Note per una metafisica della fotografia (1)

Ecco, partiamo da qui. Questa fotografia, come tutte le fotografie, ritrae un evento passato. Lo ritrae in modo “oggettivo”. Usiamo oggettivo in senso stretto: la formazione della immagine avviene entro un oggetto (la macchina fotografica) e non entro un soggetto (l’artista che produce l’immagine).

Non siamo molto contenti di usare il termine “oggettivo”, perchè è un termine che genera parecchie ambiguità. Ma forse in prima istanza è opportuno correre qualche rischio ed introdurre questo elemento.

Il processo attraverso cui l’immagine si forma è relativamente indipendente dal soggetto, che ha la pura funzione di trasportare la macchina e di farla funzionare di fronte a “cose”.  (non ci interessa qui distinguere fra cose animate o non animate, propriamente “cose”). Con le macchine digitali, che non pongono limite di fatto al numero degli scatti (può anche essere un continuo, un filmato, da cui poi si trarranno immagini fotografiche), questo carattere di nullità compositiva del soggetto aumenta, benchè, pur sempre, resta l’abilità di essere nel posto giusto al momento giusto, ecc. Tuttavia non è una abilità strettamente compositiva, ma alla stregua della abilità di un cacciatore. In modo opposto, ma in fondo analogo, si colloca la fotografia preparata in studio. Lì, la preparazione della fotografia (scene e personaggi) avvicina in un certo senso la fotografia alla pittura. Il soggetto prepara la composizione. Ma con una differenza sostanziale: la composizione è scenografia e costumi, non pittura. Ma la forma dell’espressione dell’immagine è pur sempre di tipo meccanico oggettivo, non soggettivo come nella pittura. Quel meccanismo oggettivo, non compositivo del soggetto, è posto di fronte ad una rappresentazione preparata (anzichè ad un evento storico come nella fotografia “di caccia”), ma il fatto che l’oggetto della rappresentazione sia stato pre-composto non cambia nulla nella qualità della immagine, nella sua natura eminentemente oggettiva. In questa non buona riproduzione qui a fianco di un ritratto di Cecil Beaton ad opera di Arnold Newman, il soggetto è ritratto nel suo ambiente e, come spesso in Newman, lo scatto è subordinato ad una precisa composizione che scaturisce da una sorta di felice risultanza fra ambiente, soggetto, geometria conseguente ecc. La preparazione della foto si sente. E tuttavia, resta il fatto che Cecil Beaton era lì, in quel momento, in quella casa, con Arnold Newman, e la macchina registra questo particolare evento.

Quello che fa, di queste fotografie, che siano preparate o no,  fotografie notevoli, non è evidentemente la storia, il documento, l’oggettività, e nemmeno la qualità degli oggetti in sè. No. E’, invece, il grado di “emblematicità” che l’immagine viene ad assumere. (dovremo in seguito poi definire questo termine “emblematicità”, anch’esso provvisorio).

Breve parentesi: vidi quella immagine della vecchietta NO TAV (pare riferita agli scontri di Venaus del 2006) poco prima di andare alla manifestazione NO TAV di Chiomonte del 3 luglio 2011 (ero solo, quaggiù in città) . Quella immagine mi sembrò una messa in scena, vecchietta compresa. Ma alla manifestazione vidi che la vecchietta No Tav era vera. Era li, con il suo crocefisso, rubizza montagnina.  Ora mostro una foto che ho scattato in quella circostanza. Anche per confrontarla con la foto famosa: la mia ha un basso grado di “emblematicità”.

La foto sotto è un suo ritaglio, per vedere meglio la vecchietta.  Il ritaglio appare già più emblematico, significativo.

Questo esempio potrà poi tornarci utile pure  di come sia importante la “post produzione” di una immagine fotografica: questa, in parte “soggettiva” in quanto operata da un soggetto (in base alla definizione che sopra abbiamo introdotto).

(continua qui)

Annunci

8 comments

  1. Penso che sia molto pertinente il tuo insistere sull’aggettivo “emblematico”: il soggetto di queste foto è infatti l’emblema, e quale forma di emotività tale emblema deve suggerire, soprattutto se l’immagine in questione è un’immagine mass mediatica, a maggior ragione quando in ballo ci sono delle dimensioni simboliche di così ampia portata…
    Aspetto il proseguo allora! 🙂

    1. Vorrei sostenere, nel prosieguo, che la “emblematicità” sia un portato di fattori che vanno oltre l’evento fotografato: dalla configurazione formale, ad iconografie pregresse alla quale l’immagine rimanda, ecc. Ed che è solo in virtù di queste qualità extrafotografiche dell’immagine fotografica che la fotografia può avere senso artistico.
      Ciao grazie Emmanuele

  2. Buono, Guido. Grazie – leggerò i seguiti. Concordo con molto di quanto dici, ma non con questa affermazione: “…non è una abilità strettamente compositiva, ma alla stregua della abilità di un cacciatore…” Secondo me è una abilità strettamente compositiva. Anzi, è molto più compromettente, impegnativo, strettamente geometrico, comporre una fotografia di quanto non lo sia comporre un dipinto.

    1. In teoria è come dici tu Pasquale. E’ senz’altro così nelle foto “in studio” (ad esempio Arnold Newman lavorava molto sulla “precomposizione” della foto).
      Ma nelle foto di reportage no! Si coglie “l’istante decisivo” come un cacciatore. E’ poi in studio, rivedendo e selezionando, lavorandoci sopra, che si compone. Ma “l’istante decisivo” è una cattura come di una bestia feroce

      1. ehe Pasquale, ma dovrai anche ammettere che la schermata che appare al link ha qualche affinità con una parete con tanti trofei di caccia appesi sopra. O no? 🙂

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...