comunque. Interessante sul piano urbanistico architettonico: è una parte di città fine ‘800 ma soprattutto ‘900, in cui si è mantenuto strutturalmente il modo di fare le città del centro di Torino. Ecco una vista dall’alto:

“sotto” c’è il fiume Po e la fine del parco del Valentino (e “Torino esposizioni”, per intenderci) . E’ una zona piuttosto universitaria, peraltro: vicine le facoltà scientifiche. La primissima Fiat. E, dato che l’architettura in essa non è vincolata, ha presenze più recenti dovute a ricostruzioni di tasselli, o sopraelevazioni ecc, anche recenti.

In questo periodo in cui dovrò spostarmi, vorrei fare qualche omaggio più che altro visuale agli edifici della zona, in particolare a quelli eclettici, liberty e “deco”. La categoria dell’architettura “deco” è una categoria un po’ spuria, un po’ bastarda, un po’ disprezzata. A me invece il deco  piace tantissimo. Mi “incista” e penso sia stata sottovalutata. Secondo me, bisogna ripartire dal deco. Non voglio però fare discorsi o cose del genere, se non al minimo. Vorrei essere “visual” e basta: tenendo conto che si, ci sono anche cose irrazionali e quanto meno discutibili. Ma va bè, guarda.

mensole di bow window via Monti angolo corso D’Azeglio

da villa Iavelli, Raimondo D’Aronco 1904

altro dettaglio villa Iavelli

é una casa difficile da fotografare, multiforme (magari metto poi una foto d’insieme). A me non piace molto, però ha molti dettagli fini e originali. Giacchè nessun saputello possa dire “ma d’Aronco non è art deco!”, lo dico io “stronzetto, lo so … ma qui metterò tante altre cose, e poi l’ho già detto, deco è una definizione debole, pertanto …). Ma beccati la prossima, saputello.

Via Marenco. Uffici SAI (A. Albertini 1963-65) vs quella che io chiamo la Casa di Baba Jaga (in costruzione, L. Pia)

Il pino non c’entra nulla nemmeno sul piano forestale. Giustificazione, siamo già in un pezzo di città alterato dalla presenza del fiume (Po). E’ da notare l’abbandono della trama urbana dell’isolato, o quantomento l’insofferenza ad essa. Ogni edificio pretende di essere solo se stesso, pretende di essere considerato come a se stante.

davanzale fabbrica Fiat corso Dante (1907, A.Premoli)

Mi piace. E’ già una linea automobilistica, due anni prima del manifesto del futurismo. Mi ricorda i paraurti. Ma occorre tener conto che le auto che uscivano da li in quel periodo erano più o meno così

(continua, non solo sulle case)

Noterelle della domenica, tredici maggio

a) aggiornamento – si fa per dire – del padiglione italia alla Biennale di Venezia, visto che ne ho parlato: come volevasi dimostrare, si è cercato di far finta di niente. Nominato Luca Zevi in modo niente affatto trasparente, con questo programma. Come dire? La banalità non del male, solo la banalità della banalità. Riciclaggio di sapere passivo, parassitario direi, rimestato da decenni: “Adriano Olivetti“, già quand’ero studente era morto da un pezzo, e i docenti, specie di storia dell’architettura ma anche di composizione, ne parlavano sempre, ne facevano un mito. Bene, mi piace, bravi, MA BASTA! andiamo avanti!  “Le architetture del made in Italy” uhu. E poi, un po’ di promozione della prossima expo di Milano “nutrire il pianeta”. Se in quei giorni andassi a Venezia, è probabile che decida di farmi un bagnetto nelle acque marroni del Lido piuttosto che perdere tempo con queste cazzate ministeriali. E poi, il termine “nutrizione” mi dà l’orticaria. In italiano si dice “alimentazione”. Nutrizione è la traduzione maccheronica di Nutrition. Questo è essere provinciali.

b) si trovano sempre più materiali librari e grafici d’epoca su PDF in rete. Lo fa Google, ma in ambito francese ad esempio Gallica. E’ bello. Leggi un libro che accenna ad un artista viaggiatore in Sicilia del ‘700, che non conoscevi, e voilà, puoi scaricarti il pdf o semplicemente consultarlo.

Il vero problema però non è più procurarsi il materiale che desideri, è invece il tempo che è a tua disposizione.  Parlando con un mio amico, scaricatore folle, egli riconobbe che probabilmente non gli sarebbe bastata l’intera vita per visionare o usare tutto il materiale (film, giochi, libri, programmi informatici) che già aveva scaricato. Eppure, continuava, compulsivamente, a scaricare tantissimo.  E così, è possibile che io non legga poi mai, davvero, il Voyage pittoresque des isles de Sicile, de Malte et de Lipari di Jean-Pierre-Louis-Laurent Houel (1735-1813), ma solo sfogli come ho già fatto il volume “linkato”

Neanche Salomone

Spesso mi sveglio di notte, con l’angoscia, il dubbio, di non riuscire ad andare avanti con la mia famiglia numerosa. E scopro che quasi tutti quelli che conosco, tranne i lavoratori dipendenti pubblici, fanno altrettanto.  I numerosi suicidi di gente di mezza età, senza lavoro e disperata, di cui si legge, diventano sono simili a noi in tutto per tutto ma non ce l’hanno fatta a reggere lo sconforto. Fratelli. L’uomo che impazzisce nella sede di quegli strozzini di Equitalia (Iniquitalia, dovrebbe chiamarsi) pure. Per fortuna non è successo nulla.

Ma, ma, ma, è in certi momenti che certe parole  ti ritornano in mente:

26 Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro? 27 E chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un’ora sola alla sua vita? 28 E perché vi affannate per il vestito? Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. 29 Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro.

in Matteo 6,25 – 34

Primo maggio a Torino e aggiornamenti Padiglione Italia Biennale

1) Primo maggio a Torino.  Chi c’è stato (io non c’ero) sostiene non sia vero che Fassino sia stato fischiato da “pochi facinorosi” dei centri sociali e dai “black block” come si è detto nei giornali e in televisione, ma da molta e varia gente. E mi raccontano una situazione come è descritta in quest’articolo.

L’impressione non è che si possa andare verso un “regime”, l’impressione è che di fatto già si sia in un “regime”, in cui ad ogni voce di dissenso sia messo il silenziatore, se non la museruola (la definizione “black block”). Altrimenti, si usano le cattive. Il regime soft. E vai col concertone del primo maggio, o il campionato di calcio, o tutto l’assortito circenses.

Personalmente, ritengo che bisognerebbe fare una riflessione davvero radicale sulle nostre società. Una cosa è certa: questo andamento ha tutta l’aria di una fine. E mi pare che invece si cerchi di andare avanti a testa bassa, col paraocchi, come muli, senza togliersi il loden nemmeno se si va per mari o monti; semmai, cercando ciascuno di “sfangarla” per proprio conto. Possibile non si abbia altra scelta?

2) Padiglione Italia.  La volta scorsa misi qui un video di Prestinenza Puglisi sulla mancata nomina del curatore del Padiglione Italia alla Biennale d’architettura di Venezia. Dico per lettori eventualmente “profani”, le cose si stanno sviluppando così .

In realtà, sento che tutti sperano in un buco clamoroso: qualcosa che riveli il disastro della politica culturale italiana, non solo architettonica; il disastro della politica italiana in genere. Un buco che manifesti questo disastro a tutto il mondo, nella sua mostra biennale d’architettura. Sarebbe onesto, migliore. Darebbe una nuova spinta. Invece, è chiaro che ministerialmente si farà finta di niente, finendo con l’abborracciare una mostra in tre mesi, tanto cavolate sono, si sa.

Un sasso nello stagno è stato lanciato da giovani (pare) architetti, qui, con il progetto “inedite”.  Li conosco in rete, vedo con simpatia il loro tentativo, ma devo ammettere che non capisco nulla di quello che dicono, come se parlassero un’altra lingua rispetto alla mia (anche se mi pare molto in linea con le biennali d’arte degli ultimi decenni). Va be’. Passo e chiudo.