Note per metafisica della fotografia (2)

Continuazione della parte prima, qui

Esiste una iconografia per questa immagine? A me pare che, più che parlare di iconografie, si possa parlare, in modo più sfumato, di “topoi“. In questo caso, precisamente quello dell’uomo disarmato, indifeso, contro l’uomo-macchina, armato.

Alcuni esempi: due pittorici, già studiati e connessi, nei banchi di scuola, tramite il testo di Argan sull’arte moderna:

La fucilazione di Goya e quella di Picasso (si può parlare di riferimento iconografico senza dubbio; in Goya è presente una figura di croce nel fucilato con la camicia bianca, scomparso in Picasso, che accentua il carattere macchinistico dei soldati).

Questa foto, famosissima, la vidi per la prima volta che ancora andavo all’asilo, e facevo disegni con pietre infuocate che cadevano su case in Vietnam: faccio parte della prima generazione televisiva. Mi fece molta impressione. (1)Se non sbaglio faceva parte di un filmato, è un fermo immagine. Così come la seguente, più recente e forse ancora più famosa:

Senza dubbio, quest’ultima è più astratta.  Non si vedono i volti. Abbiamo anche una sfumatura di senso diversa, meno perdente per l’uomo, quantomeno di sfida. In un certo senso questa figura esula un poco dalla serie iconologica che abbiamo qui rappresentato brevemente.

Questo per dire che, quando guardiamo una immagine, essa non può essere al di fuori di una iconologia, che lo si voglia o no, che questo riferimento sia voluto o no. Detto in altri termini, un’immagine, comunque si sia costituita (quindi, che sia fotografica o no), una volta emessa e presentata, diviene una rappresentazione visiva statica che sottostà alle medesime regole di interpretazione e lettura formali delle altre immagini prodotte in passato.  In tal senso, che la  formazione della immagine sia oggettiva, meccanica, o no, non modifica le regole di significazione e lettura delle immagini.

Un’altra cosa va detta a proposito di questa serie iconologica: contrariamente a quanto si possa pensare a prima vista, è omogenea. Infatti si tratta comunque di FOTOGRAFIE. Anzi, a dirla tutta, di riproduzioni elettroniche di fotografie entro questo blog. (e la loro “materia dell’espressione” è costituita dalle luci del vostro monitor, non è nemmeno una fotografia in senso stretto)

La fotografia della fucilazione di Goya y Lucientes non è una pittura. Ceci n’est pas une pipe. E’ una fotografia di quella rappresentazione pittorica, che c’è al Prado e misura 3,45 x 2,66 metri. Gran parte dei nostri ragionamenti a proposito della pittura nascono da un rapporto fra noi e una riproduzione fotografica. E’ ancora una fotografia quella che rappresenta un’altra rappresentazione statica, non di tipo fotografico. Alla stessa stregua, non è la vecchietta NO TAV quella che vediamo, ma una sua rappresentazione. La formazione di tipo meccanico – abbiamo detto “oggettivo” – della immagine, costituisce tuttavia uno scoglio concettuale da superare.  Poichè la formazione della immagine  della rappresentazione avviene con un processo indipendente dal soggetto – sottraendola ad un processo artistico di formazione – tendiamo a pensare che ciò che è rappresentato sia “la realtà oggettiva” : il quadro di Goya, la vecchietta no TAV, la bambina del napalm.  Ma è invece necessario sfuggire a questa illusione. Siamo sempre nell’ambito di una rappresentazione.

Nota (1) Sono andato a controllare la storia di questa immagine. Non è un fermo immagine di un filmato. Esiste un filmato della scena, ma il cameraman era distinto dal fotografo (il vietnamita Nick Ut). Per una breve storia di quella foto, e per vedere il filmato, qui.  La postura “a croce” della bambina al centro dell’immagina ha una rilevanza nella potenza iconica di questa immagine? Certo. Ma devo pure aggiungere che quella che ho mostrato qui, e che ho preso su internet senza troppo filtro critico, è tagliata. Nella foto originale, di formato più rettangolare, la bambina non è al centro e si vedono altri soldati sul bordo. Cfr qui

(continua – qui)

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