Stan Lee – Marvel

Stan Lee è morto, RIP. Mi sono ricordato che avevo scritto in un precedente blog qualcosa sulla Marvel, lo “riposto”. Risale a 10 anni fa, aprile 2008 e quindi prima del grande successo dei film Marvel (con Nick Fury di colore, e altri aggiornamenti senz’altro azzeccati per i tempi)

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devilPer un po’ di tempo, diciamo intorno all’età di  9-10 anni sono stato un super-appassionato degli albi Marvel. A ripensarci, erano un prodotto molto ben fatto, equilibrato, con uno standard assai efficace.

Ritengo che l’approccio di Stan Lee, anima della Marvel, fosse essenzialmente realista, non fantastico.

Fatti salvi alcuni personaggi, che in effetti rimasero marginali nella produzione, quali ad es. Silver Surfer (1), l’ambiente entro cui si muovevano i “supereroi” o i “supercriminali” erano le grandi città statunitensi, con i loro grattacieli, le loro figure sociali e le storie di tutti i giorni.

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Matt Murdock (Devil) nel suo studio di avvocato col socio Foggy e la amata segretaria Karen Page

Questo consentiva l’aggancio con il lettore. I supereroi di maggior successo avevano una identità sociale precisa (più spesso piccolo borghese come Peter Parker, o borghese come Matt Murdoch, raramente di estrazione più elevata), e comunque con sfortune e difficoltà, specie amorose, varie. Insomma, dei “perdenti”, come tutti noi. Finché non si trasformavano nella loro identità segreta, con i loro alter ego, in realtà mai “soprannaturali”. Quasi un rispecchiamento del tempo parcellizzato del lettore, cui sopra accennato. (2)

Il contrasto fra buoni e cattivi era certo presente (specie nelle produzioni più smaccatamente di propaganda, come Iron Man), ma meno marcato che in altre produzioni d’avventura statunitense. L’approfondimento psicologico dei personaggi, pieni di dubbi, e dunque meno tagliati con l’accetta, è una delle caratteristiche del mondo Marvel generato da Stan Lee.

Dialoghi briosi, avvincenti, e con un po’ di umorismo. Su questa base, più elaborata che quella dei primi supereroi quali Superman o Batman, si snodava il disegno dinamico, preciso, lineare e fluido, con inchiostratura forte e colori compatti e sgargianti, di Jack Kirby, Gene Colan, John Buscema e altri magnifici artisti della Marvel.

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Resa del movimento, della azione. Jack Kirby antesignano dei disegnatori Marvel

Anche propaganda.

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Nick Fury

La mia impressione, oggi, è che avessero una qualche sovvenzione da istituzioni a scopo di propaganda. Se Captain America era un personaggio, quasi romantico, della seconda guerra mondiale, Nick Fury (uno 007 ruvido yankee con la toppa su un occhio come Moshe Dayan), e soprattutto Iron Man, segreta identità del produttore d’armi Starck, erano creature della guerra fredda.

Iron Man non aveva superpoteri naturali, la sua potenza derivava unicamente dalla tecnica della sua sofisticata ed evolutiva armatura E del resto, Starck, a differenza dei supereroi naturali come Spiderman, nella vita reale, era un grande industriale e un inventore e – dunque – un figo, sebbene anche lui non privo di debolezze (il cuore malato, l’amore non sempre facile)

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Crimson Dynamo col presidente sovietico

Si contrapponeva, in genere, a nemici esteri, quali “il Mandarino” in Cina, e soprattutto, il suo alter-ego sovietico, Crimson Dynano. Crimson Dynamo era il prodotto di una tecnica industriale statale, con tanto di dimostrazioni di fronte al capo supremo (che poi, scoprii, essere identico a Krushev), regolare fallimento della missione, con ira del capo, e li a seguire per un altro tentativo. Del resto, la sua armatura era decisamente più goffa, un po’ da fantascienza anni ’30. Se non ricordo male, Crimson Dynamo, pago di prendersi sempre mazzate, decise, durante una missione, di diventare dissidente e passare oltrecortina, come Nureyev. I russi trovarono di certo una nuova persona per indossare l’armatura di Dynamo.  Lo scienziato dissidente, creatore dell’armatura, poi si sacrificherà per il Paese che l’aveva accolto con tanta bontà (3)

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Lo scienziato dissidente Vanko, creatore di Crimson Dynamo, si sacrifica. Tony Stark vignetta in basso a destra.

Dovrei avere ancora un pacco di albi in soffitta. Quasi quasi li recupero

 

Note di 10 anni dopo

  1. In realtà anche Thor e i personaggi di Asgard, e Namor Submariner erano personaggi fantasy. Ma anche lì il trattamento tendeva al realistico, mai veramente fantasy, tant’è che si sentiva sempre, nella sceneggiatura, la necessità di uscire dal mondo fantastico, facendo interagire i personaggi con “la realtà”, cioè la città USA
  2. Queste note facevano parte di uno scritto più ampio che riguardava i fumetti in genere, in cui preliminarmente associavo il fumetto ad altre forme artistiche nate nel ‘900. Il “cui sopra” si riferiva a questa nota sul “tempo parcellizzato” dell’uomo contemporaneo:  “… qual è una ulteriore costante che lega queste nuove forme artistiche (la fantascienza, il jazz, i fumetti?). A mio parere, l’evasione, o può anche dirsi, il divertimento. (divertimento in dizionario etimologico, qui). Nell’arte tradizionale, il concetto di “arte d’evasione” credo che non esista. Questo concetto presuppone sia l’uomo come individuo a sé stante, sia che il suo tempo, le sue occupazioni, la sua mente, siano parcellizzate, in una dimensione taylorista. Un tempo lavoro – prigione, e un tempo libero-evasione.”
  3. Interessante vedere l’aggiornamento di Iron Man nei riuscitissimi film usciti dopo questo scritto. Stark è stato “virato” in versione più sbarazzina, anticonvenzionale, genio e sregolatezza, mentre in origine era un po’ ingessato, giacca e cravatta, troppo serio. I nemici diventano i talebani, terroristi e i soliti scienziati pazzi e frustrati (non c’è più la guerra fredda, e i cinesi è meglio comunque tenerseli buoni)
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Una domanda sulla città contemporanea, fatta su Facebook

Qui a Torino, sono passato di nuovo davanti a Largo Piero della Francesca, nella zona ex industriale dove sono stati realizzati la Chiesa del Santo Volto su progetto di Mario Botta, il Parco Dora (concepito da Peter Latz & partners, parco che utilizza come elementi compositivi ruderi delle vecchie fabbriche preesistenti) e numerosi edifici alti di abitazione, oltre centri commerciali, secondo un Masterplan di Jean Pierre Buffi e Andreas Kipar, il tutto realizzato circa a partire dall’anno 1999 fino al 2012.

spina 3

Era un sabato, la giornata di fine ottobre, grigia. E mi è sorta spontanea una domanda Tolto il grigiore, perché l’urbanistica (la “urbatettura”) moderna non fa, davvero, città? 

Tutto sommato, è una domanda che non smetto di farmi da tantissimi anni, e a cui non so dare esattamente una risposta decisiva. E così, ho provato a formularla su facebook, in cui molti miei contatti sono architetti. Fra le risposte, mi è sembrata particolarmente azzeccata quella di Gaetano di Gesu: “perchè ogni edificio moderno è un centro mentre la qualità della città è la forma del vuoto. 

Allorché la mia risposta è stata “E quindi le persone non hanno davvero uno spazio in cui vivere, ma solo posti dove andare.

Altre risposte sono andate nella stessa direzione ma con diversi accenti. Ad esempio Pietro Pagliardini “Perché sono oggetti sparsi nel vuoto senza relazione tra loro” a cui fa da contrappunto il successivo commento di Emmanuele J. Pilia: “Rotto il rapporto tra strada ed edificio, ciò che rimane è quello che dice Pietro”.

È stato contestato il termine “urbatettura” come orribile e inutilizzabile. Io penso che una parola per definire “l’arte di costruire le città” è utile, e “urbatettura” per quanto brutta e desueta è però adatta.

Stranamente nessuno ha contestato l’affermazione implicita nella domanda, affermando che no, che l’urbanistica contemporanea fa davvero città, eccome.

E però, se “le parole sono pietre”, anche le pietre, in qualche modo, restano a dire cose inequivocabili. 

Voi che ne pensate?

(già pubblicato su PresS/Tletter qui

Su una scultura

Voglio scrivere qualcosa su Boccavento di Nino Ucchino. Si trova in Sicilia, a Santa Teresa di Riva (ME).

Perché è una delle non molte opere pubbliche di arte contemporanea che riscontrano l’affetto e l’identificazione quasi unanime del pubblico.

boccavento Il fatto è che Boccavento, in un gesto sintetico, racchiude molti semi visivi che si collegano al luogo. Il guscio di riccio, la punta del pescespada, forse anche il polpo stirato, e  le lune, e appunto quel buco da cui nasce il vento, la rosa dei venti, e tutto sempre col mare e il cielo che entrano nella scultura, risuonano quasi nelle sue cavità.

Ricordo personale, avrò avuto 12 anni. Mio fratello, nei pomeriggi di un’estate andava da Nino, allora molto giovane realtà artistica a imparare un po’ di disegno, ed io ficcavo il naso nel suo piccolo atelier in una “vanedda” (vicolo). Appeso al muro c’era il bozzetto di Boccavento. Tac, era bello. Uguale, forse un po’ più teso, colorato. 

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questo era un mio “post” su Facebook

Mi ha commentato Gaetano di Gesù: “forse è questa l’unica strada possibile dell’astrazione. Quando la forma viene “estratta” dalla civiltà, dalla storia di un popolo, dalle vita. Diverso è i risultato quando si procede per logica, per principi arbitrari.

mie risposte:

D’accordo. Inoltre l’astrazione non può prescindere da “semi” figurativi, altrimenti diviene fatalmente insignificante. No “semeion”, no linguaggio, no party 

Riguardo alla figurazione astratta contemporanea, c’è anche un rapporto col simbolico dunque, che è una astrazione concettuale originaria che ha prodotto segni di cui magari oggi a noi sfugge il significato, ma di fatto mantengono il loro rapporto col concetto che però è un fatto reale, attivo (sul piano metafisico, o ancestrale, o magico se qualcuno ci crede).

 

 

Learning from Instagram

Dedicato a Bob Venturi.

Noi architetti abbiamo spesso una visione distorta del nostro lavoro, del suo impatto sul mondo, di ciò che alle persone interessa della architettura.

Aleggia un clima pessimistico, ricco di frustrazioni, per cui l’architetto è incompreso nella sua ricerca, in un mondo volgare che non dà sufficiente importanza alla bellezza, alla architettura, al paesaggio.

Instagram, mediamente, ci restituisce una realtà molto diversa da questa idea. Nelle istantanee voglie di rappresentazione tramite la fotocamera dello smartphone sono leggibili le preferenze della cosiddetta gente comune (che poi è sempre una media, perché ciascuno individuo è sempre a sé).

È vero, la gente comune (la media delle persone) se ne frega di certi dettagli, delle nostre paranoie metalinguistiche, della innovazione formale pura, dei nostri miti formati dai banchi dell’università, coltivati con le principali riviste specializzate, sempre più autoreferenziali comme on dit.

Emerge il desiderio di una architettura integrata col paesaggio, che costituisca spazi ricchi, che stupiscano per l’invenzione e l’intelligenza, che sia piena di senso, nella accezione sia dello stimolo ai sensi che nella precisione degli intenti.

Qualcosa di totalmente diverso da un certo approccio produttivista, funzionalista, che nulla concede appunto al senso, e che ha dominato il pensiero architettonico per buona parte del ‘900.

E allora, vorrei dire un ultimo grazie a Bob Venturi, che l’aveva capito bene mezzo secolo fa, forse il primo ad averlo capito proprio bene.

(pubblicato su PresS/Tletter qui

Appunti per il PD – 2 – Basta col ‘900

Continuo dalla prima puntata qui, dove avevo finito

… La messa in discussione profonda e concreta del paradigma “pan capitalista” è l’unica possibilità per il PD, in genere per i raggruppamenti politici di sinistra. Tale messa in discussione però non può essere fatta guardando indietro, recuperando logiche, pratiche, retoriche e strumenti costituiti dalla sinistra nel corso del 900. Lo sguardo deve essere diretto, fresco, spregiudicato.

APPUNTO 2 – Guardare direttamente in avanti abbandonando il passato

Diretto, fresco e spregiudicato vuol dire analizzare la realtà e le sue contraddizioni senza pregiudizi, senza zavorre derivanti da idee precedenti, da simbologie e retoriche precedenti. In modo aperto.

Oggi la sinistra ha un atteggiamento totalmente diverso, dogmatico e arroccato sulle proprie retoriche identitarie. Queste retoriche mascherano la assenza di analisi dura e precisa della contemporaneità, attraverso confortanti rappresentazioni della passata grandezza, in cui la sinistra aveva una reale identità e reali nemici ben identificati. La sinistra oggi, per non voler ammettere di non essere più sinistra, si ammanta di retoriche identitarie, che escludono molta parte dei soggetti contemporanei, e addirittura li respingono. Tutto questo si accompagna ad un certo dogmatismo. L’antifascismo è, in questo senso divenuto un elemento regressivo e artificioso. Immagino che molti amici su questi non saranno d’accordo, ma vorrei rassicurarli che non è un atteggiamento “rossobruno” alla Fusaro che vorrei qui proporre.

Invece, si propone un atteggiamento “laico” e dialettico. Un partito di sinistra non è una chiesa, non ha culti retorici, è aperta al nuovo, è attenta alle novità e ai cambiamenti. Il fascismo è un fenomeno storico superato. L’iniziativa politica non si tiene in opposizione ad un nemico usato come spauracchio per consolidare l’identità e l’affezione degli elettori (ora Berlusconi, poi il “populismo”, poi casa pound (nonostante la sua irrilevanza), poi Salvini ecc.) ma offrendo soluzioni, proposte concrete, attuali, non ideologiche e non preconcette, funzionali, migliori delle non proposte, demenziali e di bassissimo livello di quelle offerte ora dalla destra xenofoba ed economicista.

Questo punto è molto importante, anche per i raggruppamenti “alla sinistra” del PD, i cui insuccessi vengono in genere additati per dire “ecco vedete, se si va a sinistra?”

La realtà è un’altra; è che la sinistra deve essere una sinistra aperta e contemporanea, mentre oggi, l’alternativa alla “non sinistra” del PD non è una sinistra contemporanea: è un rimasuglio della vecchia sinistra, che vive di vecchi sogni e nostalgie, corroborati un po’ dal movimentismo dei centri sociali ed una maggiore apertura al “pacchetto radicale” sui diritti civili. Proprio perché vecchi (fuori o dentro), sono settari e chiusi, tanto da non riuscire ad unirsi più di tanto, avere un nome e un’organizzazione che duri più di un’elezione, spezzettati in tanti rivoli, rivolti al passato, pessimisti.

Bisogna abbandonare questi rimasugli del ‘900. Non sono le identità e le retoriche della sinistra novecentesca che costituiranno la sinistra di questo secolo.

 

 

 

Appunti per il PD – 1

Immodestamente, deposito qui un piccolo contributo personale per la ricostruzione del PD (perché è chiaro, va ricostruito o muore). Sarò veloce, volutamente un po’ incosciente, senza approfondire termini; ad esempio userò in maniera disinvolta il termine “capitalismo” ben sapendo che occorrerebbe approfondire molto la cosa, complessa. Ma la complessità in certi momenti inganna e depista, e, come diceva un inglese amante dei paradossi “se una cosa vale davvero la pena di farla, tanto vale farla male”.

APPUNTO 1 – Il ruolo generale del PD nella società.

A partire dalla metà degli anni 90 – già prima dell’origine del PD – l’idea dominante di fondo è stata che il bene del capitalismo, il suo sviluppo incontrastato, coincidesse sostanzialmente col benessere della società, con la sua evoluzione. Per far questo, occorreva un “programma di riforme” che facilitasse sostanzialmente lo sviluppo dei gruppi capitalistici nella società italiana. Il “pacchetto di riforme” era in fondo dettato dalle Banche, dalla Confindustria e dalla “Europa che lo chiedeva”; il capitale è transnazionale.

Perché il fenomeno non è affatto solo italiano. La classe dirigente dei partiti ex PCI, DC, PSI ecc. allora in in trasformazione urgente, si è adeguata ad un processo internazionale, visto come necessario, in concorrenza con i raggruppamenti “di destra”, anch’essi sostanzialmente votati a questa missione. Se ci si astrae dalle particolarità nazionali (in Italia rappresentate principalmente di sedimenti vivi del più grande partito comunista dell’occidente, da una pur sempre rilevante incidenza della Chiesa cattolica, e infine dalla presenza di un soggetto anomalo quale Silvio Berlusconi), risulta più chiaro come questo processo sia avvenuto anche in altre nazioni, non solo europee. E che lo stesso processo di costruzione Europea nasce nel medesimo segno, per facilitare l’esecuzione di questo obiettivo.

Questo paradigma è talmente forte da essere poco visibile. Permea così a tal punto la classe politica, i mezzi di informazione,  ecc. da costituire il clima generale e pertanto non essere percepibile con chiarezza.

Ora: questo paradigma è un paradigma DI DESTRA. Non è un problema. Si può benissimo pensare che sia proprio vero che il bene del Capitalismo coincida col bene della società nel suo complesso. Ma pensarlo comunque è di destra. Destra liberale magari, ma destra.(1)

Ora, si dà il caso che i fatti dimostrano che non sia così. Non è vero che le società migliorino in virtù del semplice imperio del capitalismo. I vari problemi a cui assistiamo, da quelli ecologici a quelli legati ad esempio al brutale sfruttamento di risorse di paesi poveri, con conseguenti fenomeni migratori, alla micidiale crescita del precariato dei lavoratori anche nei paesi più ricchi (inutile fare qui una disamina o un elenco esaustivo), dimostrano che la politica sia chiamata non solo a gestire tecnicamente tali fenomeni di grande impatto, ma anche a dover quantomeno correggere storture che l’assunzione semplice del “pacchetto di riforme” arreca. Tale assunzione semplice e incondizionata chiamerò qui “pan capitalismo”.

L’emersione di movimenti cosiddetti “populistici”, o “sovranisti” è la spia di un disagio, di un bisogno che la sinistra non riesce a soddisfare, avendo rinnegato sé stessa nello sposare una politica di destra pan capitalista.  Il disprezzo verso “il popolo”, che traspare da molti discorsi, conferma in modo inequivocabile la collocazione a destra, e persino antidemocratica in modo preoccupante, di ampi strati del PD.

Un partito di sinistra DEVE difendere gli interessi dei più deboli, delle classi più disagiate. DEVE essere per la giustizia sociale. Se un partito sedicente di sinistra fa una politica totalmente prona agli interessi del grande capitale, disinteressandosi delle conseguenze negative che determina nel tessuto sociale, presso le persone, nell’ambiente fisico, esso non svolge più la sua funzione. Diventa come, per usare una “metafora” evangelica, come il sale che non dà sapore, che quindi non serve a nulla e viene perciò buttato via.

I partiti di sinistra in Europa non scompaiono perché sono di sinistra, o perché la sinistra sia finita. Al contrario! Perdono e stanno scomparendo perché i partiti di sinistra non sono affatto di sinistra. Perché la sinistra non svolge più il ruolo che dovrebbe svolgere, diventa inutile, e per di più ipocrita nel definirsi tale.

Tutto questo è così chiaro e banale che mi vergogno quasi a scriverlo.

La messa in discussione profonda e concreta del paradigma “pan capitalista” è l’unica possibilità per il PD, in genere per i raggruppamenti politici di sinistra. Tale messa in discussione però non può essere fatta guardando indietro, recuperando logiche, pratiche, retoriche e strumenti costituiti dalla sinistra nel corso del 900. Lo sguardo deve essere diretto, fresco, spregiudicato.

(continua … maybe)

note:

(1) possiamo anche fregarcene di destra e sinistra: ma tutto sommato sono categorie che servono ancora, visto che continuiamo ad utilizzarle)

 

 

Nichelino, intorno alla chiesa di San Damiano, la mattina del venerdì santo.

Premessa: un venerdì santo di esattamente dieci anni fa, o forse era il giorno dopo, scrissi questo pezzo, che tratta della zona accanto alla “cavallerizza/bounce” dell’articoletto precedente. Mi è tornato in mente e lo riporto in vita (aggiungendo link musicali, oggi è ancor più facile di allora). 

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Di ritorno da un luogo dove devo fare un lavoro, posso scegliere se tornare passando da Stupinigi o Nichelino. La vista della Palazzina di Caccia di Juvarra, sia pure nel retro, è sempre confortante; ma se sono distratto non svolto, e finisco sul bordo di Nichelino, praticamente il culo di Mirafiori. Nichelino fa parte della “prima cintura”, divisa da Torino dal solo Sangone, fiumiciattolo da decenni in stato comatoso. Gipo Farassino, prima delle sue esperienze leghiste, fece del Sangone l’emblematico sfondo delle avventure di un operaio, nel gustoso “Sangon Blues”, con testo in piemontese.

(Sangon Blues di Farassino accompagnato da Johnson Righeira) 

Nichelino è un posto che ho sempre trovato acefalo, orrendo. Oggi è Venerdì Santo, tarda mattinata … magari per oggi non lavoro più, e così mi ricordo che lì da quelle parti c’è la Cavallerizza di Gabetti e Isola, allora (1960) costruita in aperta campagna. Potrebbe essere interessante rivederla.

Mentre giro per trovare un accesso, mi appare una chiesetta che mi sembra allucinante, con una croce messa ad accrocchio fatta con putrelle in acciaio. E così, scendo a fotografarla, con l’empio intento di documentare un orrore.

1

Ma la chiesa emette dagli altoparlanti una musica per organo, bellissima: è un pezzo dal Clavicembalo ben temperato di Bach, mi pare.

Qualcosa è già cambiato. Mi rendo conto che sono entrato nello spleen del flaneur nella periferia urbana, come a volte mi capita, spesso nelle periferie urbane, in momenti particolari in cui è come se si fermasse, misteriosamente, il tempo.

E così, mi giro, e muoio di tenerezza a vedere i giochi di plastica di un bambino, sul retro abitato di un capannone, con un piccolo orto a ridosso della recinzione di alluminio zincato.

2

Foto aerea, ora.

foto aerea

Il freccione indica la chiesetta, a pianta quadrata ma con asse principale sulla diagonale.

Pianta della carta napoleonica ora.

torino 17 B I

Campagna, con gli assi principali, e Stupinigi; il disegno sabaudo forte della Corona di Delitie. Confrontare le due viste. L’ansa del Sangone sembra si sia mossa, tra l’altro.

Foto aerea, ingrandita ora

aerea 2

Piccola analisi: nella zona est della foto abbiamo una zona residenziale, a prolungamento dell’abitato di Nichelino. Guardando questa foto aerea, si possono immaginare gli elaborati dei piani particolareggiati, Peep (Piano di Edilizia Economico Popolare) Pip (Piano Insediamenti Produttivi), Pec (Piano Edilizia Convenzionata) ed altre ed eventuali sigle degli espletamenti della urbanistica quantitativa e burocratica, basata sullo zoning e sugli standard, e il kulto dei dogmi Gropiuslecorbusieriani tradotti in italiano dai tecnici delle commissioni urbanistiche dei vecchi Partiti.

Come on, Peep show.

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Qualche osservazione, ma le sappiamo. Nel centro delle città, la presenza di persone è qualcosa di percepibile. Qui no. Il protagonista sono le strade, i parcheggi, le automobili, mentre la presenza umana è rarefatta. Le case non sono case, sono contenitori scatolari per proletari. Non è questione di come fai la scatola. Il male non è la scatola, è l’atto istituzionale di inscatolare la gente, per giunta con giustificazioni progressiste. Qui: abitazioni; lì servizi: lo sport, la chiesa, la scuola; là, i luoghi di lavoro; accanto: il centro commerciale. Tutto attorno, i parcheggi, e le strade, per veicolare il flusso funzionale delle merci, uomini compresi.

Allora, il dolce spleen nasce da questo: nel constatare come l’umanità si costruisca, nonostante tutta questa violenza che l’ha inscatolata, fuori dalle istituzioni e dai progetti, ambiti vitali: la musica di Bach, il bimbo che gioca nell’orto dietro il capannone; la grotta della madonnina, coi fiori;6i bambini allegri, che vanno in chiesa con le mamme (accanto, fuori dalla foto, il parroco prostrato in preghiera);8l’insegna rustica intagliata sul legno, e le lettere adesive sul vetro, che forse non sarebbero approvate dall’architetto che aveva fatto una cosa tutta spigoli e metallo (magari adducendo di celebrare, da buon schiavista mascherato, il lavoro sfruttato in fabbrica);7

la scorciatoia pedonale, non prevista dagli archiburocrati, verso il centro commerciale.

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Anche gli alberi che forse mimano l’accrocchio in profili metallici con la croce.

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Questa resistenza vitale tende a cessare nella mostruosa spianata di asfalto con benzinaio antistante il centro commerciale e la cavallerizza di Gabetti ed Isola, dalla nobile copertura. Anche la musica, ora è diversa: ora sono canzoni che chiudono e non aprono, fra il vuoto e il disperso, diffuse da una radio commerciale attraverso invisibili grandi altoparlanti. Qui, mi manca il fiato, e chissà ad luglio, questo spazio, cos’è.

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Mi ficco dentro la cavallerizza: ecco la copertura, da dentro. Disegno fine. Piacevole puzza di stallatico.

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E’ tempo di tornare: fotografo una cavallerizza in carne ed ossa col suo cavallo, poi ancora il piazzale verso le scatole d’abitazione e la chiesa, che non si vede.

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Ritorno alla base. La musica per organo è cessata. Al suo posto, una cieca e brutale music machine proveniente da un’autoradio chiude in amaro una tarda mattinata a Nichelino, intorno alla chiesa di San Damiano, il giorno del Venerdì Santo.

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