Note fotografia – 5

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Ecco che cosa succede a ragionare sulla fotografia: a fronte di una pratica così banale, quasi brutale, il discorso teorico si trova innanzi ad una serie di nodi un po’ sfuggenti ma anche articolati, quasi a formare un labirinto. Mi pare, stranamente poco esaminati in letteratura. Provo ad elencarne qualcuno:

Ritratto di Haile Selassie (Ras Tafari) fatto da Arnold Newman nel 1958. Il ritratto rientra nella fotografia “predisposta” ma talvolta ad un grado intermedio (quando il soggetto è ripreso nell’ambiente, in azione ecc.)

– la pratica della fotografia che da subito si divide in due diversi modi di fotografare: fotografare una scena predisposta (fotografia che genera subito una “rappresentazione”) o fotografare nel senso di catturare una “manifestazione”. Più precisamente, alcuni aspetti fisici di una “manifestazione” (anche solo sotto l’aspetto puramente sensoriale, la fotografia cattura solo qualcosa e non altro). Due diversi modi con sfumature intermedie.

Tipico della prima è la fotografia pubblicitaria e di moda. Della seconda è quella del documentario. Il ritratto appartiene in genere alla prima categoria, con sconfinamenti parziali nella seconda.

– la vita di una fotografia dopo che essa “viene al mondo”: è una cattura di manifestazione, in origine (anche nel primo modo di fotografare, in fondo, solo che cattura una scena predisposta), ma poi diviene rappresentazione attraverso un processo di selezione e pubblicazione (quanti scatti scartati per uno scelto come di interesse pubblico? e fra loro, quanti scatti dimenticati? perchè alcuni invece indimenticabili?) Queste domande contengono qualcosa di fondamentale: gli elementi della figurazione e significazione attraverso cui una immagine diviene “iconica”.

Immagine stabilimento Buitoni prima e dopo il fotoritocco (d’epoca, 1930) Alinari

– entro questo processo di pubblicazione, che trasforma la fotografia in rappresentazione, abbiamo le varie pratiche artistiche della cosiddetta post produzione (spesso mistificatorie; la mistificazione può operare, naturalmente, anche in fase di selezione). La mistificazione opera perchè vi è ambiguità, equivoco, nella rappresentazione fotografica: essa si mostra “oggettiva” (frutto di un processo meccanico, non filtrato dalle intenzioni umane), ma, in quanto scelta per essere rappresentata, in quanto spesso trattata, manipolata (dal ritaglio – lo scarto –  al trucco) essa perde invece il suo carattere oggettivo e meramente documentale.

– prima ancora: la macchina che invade la pratica artistica della figurazione. La fotografia come parte di un più ampio processo di sostituzione tecnica del lavoro umano con lavoro meccanico. Molti temi collegati a questo:  “l’opera nell’epoca della riproducibilità tecnica”, ma anche come la stessa arte (nel senso di lavoro umano) viene condizionata – anche stilisticamente – dai prodotti meccanici. La differenza fra utensile per la realizzazione di un manufatto e uno strumento in cui il processo è meccanico e l’apporto umano è di operatore, sempre meno specializzato e incisivo sul risultato.

Ce n’è abbastanza per starci sopra anni.

(continua qui)

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